Ed io è qui che voglio stare

C’erano tre romani, una milanese, tre napoletane, un torinese, una toscana e due abruzzesi…attorno ad un tavolo.
Abbiamo riso un sacco ma no, non è una barzelletta.
E’ il prosieguo di un pomeriggio in visita alla mostra di David LaChapelle, ora al Palazzo delle Esposizioni.
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E’ una di quelle serate non organizzate.
Che se prima eravamo in 5 a vedere la mostra, poi eravamo in 12 (a ballare l’hully gully) e allo stesso tavolo a scambiare spicchi di pizza e pezzetti di vita.
Quelle serate leggere che iniziano con una birretta in una delle piazzette di Monti e terminano passeggiando a parlare di dialetti, di modi diversi per dire la stessa cosa.
E della stessa cosa che significa cose diverse a seconda di dove e come le dici.

Un esempio su tutti? La differenza tra sto cazzo e sti cazzi.
So che per gli amici romani sembrerà una precisazione inutile, ma è invece diventato il mio metro di misura per testare l’integrazione con la lingua nostrana, da parte degli amici sparsi qua e là per l’Italia.

Dunque, se io ti racconto una cosa che per me è proprio bella ed interessante, che ci metto un’ora a raccontartela perché ci metto tutti i dettaglini, i ghirigori e le coccarde, e tu, estasiato, mi vuoi far capire che hai apprezzato…ecco tu, a quel punto, devi esclamare “STO CAZZO!!!!”.
Perché se vuoi che la nostra amicizia continui, anche fingendo, la tua reazione deve essere “Ammappa”, “Anvedi”, “Perbacco che cosa interessante mi hai raccontato“, una ficata pazzesca, insomma.
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Se invece rispondi “Sti cazzi!” pure mezzo sorridente e con un’enfasi degna di nota…la conversazione potrebbe interrompersi e riprendere…mai.

Comunque, siparietto a parte, ho scoperto un sacco di cose.
Per esempio che  “ti do la merda” è l’alter ego del nostro “te do na pista“.
Che se ti chiami Esposito e sei di Napoli non hai proprio un bel nome di cui far vanto.
Che “boia de” è abusato, ma solo a Livorno.
Che il termine “mignotta” ha un’origine tutt’altro che volgare (se morite dalla voglia di approfondire, potete farlo qui)
Che a Milano se tiri pacco e hai paccato, stai dando buca. A Roma hai solo limonato forte.

Continuiamo per un po’ così fino a che, per rimanere in tema, s’è fatta ‘na certa e ci salutiamo.
Mi sono ritrovata così a cercare la macchina a Via Cavour, non ricordando che invece l’avessi lasciata da tutt’altra parte – secondo atto di demenza senile nell’arco di una settimana – ma mi soffermo a pensare ad altro.

Sì, alle 2.00 di notte gironzolando da sola, a Roma, ho realizzato che è un anno esatto che sono tornata a Casa.
E’ stato emozionante scoprire che a dispetto di quello che pensavo, dopo essermene allontanata per poi tornare, l’amore per la mia città è cresciuto.
Cresciuto, nel senso di aumentato.
Cresciuto, nel senso che è maturato.
Ora è piu’ consapevole.

Sono partita non sapendo quando sarei tornata.
Ma sapevo che lo avrei fatto.

E lo ha saputo da sempre anche Torino che mi ha accolta, coccolata e persino riscaldata lasciandomi sempre la libertà di andare.

Ed io non so quali altri giri farò.
Quali altre città faranno da dimora.
Ma so che qui ed ora, io è a Roma che voglio stare.

E Roma sì, è una città difficile.
Ci sono così tanti difetti che solo all’idea di iniziare ad elencarli, già sono stanca.
Come lo sono in mezzo al traffico di tutti i giorni.
All’idea di dover trovar parcheggio.
Di fronte alla strafottenza tutta romana, di certi posti.

Ma la verità è che questa mia Roma mi lascia senza fiato per tanti di quei motivi che il Colosseo e Fontana di Trevi in confronto non sono nemmeno un granchè.

Ed io, senza fiato, è qui che voglio stare.

Perché a Roma ci sono le cene in terrazzo con la mia famiglia, anche a Maggio. Con quel venticello che ci vuole il giacchetto.
Perché se ordini il caffè “a portar via” nessuno storce il naso.
Perché la birretta sociale a Monti, Trastevere o San Lorenzo c’ha tutto un altro sapore. Di quelli con le gambe incrociate seduta su una panchina o su un marciapiede che ti dimentiche del resto.
Perché l’estate, da tradizione, io la inauguro con le amiche di sempre ai chioschetti della frutta.
Perché a Roma c’è la Carbonara di mamma.
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Perché io quando sento “Tanto pe’ cantà” mi emoziono per davvero.
Perché il cielo di Roma senza nuvole dovrebbe avere un pantone registrato.
Perché quando passeggio per i Fori Imperiali io torno indietro nel tempo.
Perché esistono le piazze più belle del mondo. E poi le piazze di Roma.
Perché c’è la rosetta.
Perché posso tornare anche dal posto più pazzesco sulla faccia della terra, ma quando atterro di notte su Roma e la vedo tutta illuminata, ho la certezza di essere tornata nel posto giusto.
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Perché ci stanno i non luoghi e poi esistono i luoghi dell’anima.
Quelli dove c’è Casa


