Tre giorni a Bangkok – pensavo fosse amore invece era un Tuk Tuk

 Avete presente la Carbonara? Che c’è a chi piace con l’uovo quasi crudo, chi la stravolge con l’uovo cotto. C’è chi la mangia col pecorino, chi col guanciale. C’è chi è il suo piatto preferito e chi, per esempio, è allergico al pepe.

Ecco, ci stanno quelle città che sono come la Carbonara. Che non piacciono a tutti o semplicemente non a tutti nello stesso modo. Che dipende da come te le cucinano, con chi le mangi.

E poi c’è Bangkok (che ancora non s’è capito come si pronuncia. Tu per esempio come l’hai letto?!)

Che invece è come le ostriche. Che o le ami tanto tanto, a dismisura. Oppure ti fa senso avere quella cosa viscida in bocca. Insomma che non puoi dire “sì un po’ mi piace”.

O ci vai matto. O le detesti.

E prima di partire ho scoperto che Bangkok, come le ostriche, divide il mondo in due. 

Bianco o nero. 

Ed io sono partita così curiosa di sapere da quale parte del mondo sarei stata che è stato quasi impossibile non ricordare che io, per le ostriche, ci sono quasi finita in ospedale. Per indigestione.

Bangkok è colorata. È viva. A qualsiasi ora.

È il tuk tuk col vento nei capelli e le foto sfuocate, come i pensieri di chi ci viaggia sopra. È parlare con gli indigeni sapendo che loro non capiscono te mentre tu non capisci loro e continuare ad annuire e sorridersi reciprocamente, perché sai che si giungerà ad un compromesso.

Ecco, sì, Bangkok è la bellezza dei compromessi.

Se sei in grado di mangiare senza guardare, allora puoi godere di una cucina che sa come farsi perdonare una pulizia un po’…approssimativa.

Se accetti di buon grado il suo caldo così opprimente, scopri angoli di mondo che non credevi possibili. Il parco Lumpini, per esempio.

  Bangkok è la contraddizione delle case-palafitta e dei ragazzi che pescano nel fiume più putrido mai visto finora, con l’aperitivo al Blue Moon al 61º piano di un grattacielo.  È Kao San Road, che si saranno sbagliati, si chiama Kaosanroad. Piena di gente. Piena di tutto.

Piena pure di cavallette. E che fai non te le mangi?! 

  È il calore e l’odore forte di China Town. L’aver ritrovato il mercato di via Sannio nella sua versione thailandese nel mercato di Chatuchak.

Bangkok è un cubo di Rubik che credi di non farcela perché pare troppo complicata.
Ma poi la prendi in mano e ci incominci a giocare.

Ti lasci drogare dalle persone. Da questa ospitalità così tanto palese ma mai urlata. Da un fascino così poco sofisticato ma allo stesso tempo così tanto autentico.

Bangkok è un altro pezzetto di mondo che non vedevo l’ora di incontrare, insieme alle persone che sono salite con me su questa giostra.

È averlo condiviso con la mia fedele compagna di viaggio e aver scampato insieme a lei un pericolo che, non so perché la chiamano città degli angeli, ma noi dai nostri siamo state protette.  

   
Ci rivediamo presto Bangkok, ma prima ci godiamo un altro angolo di paradiso.

Direzione Koh Panghan.

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2 vagaBionde a Malta

Avete presente quelle partenze rilassate, che si arriva tutti in anticipo?
che l’aereo è in orario?
che ti sei ricordato di chiudere il gas, di spegnere la luce e non hai parcheggiato la macchina in doppia fila?
che hai messo in valigia lo spazzolino da denti e le ciabatte per la doccia senza rischiare di prendere 3 differenti malattie in 3 giorni?

Perfetto! Cancellate queste immagini e pensate piuttosto ad un appuntamento fissato la sera prima alle 12:00, ed una telefonata che inizia con:
“Tes, io sono a Termini, tu dove sei?”
“…Cazzo io ancora mi devo lavare…”
Aggiungeteci un incendio a Fiumicino, molti, tanti voli cancellati, il nostro che parte con 2 ore e mezza di ritardo e ad un’attesa che in qualche modo va impiegata.

