Vietnam: mangia, prega che non ci sia il chilli, ama.

Concludevo uno degli ultimi articoli dicendo che ci sono dei viaggi che iniziano molto prima di partire

Non c’è dubbio che per il Vietnam sia stato così.

Estate 2016 e prima una domanda a Guglielmo, backpacker solitario affamato di mondo:

“Gulli qual è il posto che ti è piaciuto di più di tutti tra quelli visti fino ad ora?”
“Mic, non riesco a sceglierne uno solo, ma i primi due posti sono occupati   sicuramente da Vietnam e Cuba.”

Poi giro di ricognizione con Alessia e Manuela e via, è deciso: si va in Vietnam.

Succede poi che tra uno scalo scomodo in Turchia, un colpo di stato ad Instanbul uniti al desiderio di Manu di vedere l’altra parte del mondo…dirottiamo su Cuba.

Quello che è successo nei tre anni che dividono quella Cuba da questo Vietnam, è Storia.

La mia storia, la nostra storia.
Non solo quella che mi vede mano nella mano con l’uomo della mia vita.
Ma anche quella di chi ci sta intorno.
Delle nostre Famiglie.
Della vita che è imprevedibile.
Del miscuglio di lingue che si parla in casa.
Del riso oggi e della carbonara domani.
Delle scelte che ti cambiano e che non vorresti mai tornare indietro.
Dei trasferimenti, dei visti, dei traslochi, dei sogni e dei viaggi.

Come quello che si è appena concluso.

Perché sì, alla fine in Vietnam ci sono andata, ma con una formazione diversa.

Una con-formazione molesta, così riassunta:

Micaela: Travel planner
Reinaldo: Rei Branda
Michele: Ma allora lei è scemo
Francesca: No dressing at all
Patrizia: Cerbiatto di merda
Cristian: Let’s watch a porn
Andrea: Merda è l’anagramma del mio nome

Tra questi c’era chi era convinto da subito, chi si è deciso poi, chi si è aggiunto a sorpresa…fatto sta che alle 5:00 del 14 agosto eravamo in macchina, direzione Fiumicino.

Dopo 72 ore circa, passando per Singapore, incontriamo per la prima volta Hanoi.

Siamo in Vietnam, ragazzi.

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Il nostro tour, cucito addosso ad un raggio temporale di 2 settimane, ha previsto un’esplorazione da nord a sud, partita dalla folle capitale e conclusa nella magica Hoi An.

Se dovessi descrivere con un’immagine Hanoi, direi che è come salire sulla giostra dei calci in culo e non capirci più niente.
Spintonate e profumo di libertà.

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È confusione a tutte le ore.
Clacson e motorini sferranti che devi vederli con i tuoi occhi altrimenti non ci credi.
Ma è anche il Bahn Mi più buono assaggiato (Banh Mi 25ndr)
Un caffè con l’uovo che se non mi viene la salmonella sono pronta ad ordinarne altri dieci.
È andare sul motorino in 3 e mangiare rane e galline di dubbia provenienza.

Per trovare riparo dal costante rumore dei clacson, saliamo a bordo di una crociera nella baia di Bay Tu Long (parente stretta della più famigerata Ha Long Bay, ma più intima, riservata, ancora poco corteggiata dai turisti)

Che dire.
Senza parole
.

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Addormentarsi in un angolo di mondo incontaminato.
Uscire in kayak alla scoperta della baia (e ne avremmo anche testimonianza fotografica se il telefono di Andrea non fosse rimasto nella baia a nuotare con i pesciolini)
Chiacchierare sotto un cielo stellato diverso da quello cui siamo abituati e lasciarsi svegliare da un’alba colorata di rosa e magia.

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Lasciamo la baia alla volta di Hue.

Non prima di celebrare l’ingresso nel nuovo decennio –  ebbene sì, si entra nei 30 – passando per la confusione della capitale e soprattutto per un Karaoke trash ma palcoscenico di memorabili performance.

Hue in realtà la sfioriamo appena.

Giusto il tempo per familiarizzare con la cittadine, una cena ed una passeggiata nel giardino della cittadella che è arrivato il momento di salire a bordo di 7 moto.

In ogni mio viaggio c’è il viaggio nel Viaggio.
Ecco, sicuramente questa è la matrioska del Vietnam
.

7 amici, noi.
7 amici, loro, i nostri pazzi bikers.
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Dall’alba al tramonto ci siamo rincorsi come lancette di un orologio.

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Abbiamo gareggiato, scherzato e condiviso ogni curva, ogni panorama mozzafiato, ogni rettilineo.
Ma qui a farla da padrone non siamo noi, e non sono nemmeno loro.

È il Vietnam, che si mostra in tutta la sua bellezza.

Si lascia immortalare.
Si lascia vivere.
Mangiare e tuffare.
Si lascia andare, e noi con lui.

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Arriviamo ad Hoi An.

