Vietnam: mangia, prega che non ci sia il chilli, ama.

Concludevo uno degli ultimi articoli dicendo che ci sono dei viaggi che iniziano molto prima di partire

Non c’è dubbio che per il Vietnam sia stato così.

Estate 2016 e prima una domanda a Guglielmo, backpacker solitario affamato di mondo:

“Gulli qual è il posto che ti è piaciuto di più di tutti tra quelli visti fino ad ora?”
“Mic, non riesco a sceglierne uno solo, ma i primi due posti sono occupati   sicuramente da Vietnam e Cuba.”

Poi giro di ricognizione con Alessia e Manuela e via, è deciso: si va in Vietnam.

Succede poi che tra uno scalo scomodo in Turchia, un colpo di stato ad Instanbul uniti al desiderio di Manu di vedere l’altra parte del mondo…dirottiamo su Cuba.

Quello che è successo nei tre anni che dividono quella Cuba da questo Vietnam, è Storia.

La mia storia, la nostra storia.
Non solo quella che mi vede mano nella mano con l’uomo della mia vita.
Ma anche quella di chi ci sta intorno.
Delle nostre Famiglie.
Della vita che è imprevedibile.
Del miscuglio di lingue che si parla in casa.
Del riso oggi e della carbonara domani.
Delle scelte che ti cambiano e che non vorresti mai tornare indietro.
Dei trasferimenti, dei visti, dei traslochi, dei sogni e dei viaggi.

Come quello che si è appena concluso.

Perché sì, alla fine in Vietnam ci sono andata, ma con una formazione diversa.

Una con-formazione molesta, così riassunta:

Micaela: Travel planner
Reinaldo: Rei Branda
Michele: Ma allora lei è scemo
Francesca: No dressing at all
Patrizia: Cerbiatto di merda
Cristian: Let’s watch a porn
Andrea: Merda è l’anagramma del mio nome

Tra questi c’era chi era convinto da subito, chi si è deciso poi, chi si è aggiunto a sorpresa…fatto sta che alle 5:00 del 14 agosto eravamo in macchina, direzione Fiumicino.

Dopo 72 ore circa, passando per Singapore, incontriamo per la prima volta Hanoi.

Siamo in Vietnam, ragazzi.

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Il nostro tour, cucito addosso ad un raggio temporale di 2 settimane, ha previsto un’esplorazione da nord a sud, partita dalla folle capitale e conclusa nella magica Hoi An.

Se dovessi descrivere con un’immagine Hanoi, direi che è come salire sulla giostra dei calci in culo e non capirci più niente.
Spintonate e profumo di libertà.

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È confusione a tutte le ore.
Clacson e motorini sferranti che devi vederli con i tuoi occhi altrimenti non ci credi.
Ma è anche il Bahn Mi più buono assaggiato (Banh Mi 25ndr)
Un caffè con l’uovo che se non mi viene la salmonella sono pronta ad ordinarne altri dieci.
È andare sul motorino in 3 e mangiare rane e galline di dubbia provenienza.

Per trovare riparo dal costante rumore dei clacson, saliamo a bordo di una crociera nella baia di Bay Tu Long (parente stretta della più famigerata Ha Long Bay, ma più intima, riservata, ancora poco corteggiata dai turisti)

Che dire.
Senza parole
.

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Addormentarsi in un angolo di mondo incontaminato.
Uscire in kayak alla scoperta della baia (e ne avremmo anche testimonianza fotografica se il telefono di Andrea non fosse rimasto nella baia a nuotare con i pesciolini)
Chiacchierare sotto un cielo stellato diverso da quello cui siamo abituati e lasciarsi svegliare da un’alba colorata di rosa e magia.

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Lasciamo la baia alla volta di Hue.

Non prima di celebrare l’ingresso nel nuovo decennio –  ebbene sì, si entra nei 30 – passando per la confusione della capitale e soprattutto per un Karaoke trash ma palcoscenico di memorabili performance.

Hue in realtà la sfioriamo appena.

Giusto il tempo per familiarizzare con la cittadine, una cena ed una passeggiata nel giardino della cittadella che è arrivato il momento di salire a bordo di 7 moto.

In ogni mio viaggio c’è il viaggio nel Viaggio.
Ecco, sicuramente questa è la matrioska del Vietnam
.

7 amici, noi.
7 amici, loro, i nostri pazzi bikers.
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Dall’alba al tramonto ci siamo rincorsi come lancette di un orologio.

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Abbiamo gareggiato, scherzato e condiviso ogni curva, ogni panorama mozzafiato, ogni rettilineo.
Ma qui a farla da padrone non siamo noi, e non sono nemmeno loro.

È il Vietnam, che si mostra in tutta la sua bellezza.

Si lascia immortalare.
Si lascia vivere.
Mangiare e tuffare.
Si lascia andare, e noi con lui.