Ecco, è così che io e Tina siamo arrivate a Malta.
D’altronde questa era solo la nostra seconda vacanza insieme, dobbiamo ancora affinare qualche tecnica organizzativa e poi per il 3° viaggio…siamo pronte!

 

Nel frattempo abbiamo fatto scorta di un sacco di consigli utili che, per generosità, condivido con voi:

Punto 1. Se il vostro volo è in ritardo, comprate le parole crociate, imparate a fare il sudoku o svaligiate i duty free.
Insomma, qualsiasi cosa ma non bevete 5 bicchieri di vino prima di salire in aereo, le conseguenze potrebbero avere dei risvolti imprevedibili, tipo: non riuscire a caricare la valigia nella cappelliera!

Punto 2. Se vuoi mangiare in totale relax e fare due chiacchiere dopo una lunga settimana di lavoro, non andare a cena a Paceville: potresti passare la serata in compagnia di gente assai molesta. Assai.

“I can kill you, I can kill you” 😅


Punto 3. A Malta c’è un sacco di gente che corre ma…pochissimi conigli che saltano.
Si stanno estinguendo tutti!

Praticamente si potresbbe girare il remake di questa scena di Forrest Gump con il coniglio
Coniglio arrosto, bollito, grigliato, al forno, saltato, c’è lo spiedino di coniglio, coniglio con cipolla, zuppa di coniglio, coniglio fritto in padella….

Punto 4. A La valletta stanno troppo avanti

Prego vedere diapositive successive.


 Punto 5. Con il vento non si dovrebbero scattare foto, ma se hai il coraggio di farle, allora devi trovare il coraggio di pubblicarle. Check

 

Punto 6. Crepi l’avarizia. In generale. Nelle sue manifestazioni più ampie e variegate.
Esempio:

“Tì ma con il roaming attivato tutto il giorno quanto stai spendendo?”
“Sto già a 100€, Crepi l’avarizia!”

“Ragazze volete anche il dolce?”
“Certo! Crepi l’avarizia!

La valletta, 2 insalate e 2 spritz 40€! Crepi l’avarizia! (si saranno offesi perché non abbiamo ordinato il coniglio)

In poche parole…bisogna vivere bene!

Punto 7. Dovete andare a Paradise bay. Peffforza!


Punto 8. Malta è una Londra sul mare (ma anche un po’ Baghdad senza bombardamenti.)


Punto 9. Malta ha le piscine belle e i pastizzi buoni. What else?

 

Punto 10. Ricordarsi sempre di mettere shampoo in valigia, perché se per due giorni ti lavi con il sapone-mani dei bagni pubblici degli stabilimenti, i capelli ti cadono (e scroccare lo shampoo jhonson alle bambine in vacanza non vale!)

Punto 11. Non viaggiare più con Vueling!

Perchè avete presente quelle partenze rilassate, che ti sei ricordato tutto, che il giorno dopo devi andare a lavoro, che hai l’ansia del traffico in una città che non conosci e che quindi vuoi arrivare in aeroporto con un po’ di anticipo?

Ecco, noi stavolta, memori dell’andata, in aeroposto ci siamo arrivate prima.
Di ben 24 ore, in effetti.
Perché quando viaggi con una low cost appunto, ti può capitare di arrivare in aeroporto e scoprire che il volo è stato posticipato al giorno dopo.
E chi parte adesso? ehhhhhh…


E quindi Vueling ci ha costretto contro ogni volontà ad un imprevisto Lunedì a Malta fatto di colazione-pranzo con vista, di mail inviate a bordo “piscina” ed un gelato sul lungomare.

Come dire…che fatica essere Noi!