“Be’, certo che Roma è una città unica. Io tante volte me domando come fanno a campà quei poveracci che non vivono a Roma.
Dice: ma è diventata una città invivibile, tutti se ne vonno anna’. Ma restano tutti qua! È il fascino della Città Eterna!
Io per esempio sto a Roma da quando so’ nato, no?, e c’ho avuto la fortuna di restare ragazzo a lungo, per cui me so’ innammorato un sacco de vorte.
Ma poi quanno vai a strigne t’accorgi che gli amori so’ come le malattie: te ricordi solo quella più importante.”

Viale del re

Vieni a trovarmi.

Ci stanno i periodi di merda. Ce li abbiamo tutti. E tutti, chi prima chi poi, ci siamo armati di pala e secchiello e ci siamo messi a spalare merda.

Capita però, che in un periodo no “programmato” dove le cose che non vanno e che non andranno le riesci ad identificare bene -non le controlli e non le domi, ma quantomeno le riesci a circoscrivere- che succede quello che non ti aspetti.

Capitano tragedie fuori programma, le docce  fredde.

Una telefonata che arriva con un singhiozzo. E una telefonata dove non ci sono le parole non porta mai una bella notizia.

È l’inizio della fine, infatti. È come se una casa bella ad un certo punto viene colpita da un terremoto. Come se ad un certo punto uno dei pilastri, una certezza, crolla e inizia a portarsi con te tutto il resto. 

L’intonaco. Il soffitto. Le lampadine. I quadri

Tutto. Crolla tutto e in un attimo. 

Che te ne accorgi ma non hai nemmeno il tempo di capire come correre ai ripari, come andare a reggere il soffitto, come impedire che le lenzuola si riempiano di calcinacci e i piatti a scivolare via dalla credenza. Non hai il tempo di difenderla quella Casa perché non sei abbastanza forte rispetto all’imprevedibilità. 

È il cielo che è crollato ma la terra sotto i piedi a mancare. 

Sì, senza la terra sotto i piedi. È così che ci si sente quando ti dicono “arresto cardiaco“. Quando si tratta di un uomo di 70 anni che fino a ieri era in giardino per rendere bella la casa di cui sopra. Quando si tratta di tuo Nonno che nel giro di due ore non c’è più, è così che ci si sente.

Puoi pure correre forte forte, più che puoi. Suonare il clacson, arrivare lì e sperare di poter far qualcosa. 

Ma la paura corre più forte di te.

La paura di non riuscire a ricordare la sua voce, la paura di dimenticare il calore delle sue mani, già fredde. La paura di metabolizzare un dolore che non vuoi accettare, credere vero.

E inizia il tram tram dei saluti. Inizia la filiera delle condoglianze, quelle che un po’ ti scaldano e quelle che invece devi mandar giù. Inizia il via vai di persone che entrano ed escono dalla casa terremotata. 

Nella casa dove il silenzio non c’è mai stato e dove invece oggi si parlava a bassavoce. Dove incontrando pezzi di quotidianità chiedi a te stesso se è possibile che la vita sia davvero così imprevedibile. 

Visita medica Tor vergata lunedì 30 ore 9:30. 

Sai che a quella visita non ci andrà nessuno. Che d’ora in poi, agli appuntamenti importanti ci sarà sempre una mancanza che si farà notare con prepotenza. 

D’ora in poi, quando per tutti gli altri i riflettori si saranno spenti, l’occhio di bue rimarrà acceso sulla tua sedia vuota.

E allora mi chiedo, ti chiedo: dove sei andato? Perché così presto? Perché? …perchè cazzo!

Tu che ci tenevi ad essere presente, perché hai deciso di rinunciare a tutte le cose che dovevamo ancora fare tutti insieme. 

Dimmi almeno che nei tuoi progetti c’è quello di venirci a trovare ogni tanto. Fallo a modo tuo, con i gesti semplici che ti appartengono. Ma vieni a portarci un ultimo saluto di cui questa vita imprevedibile ci ha privato.

Facci compagnia nelle notti insonni come questa. Fai in modo che questi attacchi di panico notturni scompaiano presto. 

Io ti prometto che imparerò a rispondere alle domande di Jacopo prima e a raccontare di te a Margherita poi

Spiegherò a Jacopo che non è colpa di nessuno “io lo so che Gesù per queste malattie non può fare niente, ma stavolta gli ho chiesto se può fare un’eccezione”. 

Cercherò di trovare le parole giuste. Me le inventerò perché non le conosco nemmeno io. 