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Arriviamo ad Hoi An.

Stanchi ma con l’adrenalina ancora in corpo.
Stanchi ma affamati, as usual.

Si riparte, stavolta a bordo del mezzo più semplice da indossare: le nostre infradito, passo dopo passo ci conducono al quartiere vecchio.

Ed è lì che tutto d’un tratto, succede l’inaspettato

Sbem.

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Una stradina dopo l’altra ci ritroviamo davanti alla sorprendente magia di Hoi An.

Lanterne, luci, mercatini, barchette, profumi e desideri viaggiano a velocità diverse ma tutti nello stesso angolo di mondo.

Ne apprezziamo lo splendore, quanto basta prima di crollare dopo una giornata piena. Di tutto.

Il giorno dopo è tutto confusamente felice.

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Colori, odori, sali sul motorino, vedi le risaie, arriva al mare, sali sul paracadute.

Cosa? Sul paracadute?
Sì!

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Corri a cena, mangia, prega che non ci sia il chilli, ama.

Ci lasciamo massaggiare lentamente da Hoi an (ma a pensarci bene anche fare la manicure e metterci lo smalto)

Ma ora, le isole ci aspettano.

Non c’è mare da cartolina nè panorami patinati ad accoglierci eppure…le isole cham ti abbracciano e conquistano.

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Le ho trovate di una bellezza selvaggia, come di chi sta bene anche senza trucco.Pettinate dal vento e truccate dal sole.

Di una bellezza intima. Come lo sguardo dentro le case all’ora di cena.

Familiare. Come la sensazione al ritorno dal mare, percorrendo quella che sembra la stradina di sempre.

Spensierate, come i pensieri che si sono fatti cullare dalle onde.

Irriverenti, come quando sai che puoi uscire scalza e camminare.
E ballare sulla sabbia.
Senza che nessuno lo venga a sapere.

Saporite al sapore di sale, di acqua e pescatori.

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Suggestive come solo un bagno a cielo spento e illuminato dalle stelle può regalare.

Commoventi, come il rumore del mare che si mischia alla voce familiare ed emozionante di Francesca sulle note di una canzone che significa tanto.

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Da lì in poi è qualcosa che si ripete con ordine sparso, con gli occhi di chi ha già visto e che un po’ ha capito.
Ma forse no.

Ed è tempo di tornare.

Ma negli occhi c’è ancora lei.

La bellezza del vietnam, disinvolta e toccante.
Come chi ne ha vissute tante ma non si è lasciato scalfire.
Come chi la guerra l’ha vissuta e sofferta ma si è rialzato.

È un paese ostinatamente bello.

Di quelli dove quando guardi le persone negli occhi è un attimo che gli vuoi già bene.

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Same Same.
Ciao Vietnam, ciao.

 

 

 

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La mia TOP TEN.

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Ah, le liste.
Non so cosa si nasconda di così perverso dietro questa mia smisurata passione per le liste, questa smania di catalogazione, di ordinare le cose da 10 a 0. Di metterle sul podio, di capirle attraverso un ordine ben preciso, il mio.
O il vostro, se ve lo domando:

La top ten dei tuoi film preferiti?
I migliori giocatori di basket di tutti i tempi?” – mio fratello ormai, c’ha fatto il callo
Se dovessi scegliere i 3 posti che ti sono piaciuti di più?

Chissà perché poi, una che con i numeri non c’è mai andata troppo d’accordo, gode alla sola idea.
E allora questo pomeriggio va così, va che mi regalo questo momento di piacere, tutto mio.

La TOP TEN delle cose alle quali mai vorrei rinunciare.

1. L’adrenalina che ti regala quella scritta in stampatello “RIEPOLOGO DELLA SUA PRENOTAZIONE“.
Non c’ho mai creduto troppo a quella storia lì dell’attesa del piacere che è essa stessa il piacere, ma prenotare un volo non vuol dire solo attendere.
Vuol dire viaggiare con i racconti degli altri, fare il count down, fantasticare con le tue aspettative e aver voglia di disattenderle almeno un po’.
Vuol dire “stavolta la valigia la preparo bene, seguo dei criteri, mi ricordo lo spazzolino da denti” e trovarsi la sera prima a buttarci dentro un po’ di armadio e appena arrivati passare al supermarket del Bangla per comprare uno spazzolino scadente e pagarlo come una pulizia dei denti.

2.Progettare.
Io sono, senza dubbio, la me soddisfatta di cinque anni fa.
Se mi avessero chiesto come avrei sognato di vedermi a distanza di anni, avrei risposto più o meno così.
Forse un po’ più tonica, un po’ più ricca e un po’ più bionda ok, ma sì, più o meno così.
E sebbene io mi senta ancora una 23enne in erba, il calendario quest’anno ne segna 28 ed è giunto il momento di ri-progettare e di tendere verso nuove cose.
Ci vediamo tra altri 5 anni.

