Cuba: sin prisa pero sin pausa.

Vietnam: la meta del Viaggio di quest’anno.
Era deciso dalla prima foto vista, dai primi racconti di Gulli, dall’amore per l’oriente, dai ricordi della Thailandia.
Complice una sensazione prima, uno scalo scomodo ad Instabul poi ed un golpe a conferma che le sensazioni vanno ascoltate quasi sempre… il viaggio di cui vi sto per raccontare è esattamente dall’altra parte del mondo.

Non c’è stato bisogno di far roteare il mappamondo e puntare il dito e nemmeno di farci guidare dall’offerta del momento per sapere che Cuba sarebbe stata cornice e contenuto di questa estate.

La formazione?
Bellizzi, Condina, Orefice.
Ok, ma ora, trolley o zaino? Shakespeare si rassegna sapendo che il suo dilemma non reggerà mai il confronto.
Ma anche Decathlon è dalla nostra e presto (si fa per dire) fatto, si parte!

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Se Pollicino lasciava briciole per ritrovare la strada verso casa, io lascio pezzetti di cuore in giro per il mondo per ricordarmi ogni volta quanto è importante uscire dal proprio porto sicuro.

Mi avevano parlato di una Cuba pericolosa, dove per trovare una saponetta devi fare un patto col diavolo e dove chiunque cerca di fregarti.
Sono partita pensando che avrei trovato prostitute ad ogni angolo della strada e che l’atmosfera di Via Sannio sarebbe stata l’habitat per i successivi 15 giorni.

La realtà è che per creare uno stereotipo ci vogliono 5 minuti e un fitto passaparola.
Per sfatare un pregiudizio la possibilità di salire su un aereo e guardare, per non diventare cieco.

E noi gli occhi li abbiamo tenuti sbarrati dal primo istante.
Da quando abbiamo messo piede sul primo gruzzolo di sabbia a Varadero, scoprendo che i cubani non prendono il sole per non scurire la pelle, che stanno dentro l’acqua nello stesso modo in cui noi chiacchieriamo in un bar.
Abbiamo scoperto che il mare della Sardegna, quello della Sicilia o del Salento non hanno proprio nulla da invidiare.

Ma non è Varadero che ha lasciato il segno, anche se, a proposito di occhi, è guardando dentro quelli di Alessandro che ci siamo fidate a lasciare nelle mani di uno sconosciuto i soldi per noleggiare una macchina, in cambio di una promessa “tra un’ora torno e partiamo

Ingenuità?
Incoscienza?
E se non torna?
2 romane e una napoletana che si lasciano fregare a Cuba
Guarda che sòla che abbiamo preso, eh

Ma Alessandro spacca il minuto e noi siamo in macchina. 
Che siamo state fortunate ad incontrarlo lo scopriremo solo poi, in quel momento ringraziamo e ci godiamo la gioia di sapere che è ancora possibile credere nella bontà di uno sguardo e nella palabra de un hombre.

Direzione Cienfuegos.
Ma facendo prima tappa a Play Giron e al Parco del Nicho.
E se posso dire che questo Viaggio è stato un crescendo è perché la tappa successiva di un itinerario improvvisato è Trinidad.

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Ecco sì, parliamo di Trinidad.
Parliamo delle case colorate.
Parliamo dei nonni che la abitano.
Parliamo di un patrimonio.
Parliamo della casa con piscina.
Del Cocktail di benvenuto.
Parliamo della casa della Musica prima e della fuga dal pub dopo.
Del gelato cubano, ecco no, di quello non parliamo e nemmeno delle 5 ore ad aspettare Alessandro.
Parliamo piuttosto della salsa ballata a piedi scalzi (e del vetro di bottiglia tolto con le pinzette da Ale poi, ndr.), della passeggiata souvenir e del temporale pomeridiano.
Oppure no, non parliamo e ascoltiamo il rumore del mare a Playa Ancon.
Godiamo dei momenti, dei fermo immagine, ce li viviamo tutti.


Sin prisa pero sin pausa.