Ma ti prego, tu trasforma questi incubi in sogno. Vieni a trovarmi.

La colazione di Pasqua

Da piccolo ti insegnano che “Natale con i tuoi e Pasqua con chi vuoi” e per un certo periodo dell’adolescenza non vedi l’ora di sentirti grande ed omaggiare quello sfrenato senso di libertà che ti offre quel “chi vuoi“.

Solo che poi, crescendo, ti accorgi che quello che vuoi, che proprio non vedi l’ora, è alzarti e godere della colazione di Pasqua, con i tuoi.

Quella colazione che la parola d’ordine è ottimizzare: che è anche un po’ pranzo, un po’ merenda e un po’ cena. Insieme.
Quella che potrebbe essere la scorta per un mese in trincea.

Quella che legittima latte e vino nella stessa tavola. E perchè no, nello stesso bicchiere.
Corallina e colomba nello stesso piatto. Una bomba di abbinamento.
Quella che inizi col dolce, passi al salato, e poi sì, un pezzetto di cioccolata ancora!
(per poi spiegare su Whatsapp a chi ne è ignaro – Dio perdonali, non sanno cosa dicono – che cos’è la coratella.)

La colazione di Pasqua è quella delle uova disegnate.
Che ci vuole un po’ di immaginazione.
Ma anche quella delle uova di cioccolata, con le sorprese dentro – dove invece chi se l’è inventate e ce le ha messe dentro non deve averne avuta molta, d’immaginazione –
Ma che non importa cosa ci trovi, ma è la perfezione di quell’uovo liscio, del profumo della cioccolata kinder a concederti di tornare bambina.

Sì, La colazione di Pasqua è un rito. Un valore.
Quello glicemico.

Sopravvivere ad un trasloco – lo stai facendo sbagliato!

La cosa bella dei traslochi (ah, c’è una cosa bella, quindi?!)
Dicevamo.
La cosa bella dei traslochi è che sì, prepari le scatole, ti spazientisci ed annoi a morte, procrastini come mai nella vita, tiri fuori un sacco di polvere, apri e chiudi il frigorifero ancora più compulsivamente…ma è anche un po’ come aprire il tuo personale vaso di Pandora.

E come quando apri una scatola confezionata dove tutto è stato incastrato al millimetro …poi niente ritorna al suo posto e anzi, ringrazia se rientra tutto.
Puoi pure mentire a te stessa e farti credere che hai fatto un corso in impacchettamento, ma cara mia..non s’ha da fare!
Quindi sei lì che cerchi di ottimizzare qualsiasi cosa.
Il tempo
lo spazio
lo scotch
apri il frigorifero
il cartone,
fai le liste
chiudi il frigorifero
le scatole grandi
quelle piccole e…ok. si è capito. 

E finisce che l’unica cosa che ottimizzi è il fatturato di Kleneex

Ed è assurdo come ogni volta (ah già, vero! “Ciao sono Micaela ho 25 anni e sono al mio sesto trasloco“).
Dicevamo.
E’ assurdo come ogni benedetta volta parti convinta di fare man bassa di fogli, foglietti, biglietti del cinema, scontrini, rose appassite, cd masterizzati e gadget improbabili presi in altrettanti eventi improbabili.
Ti senti un po’ come quegli pseudo mostri che si vedono nei film, sì quelli tritatutto con tanto di armatura pronti a sterminare l’intera umanità.
E tu pensi di essere più o meno come loro con la tua specie da sterminare, quella dei ricordi e alla fine hai la conferma che non solo sei un’accumulatrice seriale, ma a quanto pare sei pure un’inguaribile romantica.
E con gli anni, ‘ste due caratteristiche possono fare grandi cose insieme: sì portarti a vivere in una cemeretta che sembra più che altro un robivecchi, per esempio.

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Succede quindi che ti prepari psicologicamente alla nuova era del “ciao sono Micaela (quella di prima!), ho 25 anni e sono 3 giorni che non accumulo niente!” e…velocizzi i gesti.
Una sorta di lotta contro-il-tempo-contro-te-stessa.
Della serie “e mo’ ti frego!
Certo, se tu il biglietto del cinema che si è sbiadito e non sai più nemmeno a quale film faccia riferimento, lo butti velocemente senza guardarlo, potrebbe essere che ce l’hai quasi fatta!
Un po’ più complicato quando hai davanti la fascia del primo concerto di Ligabue, che pure se è un po’ impolverata fa sempre la sua porca figura o la corona di alloro della laurea che ogni giorno perde una foglia ma che tu con perseveranza lasci lì agonizzante in attesa di una morte definitiva.

E alla fine arriva…Molly! No, alla fine arrivano i libri.
E da quelli non ci si separa a prescindere. Mai. Never. Nunca. Non se ne parla!
Anzi, non vedi l’ora di risistemarli nelle future librerie, anche con un certo ordine, il tuo.
Ci sono quelli che ti porteresti un po’ ovunque.
Quelli che ho portato anche a Torino, così…per farmi compagnia.
Per rendere una casa nuova, la mia casa.
Per quell’aria familiare che sanno avere i libri.