3. “Due biglietti per lo spettacolo delle…”
E le chiacchiere prima dell’inizio del film. E i trailer prima dell’inizio del film. E le pubblicità prima dell’inizio del film.
E…sì ma ‘sto film inizia?
Buio in sala. Ah ecco.
PS: che qualcuno inventi i pop corn che non fanno rumore, please.

4. In screenshot we trust
Che per carità, non è che anni fa non si spettegolava allo stesso modo o con meno carica emotiva.
Non è che ci risparmiavano da un certo tipo di gossip o ci facevamo parlare dietro.
Ma in certe situazioni il tempismo conta e Ceres ci insegna che l’instant marketing è tutto. Quindi perché non screenshottare?
Soprattutto quando, dopo anni, abbiamo bisogno di portare prove documentali.

5. Alla Fiducia.
A quella che le persone hanno riposto in me, negli anni.
A quelle confidenze che moriranno insieme a me.
A quella che mi ha fatto capire il peso delle responsabilità.
A quella che ho accordato io, fidandomi di un semplice sguardo.
A quel prezioso dare-avere.
Quell’accordo tacito: io ti do fiducia, ma tu non disattenderla.
A quella che mi sono guadagnata e a quella di chi, sulla base di una sensazione, me l’ha regalata.

6. Lo shopping online.
Non disdegno mica quel camminare con così tante buste che Julia Roberts lèvati proprio, per amor del cielo.
Ma quella pratica del piacere di passare in rassegna, selezionare, mettere dentro il carrello, cambiare idea, tornare indietro, “sei sicuro di voler eliminare questo prodotto” , “oddio no“, pensarci, nel frattempo individuare altri 3 articoli, mettere dentro al carrello e alla fine aspettare il pacco…Ecco sì, quella pratica merita di stare qui.

7. Mangiare e dormire.
Ok, no. Non parlo del bisogno primordiale di farlo. Di quella legge abbastanza naturale per cui:
se non mangi –> muori.
se non dormi –> muori (gli ultimi mesi mi fanno credere il contrario, comunque)
Parlo di quella possibilità di farlo di straforo e di farlo con gusto.
Della domenica mattina in cui non hai impegni, di quando la sveglia suona ma sai che puoi spegnerla, del riposino pomeridiano che santo subito chi l’ha inventato.
Di quando mangiare non vuol dire solo nutrirsi.
Del giovedì gnocchi, delle crepes con la nutella, del sashimi, del cheesburger.
Di quelle volte che mangi anche con gli occhi.
Di quando puoi farti accompagnare da un buon vino.
Di quando sticazzi la dieta, sticazzi gli orari.

8. I compromessi, soprattutto quando a scenderci sono gli altri.
No dai, scherzo!
Ma la bellezza dei compromessi è una cosa che non mi aspettavo e che non mi sarei mai aspettata dalla me di qualche anno fa.
Di quella che pensava che il grigio fosse la risposta di chi non sapeva scegliere tra bianco il nero. Di chi non sapeva indossare il coraggio di fronte a certi bivi.
E scoprire qualche ruga dopo (tratto da una storia vera ndr) che c’è più coraggio di quanto si pensi ad accettare di scendere a compromessi con se stessi.
Crescere è anche questo.

9. Non rinuncerei mai alle foto.
A quelle istantanee, a quelle nell’album, a quelle social, agli scatti rubati, a quelle 5.263 che stanno intasando i 64gb della memoria dell’iphone, ma che hanno la straordinaria capacità di rendere presente un momento passato.
Che sanno raccontare laddove le parole non riuscirebbero.

10. Alla sensibilità.
Che non c’è un filtro di instagram che si chiama così, ma che è il modo migliore che ho per guardare la vita, la mia e quella degli altri.
E’ quella stessa sensibilità che mi rende spesso vulnerabile, un obiettivo sensibile, appunto.
Quella che ho maledetto ogni qualvolta gli occhi sono diventati lucidi quando non dovevo, quando non volevo.
Che mi fatto caricare di pesi che non erano miei quando non me lo meritavo.
Ma è la stessa che mi permettere di capire le persone, anche quelle che giocano a nascondino.
Che mi fa andare nel pozzo.
Quella che mi fa vedere dentro un paesaggio più di un tramonto, ascoltare dentro racconto più di una storia.
Quella che trasforma le lacrime in gioia e una carezza in calore.
E’ quella che fa di me, chi sono oggi.

Cuba: sin prisa pero sin pausa.

Vietnam: la meta del Viaggio di quest’anno.
Era deciso dalla prima foto vista, dai primi racconti di Gulli, dall’amore per l’oriente, dai ricordi della Thailandia.
Complice una sensazione prima, uno scalo scomodo ad Instabul poi ed un golpe a conferma che le sensazioni vanno ascoltate quasi sempre… il viaggio di cui vi sto per raccontare è esattamente dall’altra parte del mondo.

