Out of breath 

Ieri al corso d’inglese (ebbene sì, ho iniziato un corso d’inglese), è uscita fuori l’espressione “out of breath“.
Con Isabella abbiamo discusso velocemente sulle diverse accezioni e,  presto fatto, un’ora dopo ho capito tutto.

Senza fiato.

Così sono rimasta quando Facebook mi ha ricordato che un anno fa mangiavamo la polenta insieme.

Anzi, a dirla tutta, FB mi ha ricordato che scrivevo un post che titolava “La Valsugana magnatela te” con tanto di foto delle tue braccia sapientemente impegnate ai fornelli.  Già, la tua era La polenta, quella vera.

Sulla spianatora, con le spuntature e il vino rosso ad annaffiare tutto. Compresa la tovaglia. E da lì io che passo a benedire tutti.

Ecco, che belli i Riti, e che potenza hanno.

E ancora una volta, ho trattenuto le lacrime, le ho cacciate dentro, le ho rimandate a dopo.

Come se uno con il dolore ci potesse giocare così. A dire “no guarda, adesso non posso, rimandiamo a poi“.

No, non è così che funziona.

Non esistono call rimandate, impegni mancati, meeting calendarizzati. Non esistono parole inglesi che spiegano tutto senza dire niente. Non esiste la fuffa.

Il dolore è una cosa seria.

Quando un ricordo arriva di nascosto e ti lascia così “out of breath” non puoi far altro che confrontarti con quell’intima sensazione di calore mista a paura.

Perchè la verità è che mi manchi. Che mi manchi tanto.

“Love cannot be lost”

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