 

 

Ed io è qui che voglio stare

C’erano tre romani, una milanese, tre napoletane, un torinese, una toscana e due abruzzesi…attorno ad un tavolo.
Abbiamo riso un sacco ma no, non è una barzelletta.
E’ il prosieguo di un pomeriggio in visita alla mostra di David LaChapelle, ora al Palazzo delle Esposizioni.
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E’ una di quelle serate non organizzate.
Che se prima eravamo in 5 a vedere la mostra, poi eravamo in 12 (a ballare l’hully gully) e allo stesso tavolo a scambiare spicchi di pizza e pezzetti di vita.
Quelle serate leggere che iniziano con una birretta in una delle piazzette di Monti e terminano passeggiando a parlare di dialetti, di modi diversi per dire la stessa cosa.
E della stessa cosa che significa cose diverse a seconda di dove e come le dici.

Un esempio su tutti? La differenza tra sto cazzo e sti cazzi.
So che per gli amici romani sembrerà una precisazione inutile, ma è invece diventato il mio metro di misura per testare l’integrazione con la lingua nostrana, da parte degli amici sparsi qua e là per l’Italia.

Dunque, se io ti racconto una cosa che per me è proprio bella ed interessante, che ci metto un’ora a raccontartela perché ci metto tutti i dettaglini, i ghirigori e le coccarde, e tu, estasiato, mi vuoi far capire che hai apprezzato…ecco tu, a quel punto, devi esclamare “STO CAZZO!!!!”.
Perché se vuoi che la nostra amicizia continui, anche fingendo, la tua reazione deve essere “Ammappa”, “Anvedi”, “Perbacco che cosa interessante mi hai raccontato“, una ficata pazzesca, insomma.
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Se invece rispondi “Sti cazzi!” pure mezzo sorridente e con un’enfasi degna di nota…la conversazione potrebbe interrompersi e riprendere…mai.

Comunque, siparietto a parte, ho scoperto un sacco di cose.
Per esempio che  “ti do la merda” è l’alter ego del nostro “te do na pista“.
Che se ti chiami Esposito e sei di Napoli non hai proprio un bel nome di cui far vanto.
Che “boia de” è abusato, ma solo a Livorno.
Che il termine “mignotta” ha un’origine tutt’altro che volgare (se morite dalla voglia di approfondire, potete farlo qui)
Che a Milano se tiri pacco e hai paccato, stai dando buca. A Roma hai solo limonato forte.

Continuiamo per un po’ così fino a che, per rimanere in tema, s’è fatta ‘na certa e ci salutiamo.
Mi sono ritrovata così a cercare la macchina a Via Cavour, non ricordando che invece l’avessi lasciata da tutt’altra parte – secondo atto di demenza senile nell’arco di una settimana – ma mi soffermo a pensare ad altro.

Sì, alle 2.00 di notte gironzolando da sola, a Roma, ho realizzato che è un anno esatto che sono tornata a Casa.
E’ stato emozionante scoprire che a dispetto di quello che pensavo, dopo essermene allontanata per poi tornare, l’amore per la mia città è cresciuto.
Cresciuto, nel senso di aumentato.
Cresciuto, nel senso che è maturato.
Ora è piu’ consapevole.

Sono partita non sapendo quando sarei tornata.
Ma sapevo che lo avrei fatto.

E lo ha saputo da sempre anche Torino che mi ha accolta, coccolata e persino riscaldata lasciandomi sempre la libertà di andare.

Ed io non so quali altri giri farò.
Quali altre città faranno da dimora.
Ma so che qui ed ora, io è a Roma che voglio stare.

E Roma sì, è una città difficile.
Ci sono così tanti difetti che solo all’idea di iniziare ad elencarli, già sono stanca.
Come lo sono in mezzo al traffico di tutti i giorni.
All’idea di dover trovar parcheggio.
Di fronte alla strafottenza tutta romana, di certi posti.

Ma la verità è che questa mia Roma mi lascia senza fiato per tanti di quei motivi che il Colosseo e Fontana di Trevi in confronto non sono nemmeno un granchè.