Stanchi ma con l’adrenalina ancora in corpo.
Stanchi ma affamati, as usual.

Si riparte, stavolta a bordo del mezzo più semplice da indossare: le nostre infradito, passo dopo passo ci conducono al quartiere vecchio.

Ed è lì che tutto d’un tratto, succede l’inaspettato

Sbem.

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Una stradina dopo l’altra ci ritroviamo davanti alla sorprendente magia di Hoi An.

Lanterne, luci, mercatini, barchette, profumi e desideri viaggiano a velocità diverse ma tutti nello stesso angolo di mondo.

Ne apprezziamo lo splendore, quanto basta prima di crollare dopo una giornata piena. Di tutto.

Il giorno dopo è tutto confusamente felice.

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Colori, odori, sali sul motorino, vedi le risaie, arriva al mare, sali sul paracadute.

Cosa? Sul paracadute?
Sì!

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Corri a cena, mangia, prega che non ci sia il chilli, ama.

Ci lasciamo massaggiare lentamente da Hoi an (ma a pensarci bene anche fare la manicure e metterci lo smalto)

Ma ora, le isole ci aspettano.

Non c’è mare da cartolina nè panorami patinati ad accoglierci eppure…le isole cham ti abbracciano e conquistano.

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Le ho trovate di una bellezza selvaggia, come di chi sta bene anche senza trucco.Pettinate dal vento e truccate dal sole.

Di una bellezza intima. Come lo sguardo dentro le case all’ora di cena.

Familiare. Come la sensazione al ritorno dal mare, percorrendo quella che sembra la stradina di sempre.

Spensierate, come i pensieri che si sono fatti cullare dalle onde.

Irriverenti, come quando sai che puoi uscire scalza e camminare.
E ballare sulla sabbia.
Senza che nessuno lo venga a sapere.

Saporite al sapore di sale, di acqua e pescatori.

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Suggestive come solo un bagno a cielo spento e illuminato dalle stelle può regalare.

Commoventi, come il rumore del mare che si mischia alla voce familiare ed emozionante di Francesca sulle note di una canzone che significa tanto.

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Da lì in poi è qualcosa che si ripete con ordine sparso, con gli occhi di chi ha già visto e che un po’ ha capito.
Ma forse no.

Ed è tempo di tornare.

Ma negli occhi c’è ancora lei.

La bellezza del vietnam, disinvolta e toccante.
Come chi ne ha vissute tante ma non si è lasciato scalfire.
Come chi la guerra l’ha vissuta e sofferta ma si è rialzato.

È un paese ostinatamente bello.

Di quelli dove quando guardi le persone negli occhi è un attimo che gli vuoi già bene.

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Same Same.
Ciao Vietnam, ciao.

 

 

 

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La mia TOP TEN.

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Ah, le liste.
Non so cosa si nasconda di così perverso dietro questa mia smisurata passione per le liste, questa smania di catalogazione, di ordinare le cose da 10 a 0. Di metterle sul podio, di capirle attraverso un ordine ben preciso, il mio.
O il vostro, se ve lo domando:

La top ten dei tuoi film preferiti?
I migliori giocatori di basket di tutti i tempi?” – mio fratello ormai, c’ha fatto il callo
Se dovessi scegliere i 3 posti che ti sono piaciuti di più?

Chissà perché poi, una che con i numeri non c’è mai andata troppo d’accordo, gode alla sola idea.
E allora questo pomeriggio va così, va che mi regalo questo momento di piacere, tutto mio.

La TOP TEN delle cose alle quali mai vorrei rinunciare.

1. L’adrenalina che ti regala quella scritta in stampatello “RIEPOLOGO DELLA SUA PRENOTAZIONE“.
Non c’ho mai creduto troppo a quella storia lì dell’attesa del piacere che è essa stessa il piacere, ma prenotare un volo non vuol dire solo attendere.
Vuol dire viaggiare con i racconti degli altri, fare il count down, fantasticare con le tue aspettative e aver voglia di disattenderle almeno un po’.
Vuol dire “stavolta la valigia la preparo bene, seguo dei criteri, mi ricordo lo spazzolino da denti” e trovarsi la sera prima a buttarci dentro un po’ di armadio e appena arrivati passare al supermarket del Bangla per comprare uno spazzolino scadente e pagarlo come una pulizia dei denti.

2.Progettare.
Io sono, senza dubbio, la me soddisfatta di cinque anni fa.
Se mi avessero chiesto come avrei sognato di vedermi a distanza di anni, avrei risposto più o meno così.
Forse un po’ più tonica, un po’ più ricca e un po’ più bionda ok, ma sì, più o meno così.
E sebbene io mi senta ancora una 23enne in erba, il calendario quest’anno ne segna 28 ed è giunto il momento di ri-progettare e di tendere verso nuove cose.
Ci vediamo tra altri 5 anni.

