Comunque andare.

Ho iniziato a viaggiare senza mamma e papà piuttosto presto e li ringrazio sempre per avermelo permesso.
E a pensarci bene ringrazio pure Ryanair per averci messo del suo: Roma-Stoccolma 10€ a/r che se li metto nella smart non arrivo nemmeno in centro.
Ricordo i miei primi weekend e penso a quanto oggi non sceglierei mai quella lì – che poi sono sempre io, solo un po’ più…matura – come compagna di Viaggio.

Ricordo di aver cercato scientemente un ristorante italiano a Valencia, di aver ordinato e mangiato della pessima pasta a Parigi e di essere salita sull’Hop On Hop Off a Bruxelles. Voglio dire, mi mancava la macchinetta al collo e l’ombrellino come segno di riconoscimento per poter essere etichettata come “Turista doc” – di origine confusa.

Poi, per grazia ricevuta, è cambiato qualcosa e mi si sono chiarite le idee.
Non so collocare quel momento nel tempo ma ho capito abbastanza repentinamente che la carbonara fosse giusto aspettarla e sognarla una volta messo piede a Fiumicino.
Al ritorno.
E che le città si vedono meglio camminando sui propri piedi. O al massimo su un tuc tuc.

A Parigi ci sono tornata e tornata ancora ed è diventata una delle Città dell’anima. A Monmartre per esempio, c’è un pezzetto di cuore.
L’altro pezzetto girovaga per Beauvais…della serie “e la chiamavano Parigi“!

Ho capito solo poi che un bravo tour operator può venderti anche il più costoso dei pacchetti, ma nessuno potrà mai venderti un Viaggio.

Non esiste un modo giusto o sbagliato per viaggiare ma ad essere proprio tanto sinceri…a me ,il mio, piace proprio un sacco!
Ed è una scoperta continua, per esempio lo scorso anno ho scoperto il backpack…che sì, altro non è che lo zaino, ma converrete con me che backpacker fa un tantino più fico che zainista? E credo che non lo mollerò più.


Ho scoperto che prenotare da casa solo il volo di a/r ti dà una sensazione di libertà che non ha eguali.

Perché l’itinerario lo decidono le persone, quelle che incontri.
Le cose che vedi.
Gli ostacoli o le opportunità con cui stringi amicizia.

E se il rischio è non trovare nulla e andare a dormire in ostello, corriamo il rischio. Quello di Ragusa, per esempio, non era male!

Da quando ho abbandonato l’idea di cercare cibo italiano oltre frontiera, ho capito che metà del viaggio lo fa quello che mangi, come lo mangi.
La Thailandia, per esempio, sarebbe stata altrettanto indimenticabile anche senza le cavallette (che poi, internos, sanno di gamberetto) ma sicuramente non la ricorderei con la stessa nostalgia se non avessi mangiato certi Pad Thai.


Il viaggio lo fanno gli spostamenti, anche quelli interni: puoi decidere di fare Mosca – San Pietroburgo in aereo o, con 3 ore in più, farlo in treno col naso verso il finestrino.
E semplicemente goderti lo spettacolo.


Il viaggio lo fanno le scelte. Fidarsi a lasciare 500€ nelle mani di uno sconosciuto e ritrovarsi in macchina, poco dopo, verso i posti meno battuti di Cuba.
In quelli che i turisti non sanno nemmeno che esistono. A loro lasciamo i villaggi veratour di Varadero.


La differenza la fa la curiosità, ciò da cui si è mossi. Le domande che facciamo e a chi le rivolgiamo.
Da quella risposta spesso dipende un’intera vacanza. 
Dove possiamo andare per
mangiare?
ballare?
bere una cosa?
guardare il panorama più bello della città?
Non importa, il Destino poi ci mette del suo.


Tutto il resto, lo fanno le persone. Ed io non avrei potuto desiderare di meglio, di più, per la prossima tappa.
La squadra non è al completo, ma abbiamo tempo per rifarci, il Viaggio…è appena cominciato.