Ed io, senza fiato, è qui che voglio stare.

Perché a Roma ci sono le cene in terrazzo con la mia famiglia, anche a Maggio. Con quel venticello che ci vuole il giacchetto.
Perché se ordini il caffè “a portar via” nessuno storce il naso.
Perché la birretta sociale a Monti, Trastevere o San Lorenzo c’ha tutto un altro sapore. Di quelli con le gambe incrociate seduta su una panchina o su un marciapiede che ti dimentiche del resto.
Perché l’estate, da tradizione, io la inauguro con le amiche di sempre ai chioschetti della frutta.
Perché a Roma c’è la Carbonara di mamma.
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Perché io quando sento “Tanto pe’ cantà” mi emoziono per davvero.
Perché il cielo di Roma senza nuvole dovrebbe avere un pantone registrato.
Perché quando passeggio per i Fori Imperiali io torno indietro nel tempo.
Perché esistono le piazze più belle del mondo. E poi le piazze di Roma.
Perché c’è la rosetta.
Perché posso tornare anche dal posto più pazzesco sulla faccia della terra, ma quando atterro di notte su Roma e la vedo tutta illuminata, ho la certezza di essere tornata nel posto giusto.
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Perché ci stanno i non luoghi e poi esistono i luoghi dell’anima.
Quelli dove c’è Casa


“Be’, certo che Roma è una città unica. Io tante volte me domando come fanno a campà quei poveracci che non vivono a Roma.
Dice: ma è diventata una città invivibile, tutti se ne vonno anna’. Ma restano tutti qua! È il fascino della Città Eterna!
Io per esempio sto a Roma da quando so’ nato, no?, e c’ho avuto la fortuna di restare ragazzo a lungo, per cui me so’ innammorato un sacco de vorte.
Ma poi quanno vai a strigne t’accorgi che gli amori so’ come le malattie: te ricordi solo quella più importante.”

Viale del re

Vieni a trovarmi.

Ci stanno i periodi di merda. Ce li abbiamo tutti. E tutti, chi prima chi poi, ci siamo armati di pala e secchiello e ci siamo messi a spalare merda.

Capita però, che in un periodo no “programmato” dove le cose che non vanno e che non andranno le riesci ad identificare bene -non le controlli e non le domi, ma quantomeno le riesci a circoscrivere- che succede quello che non ti aspetti.

Capitano tragedie fuori programma, le docce  fredde.

Una telefonata che arriva con un singhiozzo. E una telefonata dove non ci sono le parole non porta mai una bella notizia.

È l’inizio della fine, infatti. È come se una casa bella ad un certo punto viene colpita da un terremoto. Come se ad un certo punto uno dei pilastri, una certezza, crolla e inizia a portarsi con te tutto il resto. 

L’intonaco. Il soffitto. Le lampadine. I quadri

Tutto. Crolla tutto e in un attimo. 

Che te ne accorgi ma non hai nemmeno il tempo di capire come correre ai ripari, come andare a reggere il soffitto, come impedire che le lenzuola si riempiano di calcinacci e i piatti a scivolare via dalla credenza. Non hai il tempo di difenderla quella Casa perché non sei abbastanza forte rispetto all’imprevedibilità. 

È il cielo che è crollato ma la terra sotto i piedi a mancare. 

Sì, senza la terra sotto i piedi. È così che ci si sente quando ti dicono “arresto cardiaco“. Quando si tratta di un uomo di 70 anni che fino a ieri era in giardino per rendere bella la casa di cui sopra. Quando si tratta di tuo Nonno che nel giro di due ore non c’è più, è così che ci si sente.

Puoi pure correre forte forte, più che puoi. Suonare il clacson, arrivare lì e sperare di poter far qualcosa. 

Ma la paura corre più forte di te.

La paura di non riuscire a ricordare la sua voce, la paura di dimenticare il calore delle sue mani, già fredde. La paura di metabolizzare un dolore che non vuoi accettare, credere vero.