3. “Due biglietti per lo spettacolo delle…”
E le chiacchiere prima dell’inizio del film. E i trailer prima dell’inizio del film. E le pubblicità prima dell’inizio del film.
E…sì ma ‘sto film inizia?
Buio in sala. Ah ecco.
PS: che qualcuno inventi i pop corn che non fanno rumore, please.

4. In screenshot we trust
Che per carità, non è che anni fa non si spettegolava allo stesso modo o con meno carica emotiva.
Non è che ci risparmiavano da un certo tipo di gossip o ci facevamo parlare dietro.
Ma in certe situazioni il tempismo conta e Ceres ci insegna che l’instant marketing è tutto. Quindi perché non screenshottare?
Soprattutto quando, dopo anni, abbiamo bisogno di portare prove documentali.

5. Alla Fiducia.
A quella che le persone hanno riposto in me, negli anni.
A quelle confidenze che moriranno insieme a me.
A quella che mi ha fatto capire il peso delle responsabilità.
A quella che ho accordato io, fidandomi di un semplice sguardo.
A quel prezioso dare-avere.
Quell’accordo tacito: io ti do fiducia, ma tu non disattenderla.
A quella che mi sono guadagnata e a quella di chi, sulla base di una sensazione, me l’ha regalata.

6. Lo shopping online.
Non disdegno mica quel camminare con così tante buste che Julia Roberts lèvati proprio, per amor del cielo.
Ma quella pratica del piacere di passare in rassegna, selezionare, mettere dentro il carrello, cambiare idea, tornare indietro, “sei sicuro di voler eliminare questo prodotto” , “oddio no“, pensarci, nel frattempo individuare altri 3 articoli, mettere dentro al carrello e alla fine aspettare il pacco…Ecco sì, quella pratica merita di stare qui.

7. Mangiare e dormire.
Ok, no. Non parlo del bisogno primordiale di farlo. Di quella legge abbastanza naturale per cui:
se non mangi –> muori.
se non dormi –> muori (gli ultimi mesi mi fanno credere il contrario, comunque)
Parlo di quella possibilità di farlo di straforo e di farlo con gusto.
Della domenica mattina in cui non hai impegni, di quando la sveglia suona ma sai che puoi spegnerla, del riposino pomeridiano che santo subito chi l’ha inventato.
Di quando mangiare non vuol dire solo nutrirsi.
Del giovedì gnocchi, delle crepes con la nutella, del sashimi, del cheesburger.
Di quelle volte che mangi anche con gli occhi.
Di quando puoi farti accompagnare da un buon vino.
Di quando sticazzi la dieta, sticazzi gli orari.

8. I compromessi, soprattutto quando a scenderci sono gli altri.
No dai, scherzo!
Ma la bellezza dei compromessi è una cosa che non mi aspettavo e che non mi sarei mai aspettata dalla me di qualche anno fa.
Di quella che pensava che il grigio fosse la risposta di chi non sapeva scegliere tra bianco il nero. Di chi non sapeva indossare il coraggio di fronte a certi bivi.
E scoprire qualche ruga dopo (tratto da una storia vera ndr) che c’è più coraggio di quanto si pensi ad accettare di scendere a compromessi con se stessi.
Crescere è anche questo.

9. Non rinuncerei mai alle foto.
A quelle istantanee, a quelle nell’album, a quelle social, agli scatti rubati, a quelle 5.263 che stanno intasando i 64gb della memoria dell’iphone, ma che hanno la straordinaria capacità di rendere presente un momento passato.
Che sanno raccontare laddove le parole non riuscirebbero.

10. Alla sensibilità.
Che non c’è un filtro di instagram che si chiama così, ma che è il modo migliore che ho per guardare la vita, la mia e quella degli altri.
E’ quella stessa sensibilità che mi rende spesso vulnerabile, un obiettivo sensibile, appunto.
Quella che ho maledetto ogni qualvolta gli occhi sono diventati lucidi quando non dovevo, quando non volevo.
Che mi fatto caricare di pesi che non erano miei quando non me lo meritavo.
Ma è la stessa che mi permettere di capire le persone, anche quelle che giocano a nascondino.
Che mi fa andare nel pozzo.
Quella che mi fa vedere dentro un paesaggio più di un tramonto, ascoltare dentro racconto più di una storia.
Quella che trasforma le lacrime in gioia e una carezza in calore.
E’ quella che fa di me, chi sono oggi.

Cuba: sin prisa pero sin pausa.

Vietnam: la meta del Viaggio di quest’anno.
Era deciso dalla prima foto vista, dai primi racconti di Gulli, dall’amore per l’oriente, dai ricordi della Thailandia.
Complice una sensazione prima, uno scalo scomodo ad Instabul poi ed un golpe a conferma che le sensazioni vanno ascoltate quasi sempre… il viaggio di cui vi sto per raccontare è esattamente dall’altra parte del mondo.