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Si risale in macchina per affrontare il viaggio più lungo del Viaggio.
Non prima di esserci fermati in una piantagione di canna da zucchero perchè Ale “ho già la foto in mente“.
Si parla della storia di Cuba, leggiamo assorte le nostre guide, ascoltiamo musica latina e la mescoliamo a un po’ di buon cantautorato italiano.
Alessandro ci racconta e si racconta.
Rimaniamo quasi senza benzina ma in quel momento niente ci preoccupa, il modo di vivere cubano inizia a contagiarci, iniziamo ad abbassare ogni difesa e reticenza.

La meta è Pinar del Rio, l’altro pezzo di cuore farà infatti domicilio a Valle de Vinales, nella casa particulares della nonna di Tweety e Gatto Silvestro (prego vedere diapositiva)
Il tempo qui si è fermato per un po’.
“Ma mancano ancora 10 giorni?” Manu è felicemente incredula.

E’ questa la tappa dove si è andate a cavallo.
Dove una coincidenza che non ci credo ancora, ma che mi ha portato ad incontare Edo e la sua famiglia dall’altra parte del mondo.

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Dove i tramonti il fiato te lo strappano con prepotenza.

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Sono questi i giorni dove le mie Amiche mi hanno festeggiata a dovere e con piacere, riuscendo ad infilare in un backpack il regalo del mio compleanno, le candeline portate da Roma, la torta trovata non si sa come, in un paese dove i dolci sembrano un miraggio.
E’ la tappa degli occhi lucidi a leggere certi messaggi di auguri arrivati oltreoceano e a ricevere il regalo della nostra nonna Cubana.

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Ma il nostro è un on the road e ‘sta volta la roadmap dice L’avana.

Da qui i ricordi sono nitidi ma alla rinfusa.
Scopriamo una Cuba diversa, più scaltra, più irriverente.
La musica permea ogni angolo di questo Paese e ancor di più di questa città.
Ci lasciamo conquistare, cullare.

L’immagine che ho da questo momento in poi è di chi arriva in spiaggia, si spoglia, posa la borsa del mare, e così piedi nudi nella sabbia sa che non ha più bisogno di nulla.
Va verso il mare e inizia a vivere, a ballare, a cantare.

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A L’Avana usciamo la mattina da casa e decidiamo che non è necessario tornare a casa a cambiarsi, che in fondo i capelli pettinati dal vento e le guance truccate dal sole sono l’outfit migliore.

 

Scopriamo che la Pina Colada vince a mani basse su qualsiasi mojito, cuba libre a caipirinha.
Che dall’edificio Bacardi puoi innamorarti de L’Avana.
Ma in fondo basta camminare per qualsiasi calle de L’Avana Vieja per infatuarti della sua atmosfera.


Noi decidiamo di fermarci a Plaza de la Catedral e lì vengo letteralmente rapita da una coppia di artisti che suonano e cantano.
La Musica, ragazzi.
Che musica.

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Da questo momento in poi si resta a L’avana, si va via, scopriamo Matanzas, ci manca L’avana.
Saliamo su taxi, facciamo l’autostop, si va in macchina in 7.
Balliamo in spiaggia. Beviamo in spiaggia. Piangiamo in spiaggia.
Giriamo con un cassa, un vestito da sposa e una chitarra.
Ceniamo con gli occhi lucidi e abbandoniamo i pensieri.
Viviamo leggere ma piene.

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Prima di salire sull’aereo ho letto che certi Viaggi iniziano molto prima di partire.
Io non so dov’è iniziato questo Viaggio, quello che so è che ancora non è finito.

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#Micaperdavvero, qualcuno ha detto Ponte? 

Percepiti 40 gradi.
Sul treno che da Palermo ci porta a Cefalù un ragazzo prova ad aprire più volte il finestrino. Al tentativo più fortunato, esclama: “Come la salsa di pomodoro. Fai tanti sforzi, poi arriva qualcuno e con una botta sola la apre”.

E la vita è un po’ così.
Come la salsa di pomodoro.
Come il finestrino che sembra non aprirsi, e all’improvviso ti regala una boccata d’aria.