Non c’è stato bisogno di far roteare il mappamondo e puntare il dito e nemmeno di farci guidare dall’offerta del momento per sapere che Cuba sarebbe stata cornice e contenuto di questa estate.

La formazione?
Bellizzi, Condina, Orefice.
Ok, ma ora, trolley o zaino? Shakespeare si rassegna sapendo che il suo dilemma non reggerà mai il confronto.
Ma anche Decathlon è dalla nostra e presto (si fa per dire) fatto, si parte!

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Se Pollicino lasciava briciole per ritrovare la strada verso casa, io lascio pezzetti di cuore in giro per il mondo per ricordarmi ogni volta quanto è importante uscire dal proprio porto sicuro.

Mi avevano parlato di una Cuba pericolosa, dove per trovare una saponetta devi fare un patto col diavolo e dove chiunque cerca di fregarti.
Sono partita pensando che avrei trovato prostitute ad ogni angolo della strada e che l’atmosfera di Via Sannio sarebbe stata l’habitat per i successivi 15 giorni.

La realtà è che per creare uno stereotipo ci vogliono 5 minuti e un fitto passaparola.
Per sfatare un pregiudizio la possibilità di salire su un aereo e guardare, per non diventare cieco.

E noi gli occhi li abbiamo tenuti sbarrati dal primo istante.
Da quando abbiamo messo piede sul primo gruzzolo di sabbia a Varadero, scoprendo che i cubani non prendono il sole per non scurire la pelle, che stanno dentro l’acqua nello stesso modo in cui noi chiacchieriamo in un bar.
Abbiamo scoperto che il mare della Sardegna, quello della Sicilia o del Salento non hanno proprio nulla da invidiare.

Ma non è Varadero che ha lasciato il segno, anche se, a proposito di occhi, è guardando dentro quelli di Alessandro che ci siamo fidate a lasciare nelle mani di uno sconosciuto i soldi per noleggiare una macchina, in cambio di una promessa “tra un’ora torno e partiamo

Ingenuità?
Incoscienza?
E se non torna?
2 romane e una napoletana che si lasciano fregare a Cuba
Guarda che sòla che abbiamo preso, eh

Ma Alessandro spacca il minuto e noi siamo in macchina. 
Che siamo state fortunate ad incontrarlo lo scopriremo solo poi, in quel momento ringraziamo e ci godiamo la gioia di sapere che è ancora possibile credere nella bontà di uno sguardo e nella palabra de un hombre.

Direzione Cienfuegos.
Ma facendo prima tappa a Play Giron e al Parco del Nicho.
E se posso dire che questo Viaggio è stato un crescendo è perché la tappa successiva di un itinerario improvvisato è Trinidad.

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Ecco sì, parliamo di Trinidad.
Parliamo delle case colorate.
Parliamo dei nonni che la abitano.
Parliamo di un patrimonio.
Parliamo della casa con piscina.
Del Cocktail di benvenuto.
Parliamo della casa della Musica prima e della fuga dal pub dopo.
Del gelato cubano, ecco no, di quello non parliamo e nemmeno delle 5 ore ad aspettare Alessandro.
Parliamo piuttosto della salsa ballata a piedi scalzi (e del vetro di bottiglia tolto con le pinzette da Ale poi, ndr.), della passeggiata souvenir e del temporale pomeridiano.
Oppure no, non parliamo e ascoltiamo il rumore del mare a Playa Ancon.
Godiamo dei momenti, dei fermo immagine, ce li viviamo tutti.


Sin prisa pero sin pausa.

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Si risale in macchina per affrontare il viaggio più lungo del Viaggio.
Non prima di esserci fermati in una piantagione di canna da zucchero perchè Ale “ho già la foto in mente“.
Si parla della storia di Cuba, leggiamo assorte le nostre guide, ascoltiamo musica latina e la mescoliamo a un po’ di buon cantautorato italiano.
Alessandro ci racconta e si racconta.
Rimaniamo quasi senza benzina ma in quel momento niente ci preoccupa, il modo di vivere cubano inizia a contagiarci, iniziamo ad abbassare ogni difesa e reticenza.

La meta è Pinar del Rio, l’altro pezzo di cuore farà infatti domicilio a Valle de Vinales, nella casa particulares della nonna di Tweety e Gatto Silvestro (prego vedere diapositiva)
Il tempo qui si è fermato per un po’.
“Ma mancano ancora 10 giorni?” Manu è felicemente incredula.

E’ questa la tappa dove si è andate a cavallo.
Dove una coincidenza che non ci credo ancora, ma che mi ha portato ad incontare Edo e la sua famiglia dall’altra parte del mondo.

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Dove i tramonti il fiato te lo strappano con prepotenza.