 

 

 

 

La mia TOP TEN.

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Ah, le liste.
Non so cosa si nasconda di così perverso dietro questa mia smisurata passione per le liste, questa smania di catalogazione, di ordinare le cose da 10 a 0. Di metterle sul podio, di capirle attraverso un ordine ben preciso, il mio.
O il vostro, se ve lo domando:

La top ten dei tuoi film preferiti?
I migliori giocatori di basket di tutti i tempi?” – mio fratello ormai, c’ha fatto il callo
Se dovessi scegliere i 3 posti che ti sono piaciuti di più?

Chissà perché poi, una che con i numeri non c’è mai andata troppo d’accordo, gode alla sola idea.
E allora questo pomeriggio va così, va che mi regalo questo momento di piacere, tutto mio.

La TOP TEN delle cose alle quali mai vorrei rinunciare.

1. L’adrenalina che ti regala quella scritta in stampatello “RIEPOLOGO DELLA SUA PRENOTAZIONE“.
Non c’ho mai creduto troppo a quella storia lì dell’attesa del piacere che è essa stessa il piacere, ma prenotare un volo non vuol dire solo attendere.
Vuol dire viaggiare con i racconti degli altri, fare il count down, fantasticare con le tue aspettative e aver voglia di disattenderle almeno un po’.
Vuol dire “stavolta la valigia la preparo bene, seguo dei criteri, mi ricordo lo spazzolino da denti” e trovarsi la sera prima a buttarci dentro un po’ di armadio e appena arrivati passare al supermarket del Bangla per comprare uno spazzolino scadente e pagarlo come una pulizia dei denti.

2. Progettare.
Io sono, senza dubbio, la me soddisfatta di cinque anni fa.
Se mi avessero chiesto come avrei sognato di vedermi a distanza di anni, avrei risposto più o meno così.
Forse un po’ più tonica, un po’ più ricca e un po’ più bionda ok, ma sì, più o meno così.
E sebbene io mi senta ancora una 23enne in erba, il calendario quest’anno ne segna 28 ed è giunto il momento di ri-progettare e di tendere verso nuove cose.
Ci vediamo tra altri 5 anni.

3. “Due biglietti per lo spettacolo delle…”
E le chiacchiere prima dell’inizio del film. E i trailer prima dell’inizio del film. E le pubblicità prima dell’inizio del film.
E…sì ma ‘sto film inizia?
Buio in sala. Ah ecco.
PS: che qualcuno inventi i pop corn che non fanno rumore, please.

4. In screenshot we trust
Che per carità, non è che anni fa non si spettegolava allo stesso modo o con meno carica emotiva.
Non è che ci risparmiavano da un certo tipo di gossip o ci facevamo parlare dietro.
Ma in certe situazioni il tempismo conta e Ceres ci insegna che l’instant marketing è tutto. Quindi perché non screenshottare?
Soprattutto quando, dopo anni, abbiamo bisogno di portare prove documentali.

5. Alla Fiducia.
A quella che le persone hanno riposto in me, negli anni.
A quelle confidenze che moriranno insieme a me.
A quella che mi ha fatto capire il peso delle responsabilità.
A quella che ho accordato io, fidandomi di un semplice sguardo.
A quel prezioso dare-avere.
Quell’accordo tacito: io ti do fiducia, ma tu non disattenderla.
A quella che mi sono guadagnata e a quella di chi, sulla base di una sensazione, me l’ha regalata.

6. Lo shopping online.
Non disdegno mica quel camminare con così tante buste che Julia Roberts lèvati proprio, per amor del cielo.
Ma quella pratica del piacere di passare in rassegna, selezionare, mettere dentro il carrello, cambiare idea, tornare indietro, “sei sicuro di voler eliminare questo prodotto” , “oddio no“, pensarci, nel frattempo individuare altri 3 articoli, mettere dentro al carrello e alla fine aspettare il pacco…Ecco sì, quella pratica merita di stare qui.