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La scorpacciata d’ossigeno fatta a Palermo prevedeva pochi obiettivi, ma buoni:

Rilassarci sotto il sole.
Pariare (che no, non è un termine siciliano, ma queste sono le conseguenze da considerare se vai in vacanza con una Napoletana doc).
Affogare. Nell’olio delle melanzane.

Ebbene:
Il Sole ci regala due giorni splendidi.
Il terzo giorno gioca a nascondino ma noi ci divertiamo con lui scoprendo dei pezzetti di Palermo che altrimenti non avremmo visto.

Sono tornata a casa con il mal di pancia dalle risate.
O forse sono state:

  • Le 5 caponate in due giorni, manco fossero prescritte dal medico “2 volte al dì, durante i pasti“.
  • La briosche verticale farcita con gelato per la colazione della Domenica mattina. Perchè bisogna vivere bene.
  • Il fritto delle panelle o quello delle arancinE (catenesi, non me ne vogliate) da un kg l’una.
  • Il panino con la parmigiana di melanzane che sa di eternità. Come la cipolla delle caponate.
  • La granita di gelsi.
  • I tagliolini limone e bottarga. Tutta quella che avevano in casa.
  • La pasta al forno coi cerchietti, che la devi provà pefforza.

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E se quello che succede in vacanza, rimane in vacanza, vi prego grassi e carboidrati non tornate con me.

Ma non è stata una vacanza di solo cibo.
Non di solo Palermo.
C’è stato il mare di Mondello che sembra una piscina.IMG_2903
Il mercato di Ballaro’ prima e quello di Vucciria dopo.FullSizeRender

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La passeggiata per Cefalu’ che sembrava di stare dentro ad un presepe.
Il porticciolo della Cala e il book fotografico.IMG_3439
Ma soprattutto è stata Monreale e la passeggiata in Taxi con Angelo che ci racconta aneddoti e una Palermo vista in soggettiva, la sua.
E l’incontro con Marco ed Enrico di Le Barrique. Quelle perle che amo scoprire in giro per il mondo, e quelle conoscenze che ti fanno scoprire dei pezzi di mondo.IMG_3320

Perché succede che dopo aver pranzato da loro con un tagliere patrimonio dell’Unesco, ci offrono un birra che termina sul Monte Pellegrino per regalarci l’emozione di vedere Palermo dal santuario di Santa Rosalia.

Perché ci stanno quelle cose che ti RRRRRestano nel cuore“, diceva Marco.
Ecco.

 

 

 

Portogallo – (non) solo bagaglio a mano.

Spagna e Portogallo.

Io li ho sempre immaginati così, fratello e sorella.
Con quella e molto più che una congiunzione, un legame di sangue, piuttosto.

E questo Viaggio è servito ancora una volta a capire perché viaggiare non è solo una passione, un impeto, ma soprattutto una necessità: quella di scoprire cosa c’è al di là del mio naso, comprendere i miei limiti, i pregiudizi, le aspettative e semplicemente spingermi oltre loro.

A questo proposito cito un pezzetto del libro “Solo bagaglio a mano” scoperto tramite consiglio di un Amico Viaggiatore.

“A me è capitato a Kigali, capitale del Ruanda […] tutti andavano di gran carriera, come se fossero in ritardo. […] Chiesi spiegazioni a un ragazzo, occhi iniettati di malaria: “Sir, i bersagli mobili sono più difficili da colpire”. […] La guerra civile, i cecchini gli avevano insegnato qualcosa che si può applicare anche a circostanze meno drammatiche: se ti sposti sarai più difficile da abbattere. Se resti nella stessa casella, stesso quartiere, lavoro, gruppo familiare, quel gran tiratore che è il destino avrà più agio nel prendere la mira”

Mi è servito questo mini on the road per scoprire che il Portogallo non solo è un parente alla lontana della Spagna, ma è diverso nel profondo.
Cambia la lingua, ma ancora di più l’atmosfera, le persone, il cibo.

Se alegrìa è il termine che mi viene in mente quanto penso a Barcellona, ora ho capito perchè la parola d’ordine portoghese è saudade.