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Sono questi i giorni dove le mie Amiche mi hanno festeggiata a dovere e con piacere, riuscendo ad infilare in un backpack il regalo del mio compleanno, le candeline portate da Roma, la torta trovata non si sa come, in un paese dove i dolci sembrano un miraggio.
E’ la tappa degli occhi lucidi a leggere certi messaggi di auguri arrivati oltreoceano e a ricevere il regalo della nostra nonna Cubana.

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Ma il nostro è un on the road e ‘sta volta la roadmap dice L’avana.

Da qui i ricordi sono nitidi ma alla rinfusa.
Scopriamo una Cuba diversa, più scaltra, più irriverente.
La musica permea ogni angolo di questo Paese e ancor di più di questa città.
Ci lasciamo conquistare, cullare.

L’immagine che ho da questo momento in poi è di chi arriva in spiaggia, si spoglia, posa la borsa del mare, e così piedi nudi nella sabbia sa che non ha più bisogno di nulla.
Va verso il mare e inizia a vivere, a ballare, a cantare.

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A L’Avana usciamo la mattina da casa e decidiamo che non è necessario tornare a casa a cambiarsi, che in fondo i capelli pettinati dal vento e le guance truccate dal sole sono l’outfit migliore.

 

Scopriamo che la Pina Colada vince a mani basse su qualsiasi mojito, cuba libre a caipirinha.
Che dall’edificio Bacardi puoi innamorarti de L’Avana.
Ma in fondo basta camminare per qualsiasi calle de L’Avana Vieja per infatuarti della sua atmosfera.


Noi decidiamo di fermarci a Plaza de la Catedral e lì vengo letteralmente rapita da una coppia di artisti che suonano e cantano.
La Musica, ragazzi.
Che musica.

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Da questo momento in poi si resta a L’avana, si va via, scopriamo Matanzas, ci manca L’avana.
Saliamo su taxi, facciamo l’autostop, si va in macchina in 7.
Balliamo in spiaggia. Beviamo in spiaggia. Piangiamo in spiaggia.
Giriamo con un cassa, un vestito da sposa e una chitarra.
Ceniamo con gli occhi lucidi e abbandoniamo i pensieri.
Viviamo leggere ma piene.

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Prima di salire sull’aereo ho letto che certi Viaggi iniziano molto prima di partire.
Io non so dov’è iniziato questo Viaggio, quello che so è che ancora non è finito.

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Portogallo – (non) solo bagaglio a mano.

Spagna e Portogallo.

Io li ho sempre immaginati così, fratello e sorella.
Con quella e molto più che una congiunzione, un legame di sangue, piuttosto.

E questo Viaggio è servito ancora una volta a capire perché viaggiare non è solo una passione, un impeto, ma soprattutto una necessità: quella di scoprire cosa c’è al di là del mio naso, comprendere i miei limiti, i pregiudizi, le aspettative e semplicemente spingermi oltre loro.

A questo proposito cito un pezzetto del libro “Solo bagaglio a mano” scoperto tramite consiglio di un Amico Viaggiatore.

“A me è capitato a Kigali, capitale del Ruanda […] tutti andavano di gran carriera, come se fossero in ritardo. […] Chiesi spiegazioni a un ragazzo, occhi iniettati di malaria: “Sir, i bersagli mobili sono più difficili da colpire”. […] La guerra civile, i cecchini gli avevano insegnato qualcosa che si può applicare anche a circostanze meno drammatiche: se ti sposti sarai più difficile da abbattere. Se resti nella stessa casella, stesso quartiere, lavoro, gruppo familiare, quel gran tiratore che è il destino avrà più agio nel prendere la mira”

Mi è servito questo mini on the road per scoprire che il Portogallo non solo è un parente alla lontana della Spagna, ma è diverso nel profondo.
Cambia la lingua, ma ancora di più l’atmosfera, le persone, il cibo.

Se alegrìa è il termine che mi viene in mente quanto penso a Barcellona, ora ho capito perchè la parola d’ordine portoghese è saudade.

Non si può tradurre in Italiano, ma la parola che di più vi si avvicina è malinconia.
La stessa che abbiamo respirato a Lisbona, nella sua decadenza, nelle sue porte uniche a loro stesse, nello spettacolo di Fado a cui abbiamo assistito all’Alfama.
Quella nostalgia di un tempo passato che si percepisce in qualsiasi angolo della città, nel suo tram 28 che attraversa i saliscendi, nella riservatezza delle persone, nel loro parlare a bassa voce.
Nel contenuto festeggiamento del Capodanno, ilare sì, ma mai urlato.

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Nei miei Viaggi ci sono stati tanti colpi di fulmine, Bangkok primo fra tutti, città che non riusciranno mai a conquistarmi, Malaga per esempio.
E poi ci sono quei luoghi da capire, che non ti convincono ma che ti fanno lasciare qualcosa da tornare a riprendere.
Lisbona entra in questa lista.