7. Mangiare e dormire.
Ok, no. Non parlo del bisogno primordiale di farlo. Di quella legge abbastanza naturale per cui:
se non mangi –> muori.
se non dormi –> muori (gli ultimi mesi mi fanno credere il contrario, comunque)
Parlo di quella possibilità di farlo di straforo e di farlo con gusto.
Della domenica mattina in cui non hai impegni, di quando la sveglia suona ma sai che puoi spegnerla, del riposino pomeridiano che santo subito chi l’ha inventato.
Di quando mangiare non vuol dire solo nutrirsi.
Del giovedì gnocchi, delle crepes con la nutella, del sashimi, del cheesburger.
Di quelle volte che mangi anche con gli occhi.
Di quando puoi farti accompagnare da un buon vino.
Di quando sticazzi la dieta, sticazzi gli orari.

8. I compromessi, soprattutto quando a scenderci sono gli altri.
No dai, scherzo!
Ma la bellezza dei compromessi è una cosa che non mi aspettavo e che non mi sarei mai aspettata dalla me di qualche anno fa.
Di quella che pensava che il grigio fosse la risposta di chi non sapeva scegliere tra bianco il nero. Di chi non sapeva indossare il coraggio di fronte a certi bivi.
E scoprire qualche ruga dopo (tratto da una storia vera ndr) che c’è più coraggio di quanto si pensi ad accettare di scendere a compromessi con se stessi.
Crescere è anche questo.

9. Non rinuncerei mai alle foto.
A quelle istantanee, a quelle nell’album, a quelle social, agli scatti rubati, a quelle 5.263 che stanno intasando i 64gb della memoria dell’iphone, ma che hanno la straordinaria capacità di rendere presente un momento passato.
Che sanno raccontare laddove le parole non riuscirebbero.

10. Alla sensibilità.
Che non c’è un filtro di instagram che si chiama così, ma che è il modo migliore che ho per guardare la vita, la mia e quella degli altri.
E’ quella stessa sensibilità che mi rende spesso vulnerabile, un obiettivo sensibile, appunto.
Quella che ho maledetto ogni qualvolta gli occhi sono diventati lucidi quando non dovevo, quando non volevo.
Che mi fatto caricare di pesi che non erano miei quando non me lo meritavo.
Ma è la stessa che mi permettere di capire le persone, anche quelle che giocano a nascondino.
Che mi fa andare nel pozzo.
Quella che mi fa vedere dentro un paesaggio più di un tramonto, ascoltare dentro racconto più di una storia.
Quella che trasforma le lacrime in gioia e una carezza in calore.
E’ quella che fa’ di me, chi sono oggi.

Cuba: sin prisa pero sin pausa.

Vietnam: la meta del Viaggio di quest’anno.
Era deciso dalla prima foto vista, dai primi racconti di Gulli, dall’amore per l’oriente, dai ricordi della Thailandia.
Complice una sensazione prima, uno scalo scomodo ad Instabul poi ed un golpe a conferma che le sensazioni vanno ascoltate quasi sempre… il viaggio di cui vi sto per raccontare è esattamente dall’altra parte del mondo.

Non c’è stato bisogno di far roteare il mappamondo e puntare il dito e nemmeno di farci guidare dall’offerta del momento per sapere che Cuba sarebbe stata cornice e contenuto di questa estate.

La formazione?
Bellizzi, Condina, Orefice.
Ok, ma ora, trolley o zaino? Shakespeare si rassegna sapendo che il suo dilemma non reggerà mai il confronto.
Ma anche Decathlon è dalla nostra e presto (si fa per dire) fatto, si parte!

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Se Pollicino lasciava briciole per ritrovare la strada verso casa, io lascio pezzetti di cuore in giro per il mondo per ricordarmi ogni volta quanto è importante uscire dal proprio porto sicuro.

