Ed io è qui che voglio stare

C’erano tre romani, una milanese, tre napoletane, un torinese, una toscana e due abruzzesi…attorno ad un tavolo.
Abbiamo riso un sacco ma no, non è una barzelletta.
E’ il prosieguo di un pomeriggio in visita alla mostra di David LaChapelle, ora al Palazzo delle Esposizioni.
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E’ una di quelle serate non organizzate.
Che se prima eravamo in 5 a vedere la mostra, poi eravamo in 12 (a ballare l’hully gully) e allo stesso tavolo a scambiare spicchi di pizza e pezzetti di vita.
Quelle serate leggere che iniziano con una birretta in una delle piazzette di Monti e terminano passeggiando a parlare di dialetti, di modi diversi per dire la stessa cosa.
E della stessa cosa che significa cose diverse a seconda di dove e come le dici.

Un esempio su tutti? La differenza tra sto cazzo e sti cazzi.
So che per gli amici romani sembrerà una precisazione inutile, ma è invece diventato il mio metro di misura per testare l’integrazione con la lingua nostrana, da parte degli amici sparsi qua e là per l’Italia.

Dunque, se io ti racconto una cosa che per me è proprio bella ed interessante, che ci metto un’ora a raccontartela perché ci metto tutti i dettaglini, i ghirigori e le coccarde, e tu, estasiato, mi vuoi far capire che hai apprezzato…ecco tu, a quel punto, devi esclamare “STO CAZZO!!!!”.
Perché se vuoi che la nostra amicizia continui, anche fingendo, la tua reazione deve essere “Ammappa”, “Anvedi”, “Perbacco che cosa interessante mi hai raccontato“, una ficata pazzesca, insomma.
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Se invece rispondi “Sti cazzi!” pure mezzo sorridente e con un’enfasi degna di nota…la conversazione potrebbe interrompersi e riprendere…mai.

Comunque, siparietto a parte, ho scoperto un sacco di cose.
Per esempio che  “ti do la merda” è l’alter ego del nostro “te do na pista“.
Che se ti chiami Esposito e sei di Napoli non hai proprio un bel nome di cui far vanto.
Che “boia de” è abusato, ma solo a Livorno.
Che il termine “mignotta” ha un’origine tutt’altro che volgare (se morite dalla voglia di approfondire, potete farlo qui)
Che a Milano se tiri pacco e hai paccato, stai dando buca. A Roma hai solo limonato forte.

Continuiamo per un po’ così fino a che, per rimanere in tema, s’è fatta ‘na certa e ci salutiamo.
Mi sono ritrovata così a cercare la macchina a Via Cavour, non ricordando che invece l’avessi lasciata da tutt’altra parte – secondo atto di demenza senile nell’arco di una settimana – ma mi soffermo a pensare ad altro.

Sì, alle 2.00 di notte gironzolando da sola, a Roma, ho realizzato che è un anno esatto che sono tornata a Casa.
E’ stato emozionante scoprire che a dispetto di quello che pensavo, dopo essermene allontanata per poi tornare, l’amore per la mia città è cresciuto.
Cresciuto, nel senso di aumentato.
Cresciuto, nel senso che è maturato.
Ora è piu’ consapevole.

Sono partita non sapendo quando sarei tornata.
Ma sapevo che lo avrei fatto.

E lo ha saputo da sempre anche Torino che mi ha accolta, coccolata e persino riscaldata lasciandomi sempre la libertà di andare.

Ed io non so quali altri giri farò.
Quali altre città faranno da dimora.
Ma so che qui ed ora, io è a Roma che voglio stare.

E Roma sì, è una città difficile.
Ci sono così tanti difetti che solo all’idea di iniziare ad elencarli, già sono stanca.
Come lo sono in mezzo al traffico di tutti i giorni.
All’idea di dover trovar parcheggio.
Di fronte alla strafottenza tutta romana, di certi posti.

Ma la verità è che questa mia Roma mi lascia senza fiato per tanti di quei motivi che il Colosseo e Fontana di Trevi in confronto non sono nemmeno un granchè.