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Ma ancora prima di capirlo, saliamo su un treno che ci porta a Coimbra.
E’ una sosta breve, ma intensa quanto basta per continuare il mio book-crossing con il libro di Guglielmo Lorenzo, lasciato anche questa volta in un angolo della città, precisamente da Fangas, piccola perla culinaria di Coimbra dove potersi concedere anche una buona lettura.

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Il viaggio prosegue poi verso Porto, la vera sorpresa della vacanza.
Il meteo non è stato dalla nostra: ha piovuto ininterrottamente per 48 ore, ma quando i fiumi di acqua vengono accompagnati da fiumi di Vino, si sopravvive, sorridendo!
Se poi il vino è quello di Porto, lo bevi con così tanto piacere che non sei neanche così sicura stia continuando a piovere.
E se proprio dovesse continuare…allora scatta la visita alle cantine! -Tra le migliori Cockburn’s.

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Porto ci regala anche il piacere di un nuovo amico, Rui, al quale non possiamo non chiedere dove andare a mangiare una buona Francesinha.
E lui non si limita a risponderci che la migliore della città è da Cafè Santiago, ma ci indica anche un rooftop dove poter bere un tea caldo allietandoci con la migliore vista su Porto.

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Per sdebitarci, gli concediamo una sfida Italia-Portogallo che finisce in pari merito e con la promessa di un volo verso Roma entro l’anno per Rui.

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E così, con le immagini di una città bagnata dalla pioggia, che ci ha coinvolte ed incuriosite, che ci ha spinto ad immaginarcela scaldata da sole, torniamo in camera a preparare i bagagli consapevoli che si tratterà solo di un Arrivederci.

Sciao.

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Sopravvivere ad un trasloco – lo stai facendo sbagliato!

La cosa bella dei traslochi (ah, c’è una cosa bella, quindi?!)
Dicevamo.
La cosa bella dei traslochi è che sì, prepari le scatole, ti spazientisci ed annoi a morte, procrastini come mai nella vita, tiri fuori un sacco di polvere, apri e chiudi il frigorifero ancora più compulsivamente…ma è anche un po’ come aprire il tuo personale vaso di Pandora.

E come quando apri una scatola confezionata dove tutto è stato incastrato al millimetro …poi niente ritorna al suo posto e anzi, ringrazia se rientra tutto.
Puoi pure mentire a te stessa e farti credere che hai fatto un corso in impacchettamento, ma cara mia..non s’ha da fare!
Quindi sei lì che cerchi di ottimizzare qualsiasi cosa.
Il tempo
lo spazio
lo scotch
apri il frigorifero
il cartone,
fai le liste
chiudi il frigorifero
le scatole grandi
quelle piccole e…ok. si è capito. 

E finisce che l’unica cosa che ottimizzi è il fatturato di Kleneex

Ed è assurdo come ogni volta (ah già, vero! “Ciao sono Micaela ho 25 anni e sono al mio sesto trasloco“).
Dicevamo.
E’ assurdo come ogni benedetta volta parti convinta di fare man bassa di fogli, foglietti, biglietti del cinema, scontrini, rose appassite, cd masterizzati e gadget improbabili presi in altrettanti eventi improbabili.
Ti senti un po’ come quegli pseudo mostri che si vedono nei film, sì quelli tritatutto con tanto di armatura pronti a sterminare l’intera umanità.
E tu pensi di essere più o meno come loro con la tua specie da sterminare, quella dei ricordi e alla fine hai la conferma che non solo sei un’accumulatrice seriale, ma a quanto pare sei pure un’inguaribile romantica.
E con gli anni, ‘ste due caratteristiche possono fare grandi cose insieme: sì portarti a vivere in una cemeretta che sembra più che altro un robivecchi, per esempio.

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Succede quindi che ti prepari psicologicamente alla nuova era del “ciao sono Micaela (quella di prima!), ho 25 anni e sono 3 giorni che non accumulo niente!” e…velocizzi i gesti.
Una sorta di lotta contro-il-tempo-contro-te-stessa.
Della serie “e mo’ ti frego!
Certo, se tu il biglietto del cinema che si è sbiadito e non sai più nemmeno a quale film faccia riferimento, lo butti velocemente senza guardarlo, potrebbe essere che ce l’hai quasi fatta!
Un po’ più complicato quando hai davanti la fascia del primo concerto di Ligabue, che pure se è un po’ impolverata fa sempre la sua porca figura o la corona di alloro della laurea che ogni giorno perde una foglia ma che tu con perseveranza lasci lì agonizzante in attesa di una morte definitiva.