Li prendi in blocco, li incastri a tetris negli scatoloni.
Lo sai che li porterai.

Sono i superstiti di qualsiasi trasloco per questo non ci perdi troppo tempo.
Quasi con tutti, tranne che con lui. Il tuo primo libro.

Dai, le abbiamo tutti quelle letture che un po’ ti cambiano.
Un po’ per sempre intendo.
Sono quelle che tornano ricorrenti nella vita, che giocano a nascondino ma che certe volte voglio proprio farsi tanare. “ciao, io mi nascondo, ma se tu proprio non mi trovi vienimi a cercare qui, nascosto in quella frase che proprio sarebbe perfetta per questo momento della tua vita.”

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Ecco. Il piccolo principe.
Il mio, non quello che ho reagalato a Jacopo a Natale.
Non quello che ormai trovi pure al supermercato. No, proprio il mio.
E sorrido.
Non per la carta ingiallita, per la copertina trasparente con la quale lo avevo foderato.
Non per il segnalibro a forma di tartaruga.
Perchè lo sfoglio, finisco quasi per leggerne metà e arrivo ad una frase e come consuetudine quando un pensiero mi colpisce, faccio un’orecchietta alla pagina.
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Perchè mi accorgo che quella pagina l’orecchietta ce l’ha già. E allora penso che cambiano tante cose.
Cambiano le case, cambia la famiglia, cambia che sei più grande, che certe parole non hai più bisogno di andare a cercare sul dizionario e che a prescindere adessero useresti internet.
Cambiano i comodini cui poggiarceli sopra i libri, e cambiano i cuscini dove abbandonare i pensieri.
Ma certe cose no, non troveranno mai il tempo come proprio alleato.

«Che cosa vuol dire ‘addomesticare’?
“È una cosa da molto dimenticata. Vuol dire ‘creare dei legami’…”
“Creare dei legami?”
“Certo”, disse la volpe. “Tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo”»

Ah, che belli i traslochi!
(Questa frase potrà essere utilizzata contro di me, ho diritto a rimenere in silenzio, ho diritto ad un avvocato, ma se è un facchino tutto fare, meglio!)

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“De sciò mas’t go on”

Capita che senti parlare con molto entusiasmo di uno Spettacolo e basterebbe quel tanto di curiosità per decidere di prendere il biglietto e… godersi lo spettacolo.

Se poi ci aggiungi il sole di Napoli e quell’atmosfera magica che è solita regalare, i ritmi lenti della Domenica mattina con il Vesuvio che si staglia prepotente sul lungomare Caracciolo.
Il caffè al Vomero, il pranzo da Nennella prima e al borgo Marinaro poi, le sfogliatelle senza cui non poter fare rientro a casa e una compagnia cui sarebbe stato veramente impossibile chiedere di più, è un attimo.
image2 image1Sì, è un attimo che ti ritrovi in un bordello, una casa chiusa, che invece ti apre alle emozioni più intime.

Ti trovi in mezzo a delle prostituite, a mistress e “il papi“.
Scopri di dover contrattare tu in prima persona per avere una prestazione e di volta in volta è solo l’istinto a guidare per decidere con chi andare.

Un siparietto e le presentazioni di rito iniziali e si può dare il via a questo turbinio di performance.
E se un Bordello è la casa del piacere, allora il posto è quello giusto.
Non c’è un godimento carnale ma in ogni stanza si crea l’intimità giusta per far raggiungere l’orgasmo all’anima. È brivido, stupore, paura e pelle d’oca insieme.

Basta il primo incontro ravvicinato per scoprire che la prostituta smette di essere tale nel momento in cui veste i panni di attore.
Un attore lì, a due passi da te, in 10 mq  per sole 6,7 persone o poche di più.
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Un primo monologo commovente, toccante. Quasi vorresti asciugarle quelle lacrime tanto sono sembrate vere, ma “de Sció mas’t go on” è scritto sullo specchio.
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E allora vai col secondo amplesso. È scioccante. Quasi difficile riprendersi ma pronta per essere disarmata completamente e di nuovo da “ultimo giorno di un condannato a morte“.
Passiamo per uno spettacolo comico, ma arriviamo alla vera apoteosi del piacere con il monologo “tra le pietre“. Esco incredula, persa in quello sguardo drogato ed errante…quasi impaurita.

Ma lo spettacolo cambia registro di nuovo.
Performance canoniche di nuovo da emozione e sì, siamo tutti in platea.
Prostitute e clienti mischiati come fosse un bordello nel Bordello.
Il teatro si trasforma in balera. Si balla la pizzica, il can can, ci si abbraccia e non si vuole più andare via.
Non prima di aver ringraziato ad uno ad uno gli artefici del piacere.

