Out of breath 

Ieri al corso d’inglese (ebbene sì, ho iniziato un corso d’inglese), è uscita fuori l’espressione “out of breath“.
Con Isabella abbiamo discusso velocemente sulle diverse accezioni e,  presto fatto, un’ora dopo ho capito tutto.

Senza fiato.

Così sono rimasta quando Facebook mi ha ricordato che un anno fa mangiavamo la polenta insieme.

Anzi, a dirla tutta, FB mi ha ricordato che scrivevo un post che titolava “La Valsugana magnatela te” con tanto di foto delle tue braccia sapientemente impegnate ai fornelli.  Già, la tua era La polenta, quella vera.

Sulla spianatora, con le spuntature e il vino rosso ad annaffiare tutto. Compresa la tovaglia. E da lì io che passo a benedire tutti.

Ecco, che belli i Riti, e che potenza hanno.

E ancora una volta, ho trattenuto le lacrime, le ho cacciate dentro, le ho rimandate a dopo.

Come se uno con il dolore ci potesse giocare così. A dire “no guarda, adesso non posso, rimandiamo a poi“.

No, non è così che funziona.

Non esistono call rimandate, impegni mancati, meeting calendarizzati. Non esistono parole inglesi che spiegano tutto senza dire niente. Non esiste la fuffa.

Il dolore è una cosa seria.

Quando un ricordo arriva di nascosto e ti lascia così “out of breath” non puoi far altro che confrontarti con quell’intima sensazione di calore mista a paura.

Perchè la verità è che mi manchi. Che mi manchi tanto.

“Love cannot be lost”

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La colazione di Pasqua

Da piccolo ti insegnano che “Natale con i tuoi e Pasqua con chi vuoi” e per un certo periodo dell’adolescenza non vedi l’ora di sentirti grande ed omaggiare quello sfrenato senso di libertà che ti offre quel “chi vuoi“.

Solo che poi, crescendo, ti accorgi che quello che vuoi, che proprio non vedi l’ora, è alzarti e godere della colazione di Pasqua, con i tuoi.

Quella colazione che la parola d’ordine è ottimizzare: che è anche un po’ pranzo, un po’ merenda e un po’ cena. Insieme.
Quella che potrebbe essere la scorta per un mese in trincea.

Quella che legittima latte e vino nella stessa tavola. E perchè no, nello stesso bicchiere.
Corallina e colomba nello stesso piatto. Una bomba di abbinamento.
Quella che inizi col dolce, passi al salato, e poi sì, un pezzetto di cioccolata ancora!
(per poi spiegare su Whatsapp a chi ne è ignaro – Dio perdonali, non sanno cosa dicono – che cos’è la coratella.)

La colazione di Pasqua è quella delle uova disegnate.
Che ci vuole un po’ di immaginazione.
Ma anche quella delle uova di cioccolata, con le sorprese dentro – dove invece chi se l’è inventate e ce le ha messe dentro non deve averne avuta molta, d’immaginazione –
Ma che non importa cosa ci trovi, ma è la perfezione di quell’uovo liscio, del profumo della cioccolata kinder a concederti di tornare bambina.

Sì, La colazione di Pasqua è un rito. Un valore.
Quello glicemico.

Sopravvivere ad un trasloco – lo stai facendo sbagliato!

La cosa bella dei traslochi (ah, c’è una cosa bella, quindi?!)
Dicevamo.
La cosa bella dei traslochi è che sì, prepari le scatole, ti spazientisci ed annoi a morte, procrastini come mai nella vita, tiri fuori un sacco di polvere, apri e chiudi il frigorifero ancora più compulsivamente…ma è anche un po’ come aprire il tuo personale vaso di Pandora.

E come quando apri una scatola confezionata dove tutto è stato incastrato al millimetro …poi niente ritorna al suo posto e anzi, ringrazia se rientra tutto.
Puoi pure mentire a te stessa e farti credere che hai fatto un corso in impacchettamento, ma cara mia..non s’ha da fare!
Quindi sei lì che cerchi di ottimizzare qualsiasi cosa.
Il tempo
lo spazio
lo scotch
apri il frigorifero
il cartone,
fai le liste
chiudi il frigorifero
le scatole grandi
quelle piccole e…ok. si è capito. 

E finisce che l’unica cosa che ottimizzi è il fatturato di Kleneex

Ed è assurdo come ogni volta (ah già, vero! “Ciao sono Micaela ho 25 anni e sono al mio sesto trasloco“).
Dicevamo.
E’ assurdo come ogni benedetta volta parti convinta di fare man bassa di fogli, foglietti, biglietti del cinema, scontrini, rose appassite, cd masterizzati e gadget improbabili presi in altrettanti eventi improbabili.
Ti senti un po’ come quegli pseudo mostri che si vedono nei film, sì quelli tritatutto con tanto di armatura pronti a sterminare l’intera umanità.
E tu pensi di essere più o meno come loro con la tua specie da sterminare, quella dei ricordi e alla fine hai la conferma che non solo sei un’accumulatrice seriale, ma a quanto pare sei pure un’inguaribile romantica.
E con gli anni, ‘ste due caratteristiche possono fare grandi cose insieme: sì portarti a vivere in una cemeretta che sembra più che altro un robivecchi, per esempio.