Mi avevano parlato di una Cuba pericolosa, dove per trovare una saponetta devi fare un patto col diavolo e dove chiunque cerca di fregarti.
Sono partita pensando che avrei trovato prostitute ad ogni angolo della strada e che l’atmosfera di Via Sannio sarebbe stata l’habitat per i successivi 15 giorni.

La realtà è che per creare uno stereotipo ci vogliono 5 minuti e un fitto passaparola.
Per sfatare un pregiudizio la possibilità di salire su un aereo e guardare, per non diventare cieco.

E noi gli occhi li abbiamo tenuti sbarrati dal primo istante.
Da quando abbiamo messo piede sul primo gruzzolo di sabbia a Varadero, scoprendo che i cubani non prendono il sole per non scurire la pelle, che stanno dentro l’acqua nello stesso modo in cui noi chiacchieriamo in un bar.
Abbiamo scoperto che il mare della Sardegna, quello della Sicilia o del Salento non hanno proprio nulla da invidiare.

Ma non è Varadero che ha lasciato il segno, anche se, a proposito di occhi, è guardando dentro quelli di Alessandro che ci siamo fidate a lasciare nelle mani di uno sconosciuto i soldi per noleggiare una macchina, in cambio di una promessa “tra un’ora torno e partiamo

Ingenuità?
Incoscienza?
E se non torna?
2 romane e una napoletana che si lasciano fregare a Cuba
Guarda che sòla che abbiamo preso, eh

Ma Alessandro spacca il minuto e noi siamo in macchina. 
Che siamo state fortunate ad incontrarlo lo scopriremo solo poi, in quel momento ringraziamo e ci godiamo la gioia di sapere che è ancora possibile credere nella bontà di uno sguardo e nella palabra de un hombre.

Direzione Cienfuegos.
Ma facendo prima tappa a Play Giron e al Parco del Nicho.
E se posso dire che questo Viaggio è stato un crescendo è perché la tappa successiva di un itinerario improvvisato è Trinidad.

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Ecco sì, parliamo di Trinidad.
Parliamo delle case colorate.
Parliamo dei nonni che la abitano.
Parliamo di un patrimonio.
Parliamo della casa con piscina.
Del Cocktail di benvenuto.
Parliamo della casa della Musica prima e della fuga dal pub dopo.
Del gelato cubano, ecco no, di quello non parliamo e nemmeno delle 5 ore ad aspettare Alessandro.
Parliamo piuttosto della salsa ballata a piedi scalzi (e del vetro di bottiglia tolto con le pinzette da Ale poi, ndr.), della passeggiata souvenir e del temporale pomeridiano.
Oppure no, non parliamo e ascoltiamo il rumore del mare a Playa Ancon.
Godiamo dei momenti, dei fermo immagine, ce li viviamo tutti.


Sin prisa pero sin pausa.

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Si risale in macchina per affrontare il viaggio più lungo del Viaggio.
Non prima di esserci fermati in una piantagione di canna da zucchero perchè Ale “ho già la foto in mente“.
Si parla della storia di Cuba, leggiamo assorte le nostre guide, ascoltiamo musica latina e la mescoliamo a un po’ di buon cantautorato italiano.
Alessandro ci racconta e si racconta.
Rimaniamo quasi senza benzina ma in quel momento niente ci preoccupa, il modo di vivere cubano inizia a contagiarci, iniziamo ad abbassare ogni difesa e reticenza.

La meta è Pinar del Rio, l’altro pezzo di cuore farà infatti domicilio a Valle de Vinales, nella casa particulares della nonna di Tweety e Gatto Silvestro (prego vedere diapositiva)
Il tempo qui si è fermato per un po’.
“Ma mancano ancora 10 giorni?” Manu è felicemente incredula.

E’ questa la tappa dove si è andate a cavallo.
Dove una coincidenza che non ci credo ancora, ma che mi ha portato ad incontare Edo e la sua famiglia dall’altra parte del mondo.

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Dove i tramonti il fiato te lo strappano con prepotenza.