E alla fine arriva…Molly! No, alla fine arrivano i libri.
E da quelli non ci si separa a prescindere. Mai. Never. Nunca. Non se ne parla!
Anzi, non vedi l’ora di risistemarli nelle future librerie, anche con un certo ordine, il tuo.
Ci sono quelli che ti porteresti un po’ ovunque.
Quelli che ho portato anche a Torino, così…per farmi compagnia.
Per rendere una casa nuova, la mia casa.
Per quell’aria familiare che sanno avere i libri.

Li prendi in blocco, li incastri a tetris negli scatoloni.
Lo sai che li porterai.

Sono i superstiti di qualsiasi trasloco per questo non ci perdi troppo tempo.
Quasi con tutti, tranne che con lui. Il tuo primo libro.

Dai, le abbiamo tutti quelle letture che un po’ ti cambiano.
Un po’ per sempre intendo.
Sono quelle che tornano ricorrenti nella vita, che giocano a nascondino ma che certe volte voglio proprio farsi tanare. “ciao, io mi nascondo, ma se tu proprio non mi trovi vienimi a cercare qui, nascosto in quella frase che proprio sarebbe perfetta per questo momento della tua vita.”

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Ecco. Il piccolo principe.
Il mio, non quello che ho reagalato a Jacopo a Natale.
Non quello che ormai trovi pure al supermercato. No, proprio il mio.
E sorrido.
Non per la carta ingiallita, per la copertina trasparente con la quale lo avevo foderato.
Non per il segnalibro a forma di tartaruga.
Perchè lo sfoglio, finisco quasi per leggerne metà e arrivo ad una frase e come consuetudine quando un pensiero mi colpisce, faccio un’orecchietta alla pagina.
E sorrido
Perchè mi accorgo che quella pagina l’orecchietta ce l’ha già. E allora penso che cambiano tante cose.
Cambiano le case, cambia la famiglia, cambia che sei più grande, che certe parole non hai più bisogno di andare a cercare sul dizionario e che a prescindere adessero useresti internet.
Cambiano i comodini cui poggiarceli sopra i libri, e cambiano i cuscini dove abbandonare i pensieri.
Ma certe cose no, non troveranno mai il tempo come proprio alleato.

«Che cosa vuol dire ‘addomesticare’?
“È una cosa da molto dimenticata. Vuol dire ‘creare dei legami’…”
“Creare dei legami?”
“Certo”, disse la volpe. “Tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo”»

Ah, che belli i traslochi!
(Questa frase potrà essere utilizzata contro di me, ho diritto a rimenere in silenzio, ho diritto ad un avvocato, ma se è un facchino tutto fare, meglio!)

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“Avrò cura di te” – tratto da una storia vera

Ho appena finito un viaggio.

“E’ di questo che andiamo in cerca nei viaggi: di una prova che consenta di comprendere chi siamo e di dare valore a quello che abbiamo.
[…]
Ogni essere umano è un eroe.  E l’eroe combatte sempre per tornare a casa.
Potrebbe restarci fin dall’inizio ma l’intuito gli suggerisce che per amare le sue  radici in maniera consapevole  dovrà prima lasciarle, dimenticarle, addirittura rinnegarle, per poi iniziare a struggersi nel ricordo e, superata la prova della lontananza, decidere in piena libertà di farvi ritorno.
Soltanto allora sarà in grado di apprezzare ciò che già possedeva, ma non era in grado di comprendere.
Il tesoro che cerchi si trova dove sei, ma come faresti a saperlo se non andassi a cercarlo da qualche altra parte?

Avrò cura di te” di Massimo Gramellini e Chiara Gamberale.

Napul’è mille culure

Ciò che più mi piace dei miei Viaggi, è quell’immancabile dose di improvvisazione alla quale proprio non riesco, e non voglio, rinunciare.

Quella che un 26 Dicembre qualsiasi ti fa alzare dalla tavola imbandita (con grande fatica, lo ammetto) prendere il computer e prenotare 2 biglietti a/r nel weekend per nientepopodimenocheNapoli!

E quindi libro nuovo di zecca, musica nelle orecchie e l’amica di sempre a fianco.
Quelle costanti, le mie, che ti fanno pensare “cosapossochiederedipiù?”

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Un’ora di viaggio. Troppo poco per addormentarmi, troppo tempo prima di poter addentare la prima sfogliatella!
Soprattutto perchè quando arriviamo a Napoli, dopo il primo abbraccio con Max che ci aspetta in stazione inizia una corsa contro il tempo per cercare di sederci da Sorbillo (una delle pizzerie storiche di Napoli) che, ok che qualcosa da smaltire ce l’avessi…ma se non mi sono mai iscritta ad una maratona, un motivo c’è.

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Ma tant’è. Arriviamo.
Ecco “cercare di sederci” in questo caso non è un eufemismo, è pura utopia.
Troppa gente, troppa fila…troppa fame!
E poi abbiamo un programma serratissimo, non possiamo permetterci tutta questa attesa decidiamo quindi di ripiegare per un pranzo fugace dando appuntamento al resto della ciurma alle 15:30 da Gambrinus.