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Succede quindi che ti prepari psicologicamente alla nuova era del “ciao sono Micaela (quella di prima!), ho 25 anni e sono 3 giorni che non accumulo niente!” e…velocizzi i gesti.
Una sorta di lotta contro-il-tempo-contro-te-stessa.
Della serie “e mo’ ti frego!
Certo, se tu il biglietto del cinema che si è sbiadito e non sai più nemmeno a quale film faccia riferimento, lo butti velocemente senza guardarlo, potrebbe essere che ce l’hai quasi fatta!
Un po’ più complicato quando hai davanti la fascia del primo concerto di Ligabue, che pure se è un po’ impolverata fa sempre la sua porca figura o la corona di alloro della laurea che ogni giorno perde una foglia ma che tu con perseveranza lasci lì agonizzante in attesa di una morte definitiva.

E alla fine arriva…Molly! No, alla fine arrivano i libri.
E da quelli non ci si separa a prescindere. Mai. Never. Nunca. Non se ne parla!
Anzi, non vedi l’ora di risistemarli nelle future librerie, anche con un certo ordine, il tuo.
Ci sono quelli che ti porteresti un po’ ovunque.
Quelli che ho portato anche a Torino, così…per farmi compagnia.
Per rendere una casa nuova, la mia casa.
Per quell’aria familiare che sanno avere i libri.

Li prendi in blocco, li incastri a tetris negli scatoloni.
Lo sai che li porterai.

Sono i superstiti di qualsiasi trasloco per questo non ci perdi troppo tempo.
Quasi con tutti, tranne che con lui. Il tuo primo libro.

Dai, le abbiamo tutti quelle letture che un po’ ti cambiano.
Un po’ per sempre intendo.
Sono quelle che tornano ricorrenti nella vita, che giocano a nascondino ma che certe volte voglio proprio farsi tanare. “ciao, io mi nascondo, ma se tu proprio non mi trovi vienimi a cercare qui, nascosto in quella frase che proprio sarebbe perfetta per questo momento della tua vita.”

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Ecco. Il piccolo principe.
Il mio, non quello che ho reagalato a Jacopo a Natale.
Non quello che ormai trovi pure al supermercato. No, proprio il mio.
E sorrido.
Non per la carta ingiallita, per la copertina trasparente con la quale lo avevo foderato.
Non per il segnalibro a forma di tartaruga.
Perchè lo sfoglio, finisco quasi per leggerne metà e arrivo ad una frase e come consuetudine quando un pensiero mi colpisce, faccio un’orecchietta alla pagina.
E sorrido
Perchè mi accorgo che quella pagina l’orecchietta ce l’ha già. E allora penso che cambiano tante cose.
Cambiano le case, cambia la famiglia, cambia che sei più grande, che certe parole non hai più bisogno di andare a cercare sul dizionario e che a prescindere adessero useresti internet.
Cambiano i comodini cui poggiarceli sopra i libri, e cambiano i cuscini dove abbandonare i pensieri.
Ma certe cose no, non troveranno mai il tempo come proprio alleato.

«Che cosa vuol dire ‘addomesticare’?
“È una cosa da molto dimenticata. Vuol dire ‘creare dei legami’…”
“Creare dei legami?”
“Certo”, disse la volpe. “Tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo”»

Ah, che belli i traslochi!
(Questa frase potrà essere utilizzata contro di me, ho diritto a rimenere in silenzio, ho diritto ad un avvocato, ma se è un facchino tutto fare, meglio!)

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La mia isola felice

All’università impari che esistono i nonluoghi.
Si tratta di quei posti che potresti entrare a Roma ed uscire a New York e non noteresti differenza.

Tutti-uguali-tutto-uguale.

Centri commerciali, grandi stazioni, franchising, catene di alberghi.

Spazi non identitari, contenitori di rapporti precari, luoghi di transito, luoghi dove tutto è simile.
Nonluoghi appunto.

E poi c’è questo posto.

Non lo trovi su nessun libro universitario.
E ogni tanto fatica anche il navigatore a localizzarlo.
Ma esiste.
Il luogo dove tutto è sì uguale, ma a se stesso: è il luogo dell’infanzia.

Che cresce, si rinnova, cambia pelle, ma non si snatura mai. Mantiene la sua essenza.
Il posto che senti come casa.
Che è casa.

È questo il posto del “quanto sei cresciuta” di anno in anno.
Che prima suonava come un complimento ed ora è più che altro una constatazione (amichevole)
Del “sei uguale a tua madre“.
E allora hai la certezza del complimento.

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Ed é in posti come questi che è conservata una verità: di un posto che ti ha vista crescere, cambiare, diventare grande non sei tu a conoscere bene ogni angolo ma è lui a sapere tutto di te.
E quando un posto ti conosce, sa come farti stare bene.

E sa che basta poco.
Sai che basta questo.

Non hai bisogno di altro se non della colazione da Walter, che è lacolazione.

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Della distesa di sassi dove correvi senza farti male.
Dove bastava un pó di fantasia e il sasso smetteva di essere sasso per diventare qualcos’altro.
Dove quindi, alla fine, ti accorgi che non è cambiato nulla.

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È qui, in questo mare, che ho imparato veramente a nuotare.
Qui che ho fatto il primo bagno a mezzanotte.
E sempre qui ho capito che non riuscirò mai a far saltare il sasso sulla superficie dell’acqua per più di tre volte.

Questa spiaggia è il cappello di mio nonno, che cambia colore ogni giorno e ogni giorno mi ricorda che per ogni problema esiste una soluzione.
Sono le confidenze, le scoperte, le chiacchierate, il mare fino al tramonto.
Essere piccoli e diventare grandi insieme. Io e mio fratello. E con noi chi ci ha visto cambiare.
I gavettoni, sfidare le onde, il bagno al largo con il pattino, aver visto crescere Chiara ed ora veder succedere lo stesso con Jacopo.

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Questo posto per me è Isola felice.
È boccata di ossigeno, è respirare aria pura prima di ripartire.
Qualsiasi sia la destinazione.

Ok, sono pronta.