Non c’è stato bisogno di far roteare il mappamondo e puntare il dito e nemmeno di farci guidare dall’offerta del momento per sapere che Cuba sarebbe stata cornice e contenuto di questa estate.

La formazione?
Bellizzi, Condina, Orefice.
Ok, ma ora, trolley o zaino? Shakespeare si rassegna sapendo che il suo dilemma non reggerà mai il confronto.
Ma anche Decathlon è dalla nostra e presto (si fa per dire) fatto, si parte!

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Se Pollicino lasciava briciole per ritrovare la strada verso casa, io lascio pezzetti di cuore in giro per il mondo per ricordarmi ogni volta quanto è importante uscire dal proprio porto sicuro.

Mi avevano parlato di una Cuba pericolosa, dove per trovare una saponetta devi fare un patto col diavolo e dove chiunque cerca di fregarti.
Sono partita pensando che avrei trovato prostitute ad ogni angolo della strada e che l’atmosfera di Via Sannio sarebbe stata l’habitat per i successivi 15 giorni.

La realtà è che per creare uno stereotipo ci vogliono 5 minuti e un fitto passaparola.
Per sfatare un pregiudizio la possibilità di salire su un aereo e guardare, per non diventare cieco.

E noi gli occhi li abbiamo tenuti sbarrati dal primo istante.
Da quando abbiamo messo piede sul primo gruzzolo di sabbia a Varadero, scoprendo che i cubani non prendono il sole per non scurire la pelle, che stanno dentro l’acqua nello stesso modo in cui noi chiacchieriamo in un bar.
Abbiamo scoperto che il mare della Sardegna, quello della Sicilia o del Salento non hanno proprio nulla da invidiare.

Ma non è Varadero che ha lasciato il segno, anche se, a proposito di occhi, è guardando dentro quelli di Alessandro che ci siamo fidate a lasciare nelle mani di uno sconosciuto i soldi per noleggiare una macchina, in cambio di una promessa “tra un’ora torno e partiamo

Ingenuità?
Incoscienza?
E se non torna?
2 romane e una napoletana che si lasciano fregare a Cuba
Guarda che sòla che abbiamo preso, eh

Ma Alessandro spacca il minuto e noi siamo in macchina. 
Che siamo state fortunate ad incontrarlo lo scopriremo solo poi, in quel momento ringraziamo e ci godiamo la gioia di sapere che è ancora possibile credere nella bontà di uno sguardo e nella palabra de un hombre.

Direzione Cienfuegos.
Ma facendo prima tappa a Play Giron e al Parco del Nicho.
E se posso dire che questo Viaggio è stato un crescendo è perché la tappa successiva di un itinerario improvvisato è Trinidad.

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Ecco sì, parliamo di Trinidad.
Parliamo delle case colorate.
Parliamo dei nonni che la abitano.
Parliamo di un patrimonio.
Parliamo della casa con piscina.
Del Cocktail di benvenuto.
Parliamo della casa della Musica prima e della fuga dal pub dopo.
Del gelato cubano, ecco no, di quello non parliamo e nemmeno delle 5 ore ad aspettare Alessandro.
Parliamo piuttosto della salsa ballata a piedi scalzi (e del vetro di bottiglia tolto con le pinzette da Ale poi, ndr.), della passeggiata souvenir e del temporale pomeridiano.
Oppure no, non parliamo e ascoltiamo il rumore del mare a Playa Ancon.
Godiamo dei momenti, dei fermo immagine, ce li viviamo tutti.


Sin prisa pero sin pausa.

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Si risale in macchina per affrontare il viaggio più lungo del Viaggio.
Non prima di esserci fermati in una piantagione di canna da zucchero perchè Ale “ho già la foto in mente“.
Si parla della storia di Cuba, leggiamo assorte le nostre guide, ascoltiamo musica latina e la mescoliamo a un po’ di buon cantautorato italiano.
Alessandro ci racconta e si racconta.
Rimaniamo quasi senza benzina ma in quel momento niente ci preoccupa, il modo di vivere cubano inizia a contagiarci, iniziamo ad abbassare ogni difesa e reticenza.

La meta è Pinar del Rio, l’altro pezzo di cuore farà infatti domicilio a Valle de Vinales, nella casa particulares della nonna di Tweety e Gatto Silvestro (prego vedere diapositiva)
Il tempo qui si è fermato per un po’.
“Ma mancano ancora 10 giorni?” Manu è felicemente incredula.

E’ questa la tappa dove si è andate a cavallo.
Dove una coincidenza che non ci credo ancora, ma che mi ha portato ad incontare Edo e la sua famiglia dall’altra parte del mondo.

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Dove i tramonti il fiato te lo strappano con prepotenza.