E inizia il tram tram dei saluti. Inizia la filiera delle condoglianze, quelle che un po’ ti scaldano e quelle che invece devi mandar giù. Inizia il via vai di persone che entrano ed escono dalla casa terremotata. 

Nella casa dove il silenzio non c’è mai stato e dove invece oggi si parlava a bassavoce. Dove incontrando pezzi di quotidianità chiedi a te stesso se è possibile che la vita sia davvero così imprevedibile. 

Visita medica Tor vergata lunedì 30 ore 9:30. 

Sai che a quella visita non ci andrà nessuno. Che d’ora in poi, agli appuntamenti importanti ci sarà sempre una mancanza che si farà notare con prepotenza. 

D’ora in poi, quando per tutti gli altri i riflettori si saranno spenti, l’occhio di bue rimarrà acceso sulla tua sedia vuota.

E allora mi chiedo, ti chiedo: dove sei andato? Perché così presto? Perché? …perchè cazzo!

Tu che ci tenevi ad essere presente, perché hai deciso di rinunciare a tutte le cose che dovevamo ancora fare tutti insieme. 

Dimmi almeno che nei tuoi progetti c’è quello di venirci a trovare ogni tanto. Fallo a modo tuo, con i gesti semplici che ti appartengono. Ma vieni a portarci un ultimo saluto di cui questa vita imprevedibile ci ha privato.

Facci compagnia nelle notti insonni come questa. Fai in modo che questi attacchi di panico notturni scompaiano presto. 

Io ti prometto che imparerò a rispondere alle domande di Jacopo prima e a raccontare di te a Margherita poi

Spiegherò a Jacopo che non è colpa di nessuno “io lo so che Gesù per queste malattie non può fare niente, ma stavolta gli ho chiesto se può fare un’eccezione”. 

Cercherò di trovare le parole giuste. Me le inventerò perché non le conosco nemmeno io. 

Ma ti prego, tu trasforma questi incubi in sogno. Vieni a trovarmi.

La colazione di Pasqua

Da piccolo ti insegnano che “Natale con i tuoi e Pasqua con chi vuoi” e per un certo periodo dell’adolescenza non vedi l’ora di sentirti grande ed omaggiare quello sfrenato senso di libertà che ti offre quel “chi vuoi“.

Solo che poi, crescendo, ti accorgi che quello che vuoi, che proprio non vedi l’ora, è alzarti e godere della colazione di Pasqua, con i tuoi.

Quella colazione che la parola d’ordine è ottimizzare: che è anche un po’ pranzo, un po’ merenda e un po’ cena. Insieme.
Quella che potrebbe essere la scorta per un mese in trincea.

Quella che legittima latte e vino nella stessa tavola. E perchè no, nello stesso bicchiere.
Corallina e colomba nello stesso piatto. Una bomba di abbinamento.
Quella che inizi col dolce, passi al salato, e poi sì, un pezzetto di cioccolata ancora!
(per poi spiegare su Whatsapp a chi ne è ignaro – Dio perdonali, non sanno cosa dicono – che cos’è la coratella.)

La colazione di Pasqua è quella delle uova disegnate.
Che ci vuole un po’ di immaginazione.
Ma anche quella delle uova di cioccolata, con le sorprese dentro – dove invece chi se l’è inventate e ce le ha messe dentro non deve averne avuta molta, d’immaginazione –
Ma che non importa cosa ci trovi, ma è la perfezione di quell’uovo liscio, del profumo della cioccolata kinder a concederti di tornare bambina.

Sì, La colazione di Pasqua è un rito. Un valore.
Quello glicemico.

Sopravvivere ad un trasloco – lo stai facendo sbagliato!

La cosa bella dei traslochi (ah, c’è una cosa bella, quindi?!)
Dicevamo.
La cosa bella dei traslochi è che sì, prepari le scatole, ti spazientisci ed annoi a morte, procrastini come mai nella vita, tiri fuori un sacco di polvere, apri e chiudi il frigorifero ancora più compulsivamente…ma è anche un po’ come aprire il tuo personale vaso di Pandora.