Ed io, senza fiato, è qui che voglio stare.

Perché a Roma ci sono le cene in terrazzo con la mia famiglia, anche a Maggio. Con quel venticello che ci vuole il giacchetto.
Perché se ordini il caffè “a portar via” nessuno storce il naso.
Perché la birretta sociale a Monti, Trastevere o San Lorenzo c’ha tutto un altro sapore. Di quelli con le gambe incrociate seduta su una panchina o su un marciapiede che ti dimentiche del resto.
Perché l’estate, da tradizione, io la inauguro con le amiche di sempre ai chioschetti della frutta.
Perché a Roma c’è la Carbonara di mamma.
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Perché io quando sento “Tanto pe’ cantà” mi emoziono per davvero.
Perché il cielo di Roma senza nuvole dovrebbe avere un pantone registrato.
Perché quando passeggio per i Fori Imperiali io torno indietro nel tempo.
Perché esistono le piazze più belle del mondo. E poi le piazze di Roma.
Perché c’è la rosetta.
Perché posso tornare anche dal posto più pazzesco sulla faccia della terra, ma quando atterro di notte su Roma e la vedo tutta illuminata, ho la certezza di essere tornata nel posto giusto.
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Perché ci stanno i non luoghi e poi esistono i luoghi dell’anima.
Quelli dove c’è Casa


“Be’, certo che Roma è una città unica. Io tante volte me domando come fanno a campà quei poveracci che non vivono a Roma.
Dice: ma è diventata una città invivibile, tutti se ne vonno anna’. Ma restano tutti qua! È il fascino della Città Eterna!
Io per esempio sto a Roma da quando so’ nato, no?, e c’ho avuto la fortuna di restare ragazzo a lungo, per cui me so’ innammorato un sacco de vorte.
Ma poi quanno vai a strigne t’accorgi che gli amori so’ come le malattie: te ricordi solo quella più importante.”

Viale del re

La vita di quartiere, a San Lorenzo.

Mi avessero chiesto cosa pensassi di San Lorenzo qualche mese fa, con indifferenza avrei risposto che lo trovavo un quartiere sporco, frequentato da spacciatori e punkabbestia e dove non si trova mai parcheggio.
E ahimè, non mi sbagliavo del tutto.
Il quartiere non è cambiato, e in realtà…nemmeno io.
Ma è bastato ritornarci dopo qualche tempo per vedere le cose con occhi diversi… e averne una percezione semplicemente…più romantica.

Intanto, prima mi capitava di capitarci ogni tanto e per caso, ora è il quartiere dove trascorro 10 ore della mia giornata: ci lavoro.

E di giorno San lorenzo è un altro posto.

Purtroppo è ancora fare lo slalom tra la sporcizia lasciata con incuranza vicino i cassonetti, tra i bisogni dei cani o tra le bottiglie di birra semirotte ai bordi del marciapiede.
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Ma è anche vita di quartiere. Quella vera, che non si respira ovunque, a Roma.
E’ quel posto dove il barbiere sa come ti chiami, il barista ti fa il solito e al supermercato la cassiera ti chiedi come stai.

Ma soprattutto è il posto dove quando chiedi ai tuoi colleghi “ma voi quando non andate a Piazza dei Sanniti, dov’è che andate a pranzo?” ti ritrovi nella bottega di un falegname e finisce a tarallucci e vino!… no ma dico perdavvero.
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Infatti è così che insieme a Vittoria scopro che “lo zio” è un uomo vecchio stampo, di quella scuola di pensiero per cui dove si mangia in 3, si mangia pure in 10.

Dove a pranzo il calzolaio, il farmacista e gli altri colleghi del quartiere si riuniscono e pranzano tutti insieme.
Con i ritmi lenti, con i sapori autentici “…voi ce lo dite prima che venite e noi vi facciamo la trippa, la pajata, una carbonara…Ma intanto bevete, bevete signorì“.
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E ci offrono vino, tarallucci e quella sensazione di familiarità che è cosa rara, difficile da trovare altrove.