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Sono questi i giorni dove le mie Amiche mi hanno festeggiata a dovere e con piacere, riuscendo ad infilare in un backpack il regalo del mio compleanno, le candeline portate da Roma, la torta trovata non si sa come, in un paese dove i dolci sembrano un miraggio.
E’ la tappa degli occhi lucidi a leggere certi messaggi di auguri arrivati oltreoceano e a ricevere il regalo della nostra nonna Cubana.

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Ma il nostro è un on the road e ‘sta volta la roadmap dice L’avana.

Da qui i ricordi sono nitidi ma alla rinfusa.
Scopriamo una Cuba diversa, più scaltra, più irriverente.
La musica permea ogni angolo di questo Paese e ancor di più di questa città.
Ci lasciamo conquistare, cullare.

L’immagine che ho da questo momento in poi è di chi arriva in spiaggia, si spoglia, posa la borsa del mare, e così piedi nudi nella sabbia sa che non ha più bisogno di nulla.
Va verso il mare e inizia a vivere, a ballare, a cantare.

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A L’Avana usciamo la mattina da casa e decidiamo che non è necessario tornare a casa a cambiarsi, che in fondo i capelli pettinati dal vento e le guance truccate dal sole sono l’outfit migliore.

 

Scopriamo che la Pina Colada vince a mani basse su qualsiasi mojito, cuba libre a caipirinha.
Che dall’edificio Bacardi puoi innamorarti de L’Avana.
Ma in fondo basta camminare per qualsiasi calle de L’Avana Vieja per infatuarti della sua atmosfera.


Noi decidiamo di fermarci a Plaza de la Catedral e lì vengo letteralmente rapita da una coppia di artisti che suonano e cantano.
La Musica, ragazzi.
Che musica.

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Da questo momento in poi si resta a L’avana, si va via, scopriamo Matanzas, ci manca L’avana.
Saliamo su taxi, facciamo l’autostop, si va in macchina in 7.
Balliamo in spiaggia. Beviamo in spiaggia. Piangiamo in spiaggia.
Giriamo con un cassa, un vestito da sposa e una chitarra.
Ceniamo con gli occhi lucidi e abbandoniamo i pensieri.
Viviamo leggere ma piene.

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Prima di salire sull’aereo ho letto che certi Viaggi iniziano molto prima di partire.
Io non so dov’è iniziato questo Viaggio, quello che so è che ancora non è finito.

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#Micaperdavvero, qualcuno ha detto Ponte? 

Percepiti 40 gradi.
Sul treno che da Palermo ci porta a Cefalù un ragazzo prova ad aprire più volte il finestrino. Al tentativo più fortunato, esclama: “Come la salsa di pomodoro. Fai tanti sforzi, poi arriva qualcuno e con una botta sola la apre”.

E la vita è un po’ così.
Come la salsa di pomodoro.
Come il finestrino che sembra non aprirsi, e all’improvviso ti regala una boccata d’aria.

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La scorpacciata d’ossigeno fatta a Palermo prevedeva pochi obiettivi, ma buoni:

Rilassarci sotto il sole.
Pariare (che no, non è un termine siciliano, ma queste sono le conseguenze da considerare se vai in vacanza con una Napoletana doc).
Affogare. Nell’olio delle melanzane.

Ebbene:
Il Sole ci regala due giorni splendidi.
Il terzo giorno gioca a nascondino ma noi ci divertiamo con lui scoprendo dei pezzetti di Palermo che altrimenti non avremmo visto.

Sono tornata a casa con il mal di pancia dalle risate.
O forse sono state:

  • Le 5 caponate in due giorni, manco fossero prescritte dal medico “2 volte al dì, durante i pasti“.
  • La briosche verticale farcita con gelato per la colazione della Domenica mattina. Perchè bisogna vivere bene.
  • Il fritto delle panelle o quello delle arancinE (catenesi, non me ne vogliate) da un kg l’una.
  • Il panino con la parmigiana di melanzane che sa di eternità. Come la cipolla delle caponate.
  • La granita di gelsi.
  • I tagliolini limone e bottarga. Tutta quella che avevano in casa.
  • La pasta al forno coi cerchietti, che la devi provà pefforza.

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E se quello che succede in vacanza, rimane in vacanza, vi prego grassi e carboidrati non tornate con me.

Ma non è stata una vacanza di solo cibo.
Non di solo Palermo.
C’è stato il mare di Mondello che sembra una piscina.IMG_2903
Il mercato di Ballaro’ prima e quello di Vucciria dopo.FullSizeRender

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La passeggiata per Cefalu’ che sembrava di stare dentro ad un presepe.
Il porticciolo della Cala e il book fotografico.IMG_3439
Ma soprattutto è stata Monreale e la passeggiata in Taxi con Angelo che ci racconta aneddoti e una Palermo vista in soggettiva, la sua.
E l’incontro con Marco ed Enrico di Le Barrique. Quelle perle che amo scoprire in giro per il mondo, e quelle conoscenze che ti fanno scoprire dei pezzi di mondo.IMG_3320

Perché succede che dopo aver pranzato da loro con un tagliere patrimonio dell’Unesco, ci offrono un birra che termina sul Monte Pellegrino per regalarci l’emozione di vedere Palermo dal santuario di Santa Rosalia.