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Sono questi i giorni dove le mie Amiche mi hanno festeggiata a dovere e con piacere, riuscendo ad infilare in un backpack il regalo del mio compleanno, le candeline portate da Roma, la torta trovata non si sa come, in un paese dove i dolci sembrano un miraggio.
E’ la tappa degli occhi lucidi a leggere certi messaggi di auguri arrivati oltreoceano e a ricevere il regalo della nostra nonna Cubana.

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Ma il nostro è un on the road e ‘sta volta la roadmap dice L’avana.

Da qui i ricordi sono nitidi ma alla rinfusa.
Scopriamo una Cuba diversa, più scaltra, più irriverente.
La musica permea ogni angolo di questo Paese e ancor di più di questa città.
Ci lasciamo conquistare, cullare.

L’immagine che ho da questo momento in poi è di chi arriva in spiaggia, si spoglia, posa la borsa del mare, e così piedi nudi nella sabbia sa che non ha più bisogno di nulla.
Va verso il mare e inizia a vivere, a ballare, a cantare.

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A L’Avana usciamo la mattina da casa e decidiamo che non è necessario tornare a casa a cambiarsi, che in fondo i capelli pettinati dal vento e le guance truccate dal sole sono l’outfit migliore.

 

Scopriamo che la Pina Colada vince a mani basse su qualsiasi mojito, cuba libre a caipirinha.
Che dall’edificio Bacardi puoi innamorarti de L’Avana.
Ma in fondo basta camminare per qualsiasi calle de L’Avana Vieja per infatuarti della sua atmosfera.


Noi decidiamo di fermarci a Plaza de la Catedral e lì vengo letteralmente rapita da una coppia di artisti che suonano e cantano.
La Musica, ragazzi.
Che musica.

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Da questo momento in poi si resta a L’avana, si va via, scopriamo Matanzas, ci manca L’avana.
Saliamo su taxi, facciamo l’autostop, si va in macchina in 7.
Balliamo in spiaggia. Beviamo in spiaggia. Piangiamo in spiaggia.
Giriamo con un cassa, un vestito da sposa e una chitarra.
Ceniamo con gli occhi lucidi e abbandoniamo i pensieri.
Viviamo leggere ma piene.

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Prima di salire sull’aereo ho letto che certi Viaggi iniziano molto prima di partire.
Io non so dov’è iniziato questo Viaggio, quello che so è che ancora non è finito.

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#Micaperdavvero, qualcuno ha detto Ponte? 

Percepiti 40 gradi.
Sul treno che da Palermo ci porta a Cefalù un ragazzo prova ad aprire più volte il finestrino. Al tentativo più fortunato, esclama: “Come la salsa di pomodoro. Fai tanti sforzi, poi arriva qualcuno e con una botta sola la apre”.

E la vita è un po’ così.
Come la salsa di pomodoro.
Come il finestrino che sembra non aprirsi, e all’improvviso ti regala una boccata d’aria.

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La scorpacciata d’ossigeno fatta a Palermo prevedeva pochi obiettivi, ma buoni:

Rilassarci sotto il sole.
Pariare (che no, non è un termine siciliano, ma queste sono le conseguenze da considerare se vai in vacanza con una Napoletana doc).
Affogare. Nell’olio delle melanzane.

Ebbene:
Il Sole ci regala due giorni splendidi.
Il terzo giorno gioca a nascondino ma noi ci divertiamo con lui scoprendo dei pezzetti di Palermo che altrimenti non avremmo visto.

Sono tornata a casa con il mal di pancia dalle risate.
O forse sono state:

  • Le 5 caponate in due giorni, manco fossero prescritte dal medico “2 volte al dì, durante i pasti“.
  • La briosche verticale farcita con gelato per la colazione della Domenica mattina. Perchè bisogna vivere bene.
  • Il fritto delle panelle o quello delle arancinE (catenesi, non me ne vogliate) da un kg l’una.
  • Il panino con la parmigiana di melanzane che sa di eternità. Come la cipolla delle caponate.
  • La granita di gelsi.
  • I tagliolini limone e bottarga. Tutta quella che avevano in casa.
  • La pasta al forno coi cerchietti, che la devi provà pefforza.