Non si può tradurre in Italiano, ma la parola che di più vi si avvicina è malinconia.
La stessa che abbiamo respirato a Lisbona, nella sua decadenza, nelle sue porte uniche a loro stesse, nello spettacolo di Fado a cui abbiamo assistito all’Alfama.
Quella nostalgia di un tempo passato che si percepisce in qualsiasi angolo della città, nel suo tram 28 che attraversa i saliscendi, nella riservatezza delle persone, nel loro parlare a bassa voce.
Nel contenuto festeggiamento del Capodanno, ilare sì, ma mai urlato.

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Nei miei Viaggi ci sono stati tanti colpi di fulmine, Bangkok primo fra tutti, città che non riusciranno mai a conquistarmi, Malaga per esempio.
E poi ci sono quei luoghi da capire, che non ti convincono ma che ti fanno lasciare qualcosa da tornare a riprendere.
Lisbona entra in questa lista.

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Ma ancora prima di capirlo, saliamo su un treno che ci porta a Coimbra.
E’ una sosta breve, ma intensa quanto basta per continuare il mio book-crossing con il libro di Guglielmo Lorenzo, lasciato anche questa volta in un angolo della città, precisamente da Fangas, piccola perla culinaria di Coimbra dove potersi concedere anche una buona lettura.

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Il viaggio prosegue poi verso Porto, la vera sorpresa della vacanza.
Il meteo non è stato dalla nostra: ha piovuto ininterrottamente per 48 ore, ma quando i fiumi di acqua vengono accompagnati da fiumi di Vino, si sopravvive, sorridendo!
Se poi il vino è quello di Porto, lo bevi con così tanto piacere che non sei neanche così sicura stia continuando a piovere.
E se proprio dovesse continuare…allora scatta la visita alle cantine! -Tra le migliori Cockburn’s.

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Porto ci regala anche il piacere di un nuovo amico, Rui, al quale non possiamo non chiedere dove andare a mangiare una buona Francesinha.
E lui non si limita a risponderci che la migliore della città è da Cafè Santiago, ma ci indica anche un rooftop dove poter bere un tea caldo allietandoci con la migliore vista su Porto.

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Per sdebitarci, gli concediamo una sfida Italia-Portogallo che finisce in pari merito e con la promessa di un volo verso Roma entro l’anno per Rui.

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E così, con le immagini di una città bagnata dalla pioggia, che ci ha coinvolte ed incuriosite, che ci ha spinto ad immaginarcela scaldata da sole, torniamo in camera a preparare i bagagli consapevoli che si tratterà solo di un Arrivederci.

Sciao.

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Out of breath 

Ieri al corso d’inglese (ebbene sì, ho iniziato un corso d’inglese), è uscita fuori l’espressione “out of breath“.
Con Isabella abbiamo discusso velocemente sulle diverse accezioni e,  presto fatto, un’ora dopo ho capito tutto.

Senza fiato.

Così sono rimasta quando Facebook mi ha ricordato che un anno fa mangiavamo la polenta insieme.

Anzi, a dirla tutta, FB mi ha ricordato che scrivevo un post che titolava “La Valsugana magnatela te” con tanto di foto delle tue braccia sapientemente impegnate ai fornelli.  Già, la tua era La polenta, quella vera.

Sulla spianatora, con le spuntature e il vino rosso ad annaffiare tutto. Compresa la tovaglia. E da lì io che passo a benedire tutti.

Ecco, che belli i Riti, e che potenza hanno.

E ancora una volta, ho trattenuto le lacrime, le ho cacciate dentro, le ho rimandate a dopo.

Come se uno con il dolore ci potesse giocare così. A dire “no guarda, adesso non posso, rimandiamo a poi“.

No, non è così che funziona.

Non esistono call rimandate, impegni mancati, meeting calendarizzati. Non esistono parole inglesi che spiegano tutto senza dire niente. Non esiste la fuffa.

Il dolore è una cosa seria.

Quando un ricordo arriva di nascosto e ti lascia così “out of breath” non puoi far altro che confrontarti con quell’intima sensazione di calore mista a paura.

Perchè la verità è che mi manchi. Che mi manchi tanto.

“Love cannot be lost”

NosTHAIlgia, NosTHAIlgia canaglia…

Quando pensi di non essere in grado di trovare la parole giuste, allora vuol dire che devi provare ad usarle tutte le lettere che hai a disposizione.