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Ecco, altra precisazione: se a Napoli dai appuntamento dopo pranzo ad un’amica che non vedi da un po’ di tempo…può succedere che dopo aver bevuto uno dei caffè più buoni che ricordi, ti ritrovi in mano una barattolo di mulignane sott’olioamici vi ho portato le melanzane sott’olio che ha fatto mamma, ma voglio una foto mentre le mangiate, sennò mamma ci rimane male!”

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Baci, abbracci, melanzane, risate…e si riparte.
A questo punto l’unica cosa che ci divide dal tunnel borbonico è un’imbracatura, un cappello da speleologo con tanto di torcia, guanti alla mano e spiegazioni di rito.
Eseguiamo alla lettera tutto quello che ci spiega pazientemente Mauro, la nostra guida.
Una di quelle persone che ama il suo lavoro e lo fa percepire dal primo all’ultimo istante di questo tour.
Ed è così che ci ritroviamo in fila indiana, esploratori curiosi di questa meravigliosa Napoli sotterranea.

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Sì, perchè ci sono quelle città che devi osservare col naso all’insù per cercare di capire dove finisce quel grattacielo o quella torre panoramica.
Ci sono quelle che puoi ammirare dai tetti o perderti nei canali.
Capitano poi quelle città che conosci scrutandone i particolari, cercando i dettagli e guardando le persone. Ed è il caso di Napoli.
Ma questa volta Napoli è anche andare in profondità, cercare di non trascurare nulla, conoscere il mondo che si cela sotto. E rimanerne meravigliati.

“…per ogni cosa c’è un posto, ma quello della meraviglia è solo un po’ più nascosto…

Ed è vero.
E’ nascosto nell’acquedotto, nell’immaginarsi il lavoro dei pozzari, nell’esplorazione della cisterna.
Nei simboli della massoneria incisi nel tufo… “…circa due anni fa sono venuti dei massoni, della loggia Grande Oriente, quando siamo arrivati qui davanti ci hanno chiesto di allontanarci e di lasciarli soli…dovevano compiere un rito”

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La curiosità ed il fascino di questo percorso aumenta ad ogni passo.
Per questo quando arriviamo alla fine del percorso la stanchezza di queste due ore sotto terra non si percepisce affatto.
Ma non abbiamo tempo per considerazioni romantiche, Max ci lascia una quarto d’ora a testa per prepararci prima di prendere parte al Mercante in fiera a casa Bello, un evento unico nel suo genere.
Quelle cose che ti fanno amare le tradizioni, i riti appunto.

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Si percepisce la tradizione, gli aneddoti accumulati negli anni, la voglia di stare insieme il sapore vero dell’Amicizia.
La stessa che si è rotta quando Carlo, la mascotte della nostra squadra, ha scoperto che ci eravamo appena aggiudicate un’asta per 155€!

Ecco, non so se ho temuto di più il suo sguardo a fine serata o la sveglia delle 8 impostata per l’indomani.
Ma con innegabile fatica ci alziamo dal letto e con altrettante impresentabili occhiaie mi presento davanti a Manu che ci aspetta davanti alla biglietteria per iniziare un altro tour, il Miglio Sacro.
Percorrere un miglio sottoterra vuol dire scoprire che San Gennaro era un uomo alto 1,90m, rimanere sbalorditi per la quantità di teschi e di ossa del cimitero delle fontanelle, passare per il Rione Sanità e accorgersi della storia millenaria e della tradizione che si nasconde in ogni suo angolo, in ogni panno stesso, in ogni paniere sceso dal balcone.

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Le poche ore di sonno e la stanchezza iniziano a farsi sentire e noi dobbiamo riscattarci per il pranzo del giorno prima.
Corriamo da Pizzeria Lombardi, e ci perdiamo in quelle chiacchiere lente e sorridenti che ti ricordano che non solo è Domenica, ma che sei a Napoli in compagnia dei tuoi amici.
E allora il Tempo si blocca, si ferma, rallenta. L’inesorabile non è più scadito dal ticchetìo delle lancette ma dalle risate, qualche foto, e l’organizzazione di weekend futuri.

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Sì, alle cinque parte il treno, ma c’è tempo, ancora un po’.
Per godere di questi attimi.
Per godere del profumo che emanano le sfogliatelle di Attanasio (souvenir senza il quale non avrei potuto mettere piede dentro casa) e per godere dei racconti di Manu su uno spettacolo teatrale che entra di diritto nei buoni propositi del 2015 alle porte.

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E salendo sul treno, penso ad una cosa. Che è una conferma.
Ci sono quelle Amicizie per cui le distanze, quelle spazio temporali non sono e non saranno mai un ostacolo.
Ed io, sono fortunata.

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