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E se quello che succede in vacanza, rimane in vacanza, vi prego grassi e carboidrati non tornate con me.

Ma non è stata una vacanza di solo cibo.
Non di solo Palermo.
C’è stato il mare di Mondello che sembra una piscina.IMG_2903
Il mercato di Ballaro’ prima e quello di Vucciria dopo.FullSizeRender

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La passeggiata per Cefalu’ che sembrava di stare dentro ad un presepe.
Il porticciolo della Cala e il book fotografico.IMG_3439
Ma soprattutto è stata Monreale e la passeggiata in Taxi con Angelo che ci racconta aneddoti e una Palermo vista in soggettiva, la sua.
E l’incontro con Marco ed Enrico di Le Barrique. Quelle perle che amo scoprire in giro per il mondo, e quelle conoscenze che ti fanno scoprire dei pezzi di mondo.IMG_3320

Perché succede che dopo aver pranzato da loro con un tagliere patrimonio dell’Unesco, ci offrono un birra che termina sul Monte Pellegrino per regalarci l’emozione di vedere Palermo dal santuario di Santa Rosalia.

Perché ci stanno quelle cose che ti RRRRRestano nel cuore“, diceva Marco.
Ecco.

 

 

 

Portogallo – (non) solo bagaglio a mano.

Spagna e Portogallo.

Io li ho sempre immaginati così, fratello e sorella.
Con quella e molto più che una congiunzione, un legame di sangue, piuttosto.

E questo Viaggio è servito ancora una volta a capire perché viaggiare non è solo una passione, un impeto, ma soprattutto una necessità: quella di scoprire cosa c’è al di là del mio naso, comprendere i miei limiti, i pregiudizi, le aspettative e semplicemente spingermi oltre loro.

A questo proposito cito un pezzetto del libro “Solo bagaglio a mano” scoperto tramite consiglio di un Amico Viaggiatore.

“A me è capitato a Kigali, capitale del Ruanda […] tutti andavano di gran carriera, come se fossero in ritardo. […] Chiesi spiegazioni a un ragazzo, occhi iniettati di malaria: “Sir, i bersagli mobili sono più difficili da colpire”. […] La guerra civile, i cecchini gli avevano insegnato qualcosa che si può applicare anche a circostanze meno drammatiche: se ti sposti sarai più difficile da abbattere. Se resti nella stessa casella, stesso quartiere, lavoro, gruppo familiare, quel gran tiratore che è il destino avrà più agio nel prendere la mira”

Mi è servito questo mini on the road per scoprire che il Portogallo non solo è un parente alla lontana della Spagna, ma è diverso nel profondo.
Cambia la lingua, ma ancora di più l’atmosfera, le persone, il cibo.

Se alegrìa è il termine che mi viene in mente quanto penso a Barcellona, ora ho capito perchè la parola d’ordine portoghese è saudade.

Non si può tradurre in Italiano, ma la parola che di più vi si avvicina è malinconia.
La stessa che abbiamo respirato a Lisbona, nella sua decadenza, nelle sue porte uniche a loro stesse, nello spettacolo di Fado a cui abbiamo assistito all’Alfama.
Quella nostalgia di un tempo passato che si percepisce in qualsiasi angolo della città, nel suo tram 28 che attraversa i saliscendi, nella riservatezza delle persone, nel loro parlare a bassa voce.
Nel contenuto festeggiamento del Capodanno, ilare sì, ma mai urlato.

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Nei miei Viaggi ci sono stati tanti colpi di fulmine, Bangkok primo fra tutti, città che non riusciranno mai a conquistarmi, Malaga per esempio.
E poi ci sono quei luoghi da capire, che non ti convincono ma che ti fanno lasciare qualcosa da tornare a riprendere.
Lisbona entra in questa lista.