E come quando apri una scatola confezionata dove tutto è stato incastrato al millimetro …poi niente ritorna al suo posto e anzi, ringrazia se rientra tutto.
Puoi pure mentire a te stessa e farti credere che hai fatto un corso in impacchettamento, ma cara mia..non s’ha da fare!
Quindi sei lì che cerchi di ottimizzare qualsiasi cosa.
Il tempo
lo spazio
lo scotch
apri il frigorifero
il cartone,
fai le liste
chiudi il frigorifero
le scatole grandi
quelle piccole e…ok. si è capito. 

E finisce che l’unica cosa che ottimizzi è il fatturato di Kleneex

Ed è assurdo come ogni volta (ah già, vero! “Ciao sono Micaela ho 25 anni e sono al mio sesto trasloco“).
Dicevamo.
E’ assurdo come ogni benedetta volta parti convinta di fare man bassa di fogli, foglietti, biglietti del cinema, scontrini, rose appassite, cd masterizzati e gadget improbabili presi in altrettanti eventi improbabili.
Ti senti un po’ come quegli pseudo mostri che si vedono nei film, sì quelli tritatutto con tanto di armatura pronti a sterminare l’intera umanità.
E tu pensi di essere più o meno come loro con la tua specie da sterminare, quella dei ricordi e alla fine hai la conferma che non solo sei un’accumulatrice seriale, ma a quanto pare sei pure un’inguaribile romantica.
E con gli anni, ‘ste due caratteristiche possono fare grandi cose insieme: sì portarti a vivere in una cemeretta che sembra più che altro un robivecchi, per esempio.

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Succede quindi che ti prepari psicologicamente alla nuova era del “ciao sono Micaela (quella di prima!), ho 25 anni e sono 3 giorni che non accumulo niente!” e…velocizzi i gesti.
Una sorta di lotta contro-il-tempo-contro-te-stessa.
Della serie “e mo’ ti frego!
Certo, se tu il biglietto del cinema che si è sbiadito e non sai più nemmeno a quale film faccia riferimento, lo butti velocemente senza guardarlo, potrebbe essere che ce l’hai quasi fatta!
Un po’ più complicato quando hai davanti la fascia del primo concerto di Ligabue, che pure se è un po’ impolverata fa sempre la sua porca figura o la corona di alloro della laurea che ogni giorno perde una foglia ma che tu con perseveranza lasci lì agonizzante in attesa di una morte definitiva.

E alla fine arriva…Molly! No, alla fine arrivano i libri.
E da quelli non ci si separa a prescindere. Mai. Never. Nunca. Non se ne parla!
Anzi, non vedi l’ora di risistemarli nelle future librerie, anche con un certo ordine, il tuo.
Ci sono quelli che ti porteresti un po’ ovunque.
Quelli che ho portato anche a Torino, così…per farmi compagnia.
Per rendere una casa nuova, la mia casa.
Per quell’aria familiare che sanno avere i libri.

Li prendi in blocco, li incastri a tetris negli scatoloni.
Lo sai che li porterai.

Sono i superstiti di qualsiasi trasloco per questo non ci perdi troppo tempo.
Quasi con tutti, tranne che con lui. Il tuo primo libro.

Dai, le abbiamo tutti quelle letture che un po’ ti cambiano.
Un po’ per sempre intendo.
Sono quelle che tornano ricorrenti nella vita, che giocano a nascondino ma che certe volte voglio proprio farsi tanare. “ciao, io mi nascondo, ma se tu proprio non mi trovi vienimi a cercare qui, nascosto in quella frase che proprio sarebbe perfetta per questo momento della tua vita.”