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Così si passa dal Bordello di Dignità autonome di Prostituzione al bordello di piazza Bellini.
Ma questa, come sempre, è un’altra storia.
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La vita di quartiere, a San Lorenzo.

Mi avessero chiesto cosa pensassi di San Lorenzo qualche mese fa, con indifferenza avrei risposto che lo trovavo un quartiere sporco, frequentato da spacciatori e punkabbestia e dove non si trova mai parcheggio.
E ahimè, non mi sbagliavo del tutto.
Il quartiere non è cambiato, e in realtà…nemmeno io.
Ma è bastato ritornarci dopo qualche tempo per vedere le cose con occhi diversi… e averne una percezione semplicemente…più romantica.

Intanto, prima mi capitava di capitarci ogni tanto e per caso, ora è il quartiere dove trascorro 10 ore della mia giornata: ci lavoro.

E di giorno San lorenzo è un altro posto.

Purtroppo è ancora fare lo slalom tra la sporcizia lasciata con incuranza vicino i cassonetti, tra i bisogni dei cani o tra le bottiglie di birra semirotte ai bordi del marciapiede.
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Ma è anche vita di quartiere. Quella vera, che non si respira ovunque, a Roma.
E’ quel posto dove il barbiere sa come ti chiami, il barista ti fa il solito e al supermercato la cassiera ti chiedi come stai.

Ma soprattutto è il posto dove quando chiedi ai tuoi colleghi “ma voi quando non andate a Piazza dei Sanniti, dov’è che andate a pranzo?” ti ritrovi nella bottega di un falegname e finisce a tarallucci e vino!… no ma dico perdavvero.
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Infatti è così che insieme a Vittoria scopro che “lo zio” è un uomo vecchio stampo, di quella scuola di pensiero per cui dove si mangia in 3, si mangia pure in 10.

Dove a pranzo il calzolaio, il farmacista e gli altri colleghi del quartiere si riuniscono e pranzano tutti insieme.
Con i ritmi lenti, con i sapori autentici “…voi ce lo dite prima che venite e noi vi facciamo la trippa, la pajata, una carbonara…Ma intanto bevete, bevete signorì“.
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E ci offrono vino, tarallucci e quella sensazione di familiarità che è cosa rara, difficile da trovare altrove.

Certo il calendario di Eva Henger, l’entrata angusta e la pulizia…non lo fanno gareggiare con quel gusto raffinato di Said o delle altre (rare) perle del quartiere, ma vuoi mettere?!

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Micky, Alessandro, Barcelona!

Nella vita non bisogna dare sempre seconde possibilità, ma ogni tanto sì. E questa volta ho fatto bene.

Punto 39 della mia travel wishlist: Tornare a Barcellona.
✓ Fatto

Ed ho avuto una conferma: nella mia vita precedente ero Spagnola.
O quanto meno credo di aver vissuto per parecchio tempo in Spagna.
E’ l’unica giustificazione a questo mio sentirmi così a casa, ogni volta che vi metto piede.

Come stavolta, a Barcellona.
La mia seconda volta in Catalogna.

Tornare dopo 7 anni in questa città, me l’ha fatta apprezzare, vivere e respirare con altri occhi.

E sarà stato merito anche della compagnia, ma questa Barcellona mi ha proprio conquistata! Grazie a cosa?

Simple, per estas razones!

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Pratik Bakery: il nostro albergo.
Sì, una bakery house con anche delle camere. Anche una fila interminabile ed interrotta dalla mattina alla sera. Ed anche una colazione ed un profumo di pane che…andateci! Non si può raccontare. (Ma se vi fidate e volete prenotare, questo è il sito)
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El born: un quartiere vivo, giovane, originale.
Di quelli che piacciono a me. Che ti stimolano la fantasia. E anche la fame!
Per fortuna fidandoci delle recensioni siamo finiti qui, da El bormuth: stra consigliato!
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Casa Batilò: consigliata su tutte le guide, fa parte dei must e l’ingresso costa un po’ ma...vale ogni centesimo pagato.
Gaudì è il mio nuovo mito ed io ora sono totalmente innamorata di lui, del suo genio e di questa opera unica. (Ps: l’audioguida è l’assoluto valore aggiunto)
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Sagrada Familia: anche questa è presente in tutte le guide. E di solito queste cose così tanto inflazionate non mi piacciono molto, o quantomeno, non mi emozionano in questo modo.
E invece il gioco di luci che si crea all’interno, il contrasto assoluto tra antico e moderno vale assolutamente la visita (che potete fare saltando tutta la fila e acquistando i biglietti qui)
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Tapas: ecco, io potrei campare mangiando tapas.
Tanti piattini con cose diverse. Praticamente la versione spagnola dei cicchetti veneziani.
Spizzicando qua e là, abbiamo abbinato l’immancabile pane y tomate con tante pietanze diverse e oltre El bormuth di cui sopra, assolutamente consigliato per l’autenticità e i sapori tradizionali questo posto: OpenBar.