Perché ci stanno quelle cose che ti RRRRRestano nel cuore“, diceva Marco.
Ecco.

 

 

 

Ed io è qui che voglio stare

C’erano tre romani, una milanese, tre napoletane, un torinese, una toscana e due abruzzesi…attorno ad un tavolo.
Abbiamo riso un sacco ma no, non è una barzelletta.
E’ il prosieguo di un pomeriggio in visita alla mostra di David LaChapelle, ora al Palazzo delle Esposizioni.
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E’ una di quelle serate non organizzate.
Che se prima eravamo in 5 a vedere la mostra, poi eravamo in 12 (a ballare l’hully gully) e allo stesso tavolo a scambiare spicchi di pizza e pezzetti di vita.
Quelle serate leggere che iniziano con una birretta in una delle piazzette di Monti e terminano passeggiando a parlare di dialetti, di modi diversi per dire la stessa cosa.
E della stessa cosa che significa cose diverse a seconda di dove e come le dici.

Un esempio su tutti? La differenza tra sto cazzo e sti cazzi.
So che per gli amici romani sembrerà una precisazione inutile, ma è invece diventato il mio metro di misura per testare l’integrazione con la lingua nostrana, da parte degli amici sparsi qua e là per l’Italia.

Dunque, se io ti racconto una cosa che per me è proprio bella ed interessante, che ci metto un’ora a raccontartela perché ci metto tutti i dettaglini, i ghirigori e le coccarde, e tu, estasiato, mi vuoi far capire che hai apprezzato…ecco tu, a quel punto, devi esclamare “STO CAZZO!!!!”.
Perché se vuoi che la nostra amicizia continui, anche fingendo, la tua reazione deve essere “Ammappa”, “Anvedi”, “Perbacco che cosa interessante mi hai raccontato“, una ficata pazzesca, insomma.
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Se invece rispondi “Sti cazzi!” pure mezzo sorridente e con un’enfasi degna di nota…la conversazione potrebbe interrompersi e riprendere…mai.

Comunque, siparietto a parte, ho scoperto un sacco di cose.
Per esempio che  “ti do la merda” è l’alter ego del nostro “te do na pista“.
Che se ti chiami Esposito e sei di Napoli non hai proprio un bel nome di cui far vanto.
Che “boia de” è abusato, ma solo a Livorno.
Che il termine “mignotta” ha un’origine tutt’altro che volgare (se morite dalla voglia di approfondire, potete farlo qui)
Che a Milano se tiri pacco e hai paccato, stai dando buca. A Roma hai solo limonato forte.

Continuiamo per un po’ così fino a che, per rimanere in tema, s’è fatta ‘na certa e ci salutiamo.
Mi sono ritrovata così a cercare la macchina a Via Cavour, non ricordando che invece l’avessi lasciata da tutt’altra parte – secondo atto di demenza senile nell’arco di una settimana – ma mi soffermo a pensare ad altro.

Sì, alle 2.00 di notte gironzolando da sola, a Roma, ho realizzato che è un anno esatto che sono tornata a Casa.
E’ stato emozionante scoprire che a dispetto di quello che pensavo, dopo essermene allontanata per poi tornare, l’amore per la mia città è cresciuto.
Cresciuto, nel senso di aumentato.
Cresciuto, nel senso che è maturato.
Ora è piu’ consapevole.

Sono partita non sapendo quando sarei tornata.
Ma sapevo che lo avrei fatto.

E lo ha saputo da sempre anche Torino che mi ha accolta, coccolata e persino riscaldata lasciandomi sempre la libertà di andare.

Ed io non so quali altri giri farò.
Quali altre città faranno da dimora.
Ma so che qui ed ora, io è a Roma che voglio stare.

E Roma sì, è una città difficile.
Ci sono così tanti difetti che solo all’idea di iniziare ad elencarli, già sono stanca.
Come lo sono in mezzo al traffico di tutti i giorni.
All’idea di dover trovar parcheggio.
Di fronte alla strafottenza tutta romana, di certi posti.

Ma la verità è che questa mia Roma mi lascia senza fiato per tanti di quei motivi che il Colosseo e Fontana di Trevi in confronto non sono nemmeno un granchè.

Ed io, senza fiato, è qui che voglio stare.