Ebbene, in 21 lettere, ecco spiegata cos’è la #nosTHAIlgia.

A come Andiamo in Thailandia quest’anno? Ok, prenotiamo.

B come Buddha. Ecco sì Buddha, togliamoci ‘sto pensiero e non t’offende… io ci ho provato, giuro. Ma dopo il primo, sempre in quella posizione così rilassata…non ho ritenuto necessario vedere gli altri 56789876567 templi tutti uguali in cui t’hanno collocato. Niente di personale, insomma
.

C come Cumpleanos Feliz. Il più cantato, festeggiato, colorato, e pitturato compleanno della storia. Il mio.

D come Domodossola. (E’ come il nero, sta bene co’ tutto)

E come Elefanti. Come il mio Papa Joe. Come una delle esperienze più autentiche mai vissute.
Come piedi nudi nel fango e come la frase “siamo in un mare di merda” non è mai stata più azzeccata
.

F come Francesca e Fuoco sacro. “…e qualcuno ancora si stupisce, del Fuoco Sacro che ci unisce…”. Perchè allora non serve aggiungere altro.

G come Green Bungalows. Il posto che fa di Koh Panghan il luogo migliore dove svegliarsi e dire buongiorno al mondo.

H come Ho come l’impressione che la mia incolumità al fianco di Francesca sia in pericolo. Per un milione di motivi ma che questo li racchiude tutti.

“My io sento troppa polizia e ambulanza, secondo me è successo qualcosa…
F: Ma no…è Bangkok che è caotica…
ore 19:10: messaggio della Farnesina “ATTENTATO A BANGKOK, PREGO COMUNICARE VOSTRA INCOLUMITÀ”

I come Incontri. Quelli casuali, programmati, inaspettati. Come le strette di mano, gli abbracci sentiti. Come i viaggiatori solitari e i gruppi rumorosi. Come chi ha reso questo viaggio esattamente così come è stato.     

L come Lonely Planet. Che quanto sei figa, bella, utile, fantastica e meravigliosa. Ma quantocaxxopesi?!?!?!

M come MY. Come mai dire mai e mai dire sempre. Tranne stavolta. Tranne quando è impresso prima sul cuore e poi sulla pelle. My come “My in Thai”. Per sempre.

 

N come NONHODORMITOUNCAZZ. (E quindi dove mi appoggio dormo)
O come On The Road. Quello in cui ho fatto scorta di Bello. Quello imprevedibile. Pieno di tappe prefissate e di cambi di programmi improvvisi. Pieno di tutto, questo on the road.

 

P come piedi scalzi. Ovunque. Perchè piedi scalzi state of mind.
 
Q come Qube Hostel. Quello dell’ultima notte a Bangkok. Quello che se il genio della lampada ha “fenomenali poteri in un minuscolo spazio vitale” e Renato Pozzetto può dire “Taaaaaaac”, allora anche io posso dormire in una capsula.

R come…dopo 15 giorni ci ripenserebbe pure Shakespeare e la scriverebbe così “siamo fatti della stessa sostanza di cui è fatto il RISO“. (Però, I ❤ Pad Thai)

S come Sorrisi. Quelli così immotivati e quindi così veri dei Thailandesi. Quelli che ti ricordano che la felicità è veramente una cosa semplice e a portata di mano. La tua.

T come Tuk Tuk. Come Taxi e Tassisti sequestatri per un giorno. Come “Keep calm, Keep calm…Ooooo non devi urlà!”. Come vivere con i capelli al vento (e rischiando la vita).

U come “uuuuuuuanandred baaath”. Come contrattare è una cosa divertente. Come qualsiasi sia la proposta, la risposta sarà sempre “Eh? Noooo! Its tuuu macccc”

V come Voli. Perchè non ci hanno spaventato le 18 ore dell’andata neanche e le 19 del ritorno. Perchè non sono stati troppi nemmeno i 4 voli interni. Perchè in aeroporto la speranza è stata fino all’ultimo istante “ti prego, dimmi che ci hanno cancellato il volo“. Perché noi eravamo quelle che non volevano tornare.