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Una Domenica nel Barrì Gotico: se si ha la possibilità di passare una Domenica a Barcellona, non si può non passare qui, nel Barrì gotico.
Visitando La catedral e assistendo alla Sardana, un ballo folkloristico che raccoglie abitanti di Barcellona e dei paesi limitrofi: i ballerini in cerchio si tengono per mano e alzano le braccia danzano con passi piccoli e precisi, girando intorno mentre altri si uniscono ingrandendo sempre più il cerchio. Da vedere!

Bar del Pi: Non sempre si ha la possibilità di conoscere la Barcellona più autentica grazie ad una veterana del posto e beneficiare del sole ascoltando i suoi racconti sull’indipendentismo, sul quartiere El Raval e su quanto e come è bella Barcellona.
Ma si può sempre andare al “Bar del Pi” ed ordinare una cioccolata calda con churros. Senza i racconti di Iolanda e la sua incantevole parlata non sarà proprio la stessa cosa…ma merita.

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La Rambla, il mercato della Boqueria e Barceloneta: non si può andare a Barcellona e prescindere da una passeggiata sulla Rambla facendo tappa al mercato della Boqueria.
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Barceloneta e la miglior paella di Barcellona: Così come non si può non andare a La Barceloneta e affondare le proprie papille gustative in una paella de marisco.
Noi abbiamo seguito il consiglio di Iolanda e della Lonely Planet “a miglior paella di Barcellona è da Cheriff“. Era anche il compleanno di Ale, non abbiamo sbagliato!
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Camp Nou: l’ultima tappa degna di nota di questa 3 giorni a Barcellona.
Solo un commento: E’ stato emozionante.
E se è detto da una delle persone meno tifose di calcio al mondo…vi potete fidare!

D’altronde se lì ho letto MES QUE UN CLUB…qui posso scrivere con assoluta convinzione MES QUE UN WEEKEND!

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Due estati fa, in Sicilia.

A volte basta una canzone e paf! ti ritrovi catapultata indietro due estati fa.
Persa tra sapori così tanto distintivi, nell’odore di Mare e la sensazione di essere di nuovo lì.

Succede così infatti, che sentendo le note di Will Never Know… mi ritrovo su un volo Ryanair direzione Trapani.
I presupposti per questa vacanza erano due e anche piuttosto semplici: conoscere a fondo la Sicilia (a mio parere la regione più bella d’Italia) e farlo senza programmi.
Per questo il 14 Agosto, le uniche certezze a fare compagnia a me e Fra erano una macchina prenotata per l’indomani e un volo di ritorno da Palermo, molti giorni dopo.
Decidiamo di iniziare con Favignana, un’isola al quadrato.
Piccola, spensierata, in bicicletta.
Un pensiero felice con il quale iniziare questo On the road nostrano.
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Tempo di godere di un triangolino di spiaggia, di dormire nel posto più angusto mai trovato (croce e delizia dei viaggi improvvisati) e festeggiare il ferragosto con amici incontrati lì grazie ad un post su Fb…che lasciamo Favignana alla volta della riserva naturale delle saline di Trapani.
Ah, ovviamente non prima di aver assaggiato la mia prima granita di Gelsi.
E faccio mio il detto “chi ben comincia è a metà dell’opera”, perché decidiamo di prenderla qui, da “L’Arte del Gelato” certificato d’eccellenza 2014)
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Altro giro, altra corsa.
Ed è così, un’emozione continua.
Stavolta si sale verso Erice.
Qui facciamo la conoscenza di quelli che poi sono diventati i nostri cari amici veneti: le nostre strade si incrociano per pura casualità: il nostro viaggio appena iniziato, il loro volto al termine, una passaggio di testimone, qualche consiglio e una birra in mano.
Così inizia un’Amicizia che ha dato il via ad una serie di weekend che ci ha condotto fino a Vienna, tutti insieme.
Ma rimaniamo al caldo. Rimaniamo in Sicilia e raggiungiamo la Valle dei Templi.
Bella al tramonto, bella di notte.
Un posto di eterna e rara bellezza che non poteva non far parte di questo tour.

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(Ok, sì! Ho saltato una tappa. L’insolazione. La guardia medica. E un veterinario che al mio svenimento nel ristorante “fermi tutti, SONO UN VETERINARIO, ci penso io!“.
Ecco, appunto, tralasciamo Sciacca!)