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Ma ancora prima di capirlo, saliamo su un treno che ci porta a Coimbra.
E’ una sosta breve, ma intensa quanto basta per continuare il mio book-crossing con il libro di Guglielmo Lorenzo, lasciato anche questa volta in un angolo della città, precisamente da Fangas, piccola perla culinaria di Coimbra dove potersi concedere anche una buona lettura.

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Il viaggio prosegue poi verso Porto, la vera sorpresa della vacanza.
Il meteo non è stato dalla nostra: ha piovuto ininterrottamente per 48 ore, ma quando i fiumi di acqua vengono accompagnati da fiumi di Vino, si sopravvive, sorridendo!
Se poi il vino è quello di Porto, lo bevi con così tanto piacere che non sei neanche così sicura stia continuando a piovere.
E se proprio dovesse continuare…allora scatta la visita alle cantine! -Tra le migliori Cockburn’s.

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Porto ci regala anche il piacere di un nuovo amico, Rui, al quale non possiamo non chiedere dove andare a mangiare una buona Francesinha.
E lui non si limita a risponderci che la migliore della città è da Cafè Santiago, ma ci indica anche un rooftop dove poter bere un tea caldo allietandoci con la migliore vista su Porto.

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Per sdebitarci, gli concediamo una sfida Italia-Portogallo che finisce in pari merito e con la promessa di un volo verso Roma entro l’anno per Rui.

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E così, con le immagini di una città bagnata dalla pioggia, che ci ha coinvolte ed incuriosite, che ci ha spinto ad immaginarcela scaldata da sole, torniamo in camera a preparare i bagagli consapevoli che si tratterà solo di un Arrivederci.

Sciao.

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Out of breath 

Ieri al corso d’inglese (ebbene sì, ho iniziato un corso d’inglese), è uscita fuori l’espressione “out of breath“.
Con Isabella abbiamo discusso velocemente sulle diverse accezioni e,  presto fatto, un’ora dopo ho capito tutto.

Senza fiato.

Così sono rimasta quando Facebook mi ha ricordato che un anno fa mangiavamo la polenta insieme.

Anzi, a dirla tutta, FB mi ha ricordato che scrivevo un post che titolava “La Valsugana magnatela te” con tanto di foto delle tue braccia sapientemente impegnate ai fornelli.  Già, la tua era La polenta, quella vera.

Sulla spianatora, con le spuntature e il vino rosso ad annaffiare tutto. Compresa la tovaglia. E da lì io che passo a benedire tutti.

Ecco, che belli i Riti, e che potenza hanno.

E ancora una volta, ho trattenuto le lacrime, le ho cacciate dentro, le ho rimandate a dopo.

Come se uno con il dolore ci potesse giocare così. A dire “no guarda, adesso non posso, rimandiamo a poi“.

No, non è così che funziona.

Non esistono call rimandate, impegni mancati, meeting calendarizzati. Non esistono parole inglesi che spiegano tutto senza dire niente. Non esiste la fuffa.

Il dolore è una cosa seria.

Quando un ricordo arriva di nascosto e ti lascia così “out of breath” non puoi far altro che confrontarti con quell’intima sensazione di calore mista a paura.

Perchè la verità è che mi manchi. Che mi manchi tanto.

“Love cannot be lost”

NosTHAIlgia, NosTHAIlgia canaglia…

Quando pensi di non essere in grado di trovare la parole giuste, allora vuol dire che devi provare ad usarle tutte le lettere che hai a disposizione.

Ebbene, in 21 lettere, ecco spiegata cos’è la #nosTHAIlgia.

A come Andiamo in Thailandia quest’anno? Ok, prenotiamo.

B come Buddha. Ecco sì Buddha, togliamoci ‘sto pensiero e non t’offende… io ci ho provato, giuro. Ma dopo il primo, sempre in quella posizione così rilassata…non ho ritenuto necessario vedere gli altri 56789876567 templi tutti uguali in cui t’hanno collocato. Niente di personale, insomma
.