Z come… vabbè, la Z me la prendo come Jolly, sì come l’argomento a piacere della maturità, insomma.
Z per rispondere a tutti coloro ci chiedono “e allora, ‘sta Thailandia, com’è stata?“.
Ecco, ‘sta Thailandia è stata come la Vita che dopo qualche dispetto, ci ha voluto ricordare di quanto sappia essere dannatamente bella.

Tre giorni a Bangkok – pensavo fosse amore invece era un Tuk Tuk

 Avete presente la Carbonara? Che c’è a chi piace con l’uovo quasi crudo, chi la stravolge con l’uovo cotto. C’è chi la mangia col pecorino, chi col guanciale. C’è chi è il suo piatto preferito e chi, per esempio, è allergico al pepe.

Ecco, ci stanno quelle città che sono come la Carbonara. Che non piacciono a tutti o semplicemente non a tutti nello stesso modo. Che dipende da come te le cucinano, con chi le mangi.

E poi c’è Bangkok (che ancora non s’è capito come si pronuncia. Tu per esempio come l’hai letto?!)

Che invece è come le ostriche. Che o le ami tanto tanto, a dismisura. Oppure ti fa senso avere quella cosa viscida in bocca. Insomma che non puoi dire “sì un po’ mi piace”.

O ci vai matto. O le detesti.

E prima di partire ho scoperto che Bangkok, come le ostriche, divide il mondo in due. 

Bianco o nero. 

Ed io sono partita così curiosa di sapere da quale parte del mondo sarei stata che è stato quasi impossibile non ricordare che io, per le ostriche, ci sono quasi finita in ospedale. Per indigestione.

Bangkok è colorata. È viva. A qualsiasi ora.

È il tuk tuk col vento nei capelli e le foto sfuocate, come i pensieri di chi ci viaggia sopra. È parlare con gli indigeni sapendo che loro non capiscono te mentre tu non capisci loro e continuare ad annuire e sorridersi reciprocamente, perché sai che si giungerà ad un compromesso.

Ecco, sì, Bangkok è la bellezza dei compromessi.

Se sei in grado di mangiare senza guardare, allora puoi godere di una cucina che sa come farsi perdonare una pulizia un po’…approssimativa.

Se accetti di buon grado il suo caldo così opprimente, scopri angoli di mondo che non credevi possibili. Il parco Lumpini, per esempio.

  Bangkok è la contraddizione delle case-palafitta e dei ragazzi che pescano nel fiume più putrido mai visto finora, con l’aperitivo al Blue Moon al 61º piano di un grattacielo.  È Kao San Road, che si saranno sbagliati, si chiama Kaosanroad. Piena di gente. Piena di tutto.

Piena pure di cavallette. E che fai non te le mangi?! 

  È il calore e l’odore forte di China Town. L’aver ritrovato il mercato di via Sannio nella sua versione thailandese nel mercato di Chatuchak.

Bangkok è un cubo di Rubik che credi di non farcela perché pare troppo complicata.
Ma poi la prendi in mano e ci incominci a giocare.

Ti lasci drogare dalle persone. Da questa ospitalità così tanto palese ma mai urlata. Da un fascino così poco sofisticato ma allo stesso tempo così tanto autentico.

Bangkok è un altro pezzetto di mondo che non vedevo l’ora di incontrare, insieme alle persone che sono salite con me su questa giostra.

È averlo condiviso con la mia fedele compagna di viaggio e aver scampato insieme a lei un pericolo che, non so perché la chiamano città degli angeli, ma noi dai nostri siamo state protette.  

   
Ci rivediamo presto Bangkok, ma prima ci godiamo un altro angolo di paradiso.

Direzione Koh Panghan.

2 vagaBionde a Malta

Avete presente quelle partenze rilassate, che si arriva tutti in anticipo?
che l’aereo è in orario?
che ti sei ricordato di chiudere il gas, di spegnere la luce e non hai parcheggiato la macchina in doppia fila?
che hai messo in valigia lo spazzolino da denti e le ciabatte per la doccia senza rischiare di prendere 3 differenti malattie in 3 giorni?