La nostra improvvisazione programmata ci porta poi a Scala dei Turchi.
Consiglio a chiunque di andare in questo posto e di farlo in un altro periodo dell’anno.
Ad Agosto è stupendo, ma attira troppi troppi turisti che, come noi, con il proprio asciugamano coprono ogni pezzettino di questa scalinata di argilla bianca che si infrange sul mare…
(Siamo infatti costrette a salire fino in cima per godere a pieno del panorama e puntare la nostra prossima meta: Ragusa)
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Ecco, qui ho lasciato un pezzetto di Cuore.
Non so dire dove si trova precisamente tra Ragusa e Ibla.
Ma so che è lì.
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Nella passeggiata notturna, nel proprietario del nostro B&B, Araba fenice (anche questo premiato da Tripadvisor con un certificato di eccellenza) e non stento a crederlo.
Per la sua colazione homemade, per i simpatici battibecchi tra i proprietari, per il loro amore per Roma e i consigli per scoprire una Ragusa autentica.
Come piace a noi.
Si riparte e questa volta ad attenderci c’è Noto.
Un’altra perla.
Decidiamo di scoprirla a bordo del calesse di Corradino, uomo-leggenda di questo posto.
1234318_436355303145330_1548626329_nIl mood delle prenotazioni last minute non ci riserva la stessa fortuna a Siracusa.
Ma lo avevamo messo in conto.
Prima di raggiungere Ortigia ed innamorarcene, lasciamo le valigie e ci concediamo una doccia veloce in un ostello: LolHostel

Se esistesse la categoria di ostelli a 5 stelle, questo entrerebbe di diritto tra i primi posti. Pulito, nuovo, giovane e soprattutto…una camerata tutta per noi!

Iniziamo la scoperta della città e la fortuna anche stavolta è dalla nostra.
Soprattutto quando incontriamo due siciliani Doc trapiantati a Roma da 10 anni a cui chiediamo informazioni per raggiungere un locale consigliatoci dal proprietario dell’ostello e…con i quali alla fine trascorriamo la serata.

E’ così che iniziano raccontarci la Sicilia vissuta dai siciliani.
Le giornate in spiaggia vissute con un mazzo di carte in mano, perché “giocare a Scopone Scientifico è una cosa seria
994896_436372839810243_627681733_nE’ una contaminazione belle quella che si crea, soprattutto quando ci dicono che a Roma hanno imparato a..ROSICARE!: “noi da quando siamo a Roma, abbiamo imparato a rosicare. Ma non a dire la parola…proprio a rosicare, come stato d’animo. Qui in Sicilia non si rosica“Con la promessa di rivederci la sera dopo (e sfidarci in una partita a carte!), li salutiamo per raggiungere Catania.
Calda, bella, riposante, frizzante.
E qui non possiamo e non vogliamo saltare la tappa obbligata da Wine&Charme, un posto di rara bellezza reso unico dai racconti del sig. Antonio.

In ogni posto vorremmo rimanere di più, ogni pezzettino di questa meravigliosa Terra merita un “dai, ancora un altro po‘”.
Ma si riparte e stavolta l’itinerario improvvisato dice San Vito Lo Capo.
L’itinerario stabilito dal navigatore prevedere tutto entroterra.
E’ un viaggio nel Viaggio, col Sole alto nel cielo disturbato solo da qualche nuvola e qualche sms che mi ricorda che…è il mio compleanno!
Per questo nonostante la stanchezza decido di farmi un regalo (e ovviamente Fra non mi lascia sola) così lasciamo le valigie presso l’ennesimo angolo di paradiso che ci ospiterà per questa notte Siciliana, Villa il Carrubo, e ci dirigiamo verso la spiaggia.
1240604_436373549810172_219167643_nimage (1)Quello a cui assistiamo è un tramonto che delizia l’anima prima degli occhi.
Mi sento in pace con i 5 sensi e vorrei quell’attimo non finisse mai.
Ma San Vito lo Capo ci chiama per la serata e ancora di più La riserva dello Zingaro per l’indomani.Facciamo colazione, con la nutella fatta in casa e il pane caldo e dopo un caloroso saluto con i proprietari di casa, siamo pronte! Si riparte: scarpe comode e curiosità di scoprire questo paradiso di cui tanto abbiamo sentito parlare.

Portiamo con noi qualche bottiglietta d’acqua ma la giornata è tremendamente calda…per questo poco dopo ci troviamo a barattare un po’ di buona musica con una fredda bibita ghiacciata, gentilmente offerta da una coppietta a noi vicina.
1176243_436357156478478_138406314_n1174912_436356946478499_700804361_nQuesto m-e-r-a-v-i-g-l-i-o-s-o Viaggio finisce a Palermo.
Non prima di fare tappa al mercato di Ballarò e non prima di mangiare un arancino (o arancina? a quanto bare il dibattito è apertissimo!) e si riparte.
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I ricordi sono vivi, il calore sulla pelle quasi lo stesso e il sapore del mare e della rosticceria siciliana pronto a ingolosirmi come se fossi seduta ad un tavolo con il menù in mano, di nuovo.

Siamo a Gennaio, è il momento di iniziare a pensare concretamente alla meta dell’estate 2015 e la verità è che vorrei rivivere altre mille volte una vacanza come questa.
Con la stessa intensità, la stessa compagnia e le stesse sorprendenti scoperte.

“Avrò cura di te” – tratto da una storia vera

Ho appena finito un viaggio.