Perché a Roma ci sono le cene in terrazzo con la mia famiglia, anche a Maggio. Con quel venticello che ci vuole il giacchetto.
Perché se ordini il caffè “a portar via” nessuno storce il naso.
Perché la birretta sociale a Monti, Trastevere o San Lorenzo c’ha tutto un altro sapore. Di quelli con le gambe incrociate seduta su una panchina o su un marciapiede che ti dimentiche del resto.
Perché l’estate, da tradizione, io la inauguro con le amiche di sempre ai chioschetti della frutta.
Perché a Roma c’è la Carbonara di mamma.
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Perché io quando sento “Tanto pe’ cantà” mi emoziono per davvero.
Perché il cielo di Roma senza nuvole dovrebbe avere un pantone registrato.
Perché quando passeggio per i Fori Imperiali io torno indietro nel tempo.
Perché esistono le piazze più belle del mondo. E poi le piazze di Roma.
Perché c’è la rosetta.
Perché posso tornare anche dal posto più pazzesco sulla faccia della terra, ma quando atterro di notte su Roma e la vedo tutta illuminata, ho la certezza di essere tornata nel posto giusto.
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Perché ci stanno i non luoghi e poi esistono i luoghi dell’anima.
Quelli dove c’è Casa


“Be’, certo che Roma è una città unica. Io tante volte me domando come fanno a campà quei poveracci che non vivono a Roma.
Dice: ma è diventata una città invivibile, tutti se ne vonno anna’. Ma restano tutti qua! È il fascino della Città Eterna!
Io per esempio sto a Roma da quando so’ nato, no?, e c’ho avuto la fortuna di restare ragazzo a lungo, per cui me so’ innammorato un sacco de vorte.
Ma poi quanno vai a strigne t’accorgi che gli amori so’ come le malattie: te ricordi solo quella più importante.”

Viale del re

Viaggiare, è un lungo…mangiare.

Lo so, non era esattamente così che recitava il detto.
Ma questa frase calza a pennello con il mio ultimo weekend Torinese.
Ok, è anche vero che il cibo è una componente importante in o g n u n o dei miei viaggi…ma questa volta, ho un po’ esagerato.

Riassumerei quest’ultima cartolina che porto via da Torino, intitolandola “i piaceri della vita“.
Quelli che ti fanno riscoprire i cinque sensi.
Che ti riscaldano con un abbraccio e shekerano nell’effervescenza di una risata.
Due. Tre. Un numero indefinito.

E cosi porto dietro l’immagine del buongiorno perfetto: risveglio a casa di Ale, che affaccia sulla meravigliosa Gran Madre.
Ancora per poco.
No, non spostano la chiesa.
E nemmeno casa di Ale.
Semplicemente deve trovarsi un’altra sistemazione ed abbandonare a malincuore una delle case più belle di Torino.

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La lasciamo momentaneamente anche noi con una lenta e pensierosa passeggiata lungo il Po, illuminato da un Sole alto e raro.

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È stato un weekend tetris.
Dicevo sempre così quando tornavo a Roma.
Quando tornare a casa
voleva dire incastrare colazioni, pranzi, incontri al semaforo, saluti per le scale, birre, aperitivi e slittare un appuntamento anche di una mezz’ora voleva dire irrimediabilmente: fallimento!!!
Questa volta l’organizzazione al cardiopalma è capitata a Torino.
Per questo poco dopo ci troviamo a bere seduti davanti a bagel, tea caldo e cupcakes.
Pasticceria sweet lab.
Una bakery favolosa in via Principe Amedeo, 39.

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É qui che faccio l’incontro più dolce del weekend, finalmente conosco il mio nipotino acquisito, Vittorio.

Con quella compagnia non avrei potuto desiderare e chiedere di più.
Ma questo posto merita una visita.
A prescindere.

Ci concediamo lunghe chiacchiere prima di alzarci di nuovo per un’altra direzione e intrufolarci tra i vicoli di Torino.
L’amore per questa città, croce e delizia fino a qualche mese fa, la riscopro in ogni angolo.
Passiamo nella mia piazza preferita, Piazza San Carlo, e godiamo di una delle istallazioni più belle di Luci d’artista.

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Ma stavolta è la sete di shopping ad avere la meglio: entriamo da Mondo e ci perdiamo nei racconti del commesso che incurante della chiusura del negozio, ama il suo lavoro e ci racconta di Erareclam.
Brand che rimette in vita la pubblicità realizzando cinture, borse, pouf attraverso ex cartelloni pubblicitari

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È ora di cena.
E come di consueto nei quasi due anni a Torino, se dici cena, dici San Salvario.
Stavolta optiamo per “La Piola di San Salvario” via Saluzzo, 42.
Ordino una battuta di Fassone.
Un altro must della mia vita Torinese.
Da lì i ricordi sono vaghi, effervescenti, sorridenti, allegri, nostalgici.
Ed è così che finiamo a casa di Ale, a bere un’eccellenza siciliana, a parlare di spotify, parlare di viaggi e…a pianificare il brunch della domenica.

Eh si, per fortuna il nostro fegato non si lascia impressionare facilmente, così il giorno dopo sotto consiglio di Nic ci ritroviamo da Pai bikery.