Certo il calendario di Eva Henger, l’entrata angusta e la pulizia…non lo fanno gareggiare con quel gusto raffinato di Said o delle altre (rare) perle del quartiere, ma vuoi mettere?!

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AntiCafè, via Veio 4b.

Non è un bar e nemmeno un internet café.
È recensito da Tripadvisor come uno tra i migliori 100 ristoranti d’Italia.
Ma non è nemmeno questo.

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È l’AntiCafè.
Roma, via Veio 4B, zona San Giovanni.

Il luogo adatto per trascorrere del tempo davanti dispense universitarie, un pc o una buona lettura.
Un “all you can stay” dove non paghi la connessione wi-fi, e nemmeno il caffè.
Esatto, non paghi per mangiare ma per stare.
4 euro per la prima ora, 3 per quelle successive.

Il luogo migliore per l’appuntamento di 3 amici e l’occasione giusta per festeggiare il successo di chi è entrato a tutti gli effetti nel mondo dell’architettura (congratulazioni Amica mia)

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Apriamo il pc ed inizia la nostra chiacchierata.
Non prima di esserci assicurati un buon tea tra le scelte proposte.
(E non prima di aver riempito il vassoio di biscotti e crostatine varie “ragazzi a pancia piena si ragiona meglio!”)
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Scambi di idee, scoperte di prodotti improbabili, ma che funzionano.
(A proposito, avete mai provato a bere da una bottiglietta…formato A4? ora è possibile, grazie a Memobottle.)
Il nostro è un brainstorming libero. Ci facciamo tante risate e senza nemmeno accorgercene sembra di stare a casa nostra: Stefano si alza, prende l’acqua dal frigo, posa le posate sporche (dopo il dolce, passiamo al salato, w le nachos, etc etc!)

E guardandoci attorno, è così un p0′ per tutti.
Sembra di vedere tanti tavoli con tanti piccoli micromondi dove le storie si sfiorano, a volte si incontrano e altre coesistono e basta.

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Ma sarà per l’ottima compagnia, ormai consolidata da anni, o per l’atmosfera alla quale non poter chiedere di più… che ci giriamo un attimo e ci accorgiamo di essere rimasti soli mentre i ragazzi del locale hanno iniziato la chiusura.
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E così ci ritroviamo a scambiare una chiacchiera con uno dei proprietari, che ci racconta questi primi 3 mesi di attività.
Il primo mese stavamo 14 ore al giorno a guardarci in faccia! Non entrava nessuno. Pensate che una volta mi sono ricordato che ci fosse da mettere a posto il magazzino e sono andato a farlo in sordina per paura che qualcuno lo facesse prima di me! Ci annoiavamo a morte…”
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E’ bastato qualche articolo su internet la viralità che solo i social network sanno regalare, un servizio al tg e del sano passaparola… che ad Agosto è stato record di presenze “dovevamo mandar via le persone“, ci dice.

Purtroppo nei racconti del nostro interlocutore, ci imbattiamo anche nell’ostilità burocratica di questo Paese che spesso mette i bastoni tra le ruote ad iniziative come queste che rappresentano un’opportunità per i tanti freelance (ahimè, già parecchio ostacolati da un sistema non del tutto funzionante), ma per fortuna scopriamo che il bilancio di questi primi 3 mesi è assolutamente positivo.
E si scorge dalla voglia e la passione con cui a chiusura inoltrata, ci racconta ancora dei piccoli aneddoti di queste settimane.

Ci guardiamo ancora un pò attorno e vediamo che ci sono delle fotografie esposte.
Io e Viviana, in simbiosi come sempre, chiediamo se affidano i loro spazi in maniera gratuita per esporre… e la risposta non può che essere un fragoroso Sì.
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Anticafè è una realtà nuova in Italia ma è lo spazio giusto dove mettere in connessione idee, mettere in rete competenze diverse, fare network o semplicemente pensare…al tempo che scorre.

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A proposito…fuori che tempo fa?!