C come Cumpleanos Feliz. Il più cantato, festeggiato, colorato, e pitturato compleanno della storia. Il mio.

D come Domodossola. (E’ come il nero, sta bene co’ tutto)

E come Elefanti. Come il mio Papa Joe. Come una delle esperienze più autentiche mai vissute.
Come piedi nudi nel fango e come la frase “siamo in un mare di merda” non è mai stata più azzeccata
.

F come Francesca e Fuoco sacro. “…e qualcuno ancora si stupisce, del Fuoco Sacro che ci unisce…”. Perchè allora non serve aggiungere altro.

G come Green Bungalows. Il posto che fa di Koh Panghan il luogo migliore dove svegliarsi e dire buongiorno al mondo.

H come Ho come l’impressione che la mia incolumità al fianco di Francesca sia in pericolo. Per un milione di motivi ma che questo li racchiude tutti.

“My io sento troppa polizia e ambulanza, secondo me è successo qualcosa…
F: Ma no…è Bangkok che è caotica…
ore 19:10: messaggio della Farnesina “ATTENTATO A BANGKOK, PREGO COMUNICARE VOSTRA INCOLUMITÀ”

I come Incontri. Quelli casuali, programmati, inaspettati. Come le strette di mano, gli abbracci sentiti. Come i viaggiatori solitari e i gruppi rumorosi. Come chi ha reso questo viaggio esattamente così come è stato.     

L come Lonely Planet. Che quanto sei figa, bella, utile, fantastica e meravigliosa. Ma quantocaxxopesi?!?!?!

M come MY. Come mai dire mai e mai dire sempre. Tranne stavolta. Tranne quando è impresso prima sul cuore e poi sulla pelle. My come “My in Thai”. Per sempre.

 

N come NONHODORMITOUNCAZZ. (E quindi dove mi appoggio dormo)
O come On The Road. Quello in cui ho fatto scorta di Bello. Quello imprevedibile. Pieno di tappe prefissate e di cambi di programmi improvvisi. Pieno di tutto, questo on the road.

 

P come piedi scalzi. Ovunque. Perchè piedi scalzi state of mind.
 
Q come Qube Hostel. Quello dell’ultima notte a Bangkok. Quello che se il genio della lampada ha “fenomenali poteri in un minuscolo spazio vitale” e Renato Pozzetto può dire “Taaaaaaac”, allora anche io posso dormire in una capsula.

R come…dopo 15 giorni ci ripenserebbe pure Shakespeare e la scriverebbe così “siamo fatti della stessa sostanza di cui è fatto il RISO“. (Però, I ❤ Pad Thai)

S come Sorrisi. Quelli così immotivati e quindi così veri dei Thailandesi. Quelli che ti ricordano che la felicità è veramente una cosa semplice e a portata di mano. La tua.

T come Tuk Tuk. Come Taxi e Tassisti sequestatri per un giorno. Come “Keep calm, Keep calm…Ooooo non devi urlà!”. Come vivere con i capelli al vento (e rischiando la vita).

U come “uuuuuuuanandred baaath”. Come contrattare è una cosa divertente. Come qualsiasi sia la proposta, la risposta sarà sempre “Eh? Noooo! Its tuuu macccc”

V come Voli. Perchè non ci hanno spaventato le 18 ore dell’andata neanche e le 19 del ritorno. Perchè non sono stati troppi nemmeno i 4 voli interni. Perchè in aeroporto la speranza è stata fino all’ultimo istante “ti prego, dimmi che ci hanno cancellato il volo“. Perché noi eravamo quelle che non volevano tornare.

Z come… vabbè, la Z me la prendo come Jolly, sì come l’argomento a piacere della maturità, insomma.
Z per rispondere a tutti coloro ci chiedono “e allora, ‘sta Thailandia, com’è stata?“.
Ecco, ‘sta Thailandia è stata come la Vita che dopo qualche dispetto, ci ha voluto ricordare di quanto sappia essere dannatamente bella.