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Ecco. Il piccolo principe.
Il mio, non quello che ho reagalato a Jacopo a Natale.
Non quello che ormai trovi pure al supermercato. No, proprio il mio.
E sorrido.
Non per la carta ingiallita, per la copertina trasparente con la quale lo avevo foderato.
Non per il segnalibro a forma di tartaruga.
Perchè lo sfoglio, finisco quasi per leggerne metà e arrivo ad una frase e come consuetudine quando un pensiero mi colpisce, faccio un’orecchietta alla pagina.
E sorrido
Perchè mi accorgo che quella pagina l’orecchietta ce l’ha già. E allora penso che cambiano tante cose.
Cambiano le case, cambia la famiglia, cambia che sei più grande, che certe parole non hai più bisogno di andare a cercare sul dizionario e che a prescindere adessero useresti internet.
Cambiano i comodini cui poggiarceli sopra i libri, e cambiano i cuscini dove abbandonare i pensieri.
Ma certe cose no, non troveranno mai il tempo come proprio alleato.

«Che cosa vuol dire ‘addomesticare’?
“È una cosa da molto dimenticata. Vuol dire ‘creare dei legami’…”
“Creare dei legami?”
“Certo”, disse la volpe. “Tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo”»

Ah, che belli i traslochi!
(Questa frase potrà essere utilizzata contro di me, ho diritto a rimenere in silenzio, ho diritto ad un avvocato, ma se è un facchino tutto fare, meglio!)

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“De sciò mas’t go on”

Capita che senti parlare con molto entusiasmo di uno Spettacolo e basterebbe quel tanto di curiosità per decidere di prendere il biglietto e… godersi lo spettacolo.

Se poi ci aggiungi il sole di Napoli e quell’atmosfera magica che è solita regalare, i ritmi lenti della Domenica mattina con il Vesuvio che si staglia prepotente sul lungomare Caracciolo.
Il caffè al Vomero, il pranzo da Nennella prima e al borgo Marinaro poi, le sfogliatelle senza cui non poter fare rientro a casa e una compagnia cui sarebbe stato veramente impossibile chiedere di più, è un attimo.
image2 image1Sì, è un attimo che ti ritrovi in un bordello, una casa chiusa, che invece ti apre alle emozioni più intime.

Ti trovi in mezzo a delle prostituite, a mistress e “il papi“.
Scopri di dover contrattare tu in prima persona per avere una prestazione e di volta in volta è solo l’istinto a guidare per decidere con chi andare.

Un siparietto e le presentazioni di rito iniziali e si può dare il via a questo turbinio di performance.
E se un Bordello è la casa del piacere, allora il posto è quello giusto.
Non c’è un godimento carnale ma in ogni stanza si crea l’intimità giusta per far raggiungere l’orgasmo all’anima. È brivido, stupore, paura e pelle d’oca insieme.

Basta il primo incontro ravvicinato per scoprire che la prostituta smette di essere tale nel momento in cui veste i panni di attore.
Un attore lì, a due passi da te, in 10 mq  per sole 6,7 persone o poche di più.
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Un primo monologo commovente, toccante. Quasi vorresti asciugarle quelle lacrime tanto sono sembrate vere, ma “de Sció mas’t go on” è scritto sullo specchio.
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E allora vai col secondo amplesso. È scioccante. Quasi difficile riprendersi ma pronta per essere disarmata completamente e di nuovo da “ultimo giorno di un condannato a morte“.
Passiamo per uno spettacolo comico, ma arriviamo alla vera apoteosi del piacere con il monologo “tra le pietre“. Esco incredula, persa in quello sguardo drogato ed errante…quasi impaurita.

Ma lo spettacolo cambia registro di nuovo.
Performance canoniche di nuovo da emozione e sì, siamo tutti in platea.
Prostitute e clienti mischiati come fosse un bordello nel Bordello.
Il teatro si trasforma in balera. Si balla la pizzica, il can can, ci si abbraccia e non si vuole più andare via.
Non prima di aver ringraziato ad uno ad uno gli artefici del piacere.

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Così si passa dal Bordello di Dignità autonome di Prostituzione al bordello di piazza Bellini.
Ma questa, come sempre, è un’altra storia.
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