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Officina specializzata in bici da corsa, scatto fisso, single speed, ma soprattutto cibo eccellente.
Il brunch della Domenica è qui.
Con ritmi lenti, odori di casa.
È per questo che passiamo 3 ore a chiacchierare senza neanche accorgercene.

E giuro, senza neanche accorgermi che dopo qualche ora, siamo di nuovo seduti.

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Open baladin, piazza Valdo fusi.
Anche qui sono i ricordi a farla da padrone.
Monaco, la foto del “dopo 3,4,5 litri”
L’appuntamento cinema del mercoledì.
Gli aneddoti del lavoro, quelli delle uscite.
Il sano gossip tra amici.

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Quei momenti che mi gettano con forza nella nostalgia di un pezzo di vita vissuta.
Importante.
Indelebile.

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Così finisce il weekend, con una sveglia alle 5 del mattino che mi riporta a casa.
Salendo sul treno lascio un fegato, le corde vocali e un pezzo di cuore.
Che sommate alle 47379953 calorie darebbero un bilancio decisamente negativo.
Ma la verità, è che non vedo l’ora di tornare.

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AntiCafè, via Veio 4b.

Non è un bar e nemmeno un internet café.
È recensito da Tripadvisor come uno tra i migliori 100 ristoranti d’Italia.
Ma non è nemmeno questo.

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È l’AntiCafè.
Roma, via Veio 4B, zona San Giovanni.

Il luogo adatto per trascorrere del tempo davanti dispense universitarie, un pc o una buona lettura.
Un “all you can stay” dove non paghi la connessione wi-fi, e nemmeno il caffè.
Esatto, non paghi per mangiare ma per stare.
4 euro per la prima ora, 3 per quelle successive.

Il luogo migliore per l’appuntamento di 3 amici e l’occasione giusta per festeggiare il successo di chi è entrato a tutti gli effetti nel mondo dell’architettura (congratulazioni Amica mia)

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Apriamo il pc ed inizia la nostra chiacchierata.
Non prima di esserci assicurati un buon tea tra le scelte proposte.
(E non prima di aver riempito il vassoio di biscotti e crostatine varie “ragazzi a pancia piena si ragiona meglio!”)
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Scambi di idee, scoperte di prodotti improbabili, ma che funzionano.
(A proposito, avete mai provato a bere da una bottiglietta…formato A4? ora è possibile, grazie a Memobottle.)
Il nostro è un brainstorming libero. Ci facciamo tante risate e senza nemmeno accorgercene sembra di stare a casa nostra: Stefano si alza, prende l’acqua dal frigo, posa le posate sporche (dopo il dolce, passiamo al salato, w le nachos, etc etc!)

E guardandoci attorno, è così un p0′ per tutti.
Sembra di vedere tanti tavoli con tanti piccoli micromondi dove le storie si sfiorano, a volte si incontrano e altre coesistono e basta.

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Ma sarà per l’ottima compagnia, ormai consolidata da anni, o per l’atmosfera alla quale non poter chiedere di più… che ci giriamo un attimo e ci accorgiamo di essere rimasti soli mentre i ragazzi del locale hanno iniziato la chiusura.
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E così ci ritroviamo a scambiare una chiacchiera con uno dei proprietari, che ci racconta questi primi 3 mesi di attività.
Il primo mese stavamo 14 ore al giorno a guardarci in faccia! Non entrava nessuno. Pensate che una volta mi sono ricordato che ci fosse da mettere a posto il magazzino e sono andato a farlo in sordina per paura che qualcuno lo facesse prima di me! Ci annoiavamo a morte…”
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E’ bastato qualche articolo su internet la viralità che solo i social network sanno regalare, un servizio al tg e del sano passaparola… che ad Agosto è stato record di presenze “dovevamo mandar via le persone“, ci dice.

Purtroppo nei racconti del nostro interlocutore, ci imbattiamo anche nell’ostilità burocratica di questo Paese che spesso mette i bastoni tra le ruote ad iniziative come queste che rappresentano un’opportunità per i tanti freelance (ahimè, già parecchio ostacolati da un sistema non del tutto funzionante), ma per fortuna scopriamo che il bilancio di questi primi 3 mesi è assolutamente positivo.
E si scorge dalla voglia e la passione con cui a chiusura inoltrata, ci racconta ancora dei piccoli aneddoti di queste settimane.

Ci guardiamo ancora un pò attorno e vediamo che ci sono delle fotografie esposte.
Io e Viviana, in simbiosi come sempre, chiediamo se affidano i loro spazi in maniera gratuita per esporre… e la risposta non può che essere un fragoroso Sì.
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Anticafè è una realtà nuova in Italia ma è lo spazio giusto dove mettere in connessione idee, mettere in rete competenze diverse, fare network o semplicemente pensare…al tempo che scorre.

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A proposito…fuori che tempo fa?!