“E’ di questo che andiamo in cerca nei viaggi: di una prova che consenta di comprendere chi siamo e di dare valore a quello che abbiamo.
[…]
Ogni essere umano è un eroe.  E l’eroe combatte sempre per tornare a casa.
Potrebbe restarci fin dall’inizio ma l’intuito gli suggerisce che per amare le sue  radici in maniera consapevole  dovrà prima lasciarle, dimenticarle, addirittura rinnegarle, per poi iniziare a struggersi nel ricordo e, superata la prova della lontananza, decidere in piena libertà di farvi ritorno.
Soltanto allora sarà in grado di apprezzare ciò che già possedeva, ma non era in grado di comprendere.
Il tesoro che cerchi si trova dove sei, ma come faresti a saperlo se non andassi a cercarlo da qualche altra parte?

Avrò cura di te” di Massimo Gramellini e Chiara Gamberale.

ABC del viaggiatore, il mio!

Perdendomi nei racconti dei blog che seguo, ieri mi sono piacevolmente imbattuta nell’articolo di Martinaway (blog che adoro!) che dopo aver parlato del suo, invita ognuno a raccontare del proprio ABC dei viaggi… e perché non farlo?!

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A come Amicizia. Quella consolidata viaggio dopo viaggio con gli amici di sempre. Quella nata in terre straniere e portate a casa. Custodite gelosamente e alimentate ogni giorno.
B come Bentornata. Perchè l’ho imparato sulla mia pelle, “il Viaggio perfetto è circolare: la gioia dell’andata e quella del ritorno” D. Basili
C come Cucina. Perché sono fermamente convinta che per scoprire un posto, per capire a fondo una Cultura, sia fondamentale aver voglia di conoscere anche la cucina tradizionale, locale.
D come Dettagli. Quelli che fanno la differenza, sempre. Quelli che vengo a raccontare qui sopra e che in ogni viaggio raccontano una storia.

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 E come…mmh. Come in “nomi, cose e città“…anche in questo ABC mi mette in crisi! Empoli? Ermellino?
No, ok, ce l’ho! E come Entusiasmo, quello sano, positivo, che mi fa sentire viva. Quello che mi accompagna ogni qualvolta sto su un sito per prenotare un volo, un treno e che non mi abbandona fino al rientro a casa.
F come Fuga. Per tutte le volte che viaggiare vuol dire staccare la spina. Vivere sospesi in una realtà parallela. Riacquisire la percezione dei 5 sensi.
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 G come Guida. Possibilmente una Lonely planet. Ma anche tutte le recensioni e i racconti di viaggio in cui mi immergo prima della partenza.
 H come Hotel. Quelli a 4 stelle, con le colazioni che sono pranzi di nozze e che adoooooro. Ma anche tutti i B&B quelli delle colazioni homemade, degli ostelli dell’on the road in Andalusia e dei viaggi che verranno.
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I come Immortalare. In una foto, in un video. Emozionarsi riguardando un album anche dopo anni. Condividere.
L come Lista. Quella della preparazione della valigia, quella dei luoghi da vedere, quelle che amo.
M come Micaperdavvero. Il viaggio che faccio ogni giorno. La passione che si autoalimenta. Le piccole soddisfazioni, i grandi racconti.
Lo spazio dove perdermi per poi ritrovarmi.
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N come Napoli. L’ultimo viaggio del 2014, l’anno dei viaggi.
O come Odissea. Quella che ogni viaggio è solito regalarmi. Gli aneddoti divertenti, quelli che sembrano tragici e che si trasformano poi in episodi di cui ridere.
P come …Prenotiamo? La mia travel wishlist. I miei Viaggi nel cassetto. Quelli depennati e quelli che si aggiungono ogni giorno.
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Q come “Quantomanca? La domanda tormentone che rivolgevo ai miei in macchina, quando da piccola partivamo per una vacanza. Perché quell’adrenalina, quell’ansia mista a frenesia, i countdown, la voglia di arrivare, di godere del viaggio, non mi hanno mai abbandonata.
R come Roma. Per la fortuna di essere nata in questo posto che sa essere meraviglioso. Per gli anni di Storia raccontati ogni passo. Per sentirmi spesso turista nella mia città. Perché se la leggi al contrario si legge Amor..
S come Sorpresa. Quelle che mi riserva ogni viaggio. Perché ogni Viaggio è una scoperta.
T come Torino. Fino ad ora il Viaggio più lungo che ho fatto. La città che mi ha ospitato per due anni e dalla quale sono tornata piena di bagagli, pieni di tutto.
U come Ultimo viaggio. Che non è mai l’ultimo perché ce n’è sempre un altro prenotato, in cantiere. Una valigia da disfare e una da preparare di nuovo.
V come Volo. L’adrenalina di ogni tragitto ad alta quota. La possibilità di andare ovunque e lo stupore di farlo tra le nuvole.
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Z come zaino in spalla. Il Cammino di Santiago, la promessa fatta a me stessa. Il Viaggio che arriverà prima dei 30 anni.