Perfetto! Cancellate queste immagini e pensate piuttosto ad un appuntamento fissato la sera prima alle 12:00, ed una telefonata che inizia con:
“Tes, io sono a Termini, tu dove sei?”
“…Cazzo io ancora mi devo lavare…”
Aggiungeteci un incendio a Fiumicino, molti, tanti voli cancellati, il nostro che parte con 2 ore e mezza di ritardo e ad un’attesa che in qualche modo va impiegata.

Ecco, è così che io e Tina siamo arrivate a Malta.
D’altronde questa era solo la nostra seconda vacanza insieme, dobbiamo ancora affinare qualche tecnica organizzativa e poi per il 3° viaggio…siamo pronte!

 

Nel frattempo abbiamo fatto scorta di un sacco di consigli utili che, per generosità, condivido con voi:

Punto 1. Se il vostro volo è in ritardo, comprate le parole crociate, imparate a fare il sudoku o svaligiate i duty free.
Insomma, qualsiasi cosa ma non bevete 5 bicchieri di vino prima di salire in aereo, le conseguenze potrebbero avere dei risvolti imprevedibili, tipo: non riuscire a caricare la valigia nella cappelliera!

Punto 2. Se vuoi mangiare in totale relax e fare due chiacchiere dopo una lunga settimana di lavoro, non andare a cena a Paceville: potresti passare la serata in compagnia di gente assai molesta. Assai.

“I can kill you, I can kill you” 😅


Punto 3. A Malta c’è un sacco di gente che corre ma…pochissimi conigli che saltano.
Si stanno estinguendo tutti!

Praticamente si potresbbe girare il remake di questa scena di Forrest Gump con il coniglio
Coniglio arrosto, bollito, grigliato, al forno, saltato, c’è lo spiedino di coniglio, coniglio con cipolla, zuppa di coniglio, coniglio fritto in padella….

Punto 4. A La valletta stanno troppo avanti

Prego vedere diapositive successive.


 Punto 5. Con il vento non si dovrebbero scattare foto, ma se hai il coraggio di farle, allora devi trovare il coraggio di pubblicarle. Check

 

Punto 6. Crepi l’avarizia. In generale. Nelle sue manifestazioni più ampie e variegate.
Esempio:

“Tì ma con il roaming attivato tutto il giorno quanto stai spendendo?”
“Sto già a 100€, Crepi l’avarizia!”

“Ragazze volete anche il dolce?”
“Certo! Crepi l’avarizia!

La valletta, 2 insalate e 2 spritz 40€! Crepi l’avarizia! (si saranno offesi perché non abbiamo ordinato il coniglio)

In poche parole…bisogna vivere bene!

Punto 7. Dovete andare a Paradise bay. Peffforza!


Punto 8. Malta è una Londra sul mare (ma anche un po’ Baghdad senza bombardamenti.)


Punto 9. Malta ha le piscine belle e i pastizzi buoni. What else?

 

Punto 10. Ricordarsi sempre di mettere shampoo in valigia, perché se per due giorni ti lavi con il sapone-mani dei bagni pubblici degli stabilimenti, i capelli ti cadono (e scroccare lo shampoo jhonson alle bambine in vacanza non vale!)

Punto 11. Non viaggiare più con Vueling!

Perchè avete presente quelle partenze rilassate, che ti sei ricordato tutto, che il giorno dopo devi andare a lavoro, che hai l’ansia del traffico in una città che non conosci e che quindi vuoi arrivare in aeroporto con un po’ di anticipo?

Ecco, noi stavolta, memori dell’andata, in aeroposto ci siamo arrivate prima.
Di ben 24 ore, in effetti.
Perché quando viaggi con una low cost appunto, ti può capitare di arrivare in aeroporto e scoprire che il volo è stato posticipato al giorno dopo.
E chi parte adesso? ehhhhhh…


E quindi Vueling ci ha costretto contro ogni volontà ad un imprevisto Lunedì a Malta fatto di colazione-pranzo con vista, di mail inviate a bordo “piscina” ed un gelato sul lungomare.

Come dire…che fatica essere Noi!