Vietnam: mangia, prega che non ci sia il chilli, ama.

Concludevo uno degli ultimi articoli dicendo che ci sono dei viaggi che iniziano molto prima di partire

Non c’è dubbio che per il Vietnam sia stato così.

Estate 2016 e prima una domanda a Guglielmo, backpacker solitario affamato di mondo:

“Gulli qual è il posto che ti è piaciuto di più di tutti tra quelli visti fino ad ora?”
“Mic, non riesco a sceglierne uno solo, ma i primi due posti sono occupati   sicuramente da Vietnam e Cuba.”

Poi giro di ricognizione con Alessia e Manuela e via, è deciso: si va in Vietnam.

Succede poi che tra uno scalo scomodo in Turchia, un colpo di stato ad Instanbul uniti al desiderio di Manu di vedere l’altra parte del mondo…dirottiamo su Cuba.

Quello che è successo nei tre anni che dividono quella Cuba da questo Vietnam, è Storia.

La mia storia, la nostra storia.
Non solo quella che mi vede mano nella mano con l’uomo della mia vita.
Ma anche quella di chi ci sta intorno.
Delle nostre Famiglie.
Della vita che è imprevedibile.
Del miscuglio di lingue che si parla in casa.
Del riso oggi e della carbonara domani.
Delle scelte che ti cambiano e che non vorresti mai tornare indietro.
Dei trasferimenti, dei visti, dei traslochi, dei sogni e dei viaggi.

Come quello che si è appena concluso.

Perché sì, alla fine in Vietnam ci sono andata, ma con una formazione diversa.

Una con-formazione molesta, così riassunta:

Micaela: Travel planner
Reinaldo: Rei Branda
Michele: Ma allora lei è scemo
Francesca: No dressing at all
Patrizia: Cerbiatto di merda
Cristian: Let’s watch a porn
Andrea: Merda è l’anagramma del mio nome

Tra questi c’era chi era convinto da subito, chi si è deciso poi, chi si è aggiunto a sorpresa…fatto sta che alle 5:00 del 14 agosto eravamo in macchina, direzione Fiumicino.

Dopo 72 ore circa, passando per Singapore, incontriamo per la prima volta Hanoi.

Siamo in Vietnam, ragazzi.

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Il nostro tour, cucito addosso ad un raggio temporale di 2 settimane, ha previsto un’esplorazione da nord a sud, partita dalla folle capitale e conclusa nella magica Hoi An.

Se dovessi descrivere con un’immagine Hanoi, direi che è come salire sulla giostra dei calci in culo e non capirci più niente.
Spintonate e profumo di libertà.

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È confusione a tutte le ore.
Clacson e motorini sferranti che devi vederli con i tuoi occhi altrimenti non ci credi.
Ma è anche il Bahn Mi più buono assaggiato (Banh Mi 25ndr)
Un caffè con l’uovo che se non mi viene la salmonella sono pronta ad ordinarne altri dieci.
È andare sul motorino in 3 e mangiare rane e galline di dubbia provenienza.

Per trovare riparo dal costante rumore dei clacson, saliamo a bordo di una crociera nella baia di Bay Tu Long (parente stretta della più famigerata Ha Long Bay, ma più intima, riservata, ancora poco corteggiata dai turisti)

Che dire.
Senza parole
.

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Addormentarsi in un angolo di mondo incontaminato.
Uscire in kayak alla scoperta della baia (e ne avremmo anche testimonianza fotografica se il telefono di Andrea non fosse rimasto nella baia a nuotare con i pesciolini)
Chiacchierare sotto un cielo stellato diverso da quello cui siamo abituati e lasciarsi svegliare da un’alba colorata di rosa e magia.

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Lasciamo la baia alla volta di Hue.

Non prima di celebrare l’ingresso nel nuovo decennio –  ebbene sì, si entra nei 30 – passando per la confusione della capitale e soprattutto per un Karaoke trash ma palcoscenico di memorabili performance.

Hue in realtà la sfioriamo appena.

Giusto il tempo per familiarizzare con la cittadine, una cena ed una passeggiata nel giardino della cittadella che è arrivato il momento di salire a bordo di 7 moto.

In ogni mio viaggio c’è il viaggio nel Viaggio.
Ecco, sicuramente questa è la matrioska del Vietnam
.

7 amici, noi.
7 amici, loro, i nostri pazzi bikers.
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Dall’alba al tramonto ci siamo rincorsi come lancette di un orologio.

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Abbiamo gareggiato, scherzato e condiviso ogni curva, ogni panorama mozzafiato, ogni rettilineo.
Ma qui a farla da padrone non siamo noi, e non sono nemmeno loro.

È il Vietnam, che si mostra in tutta la sua bellezza.

Si lascia immortalare.
Si lascia vivere.
Mangiare e tuffare.
Si lascia andare, e noi con lui.

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Arriviamo ad Hoi An.

Stanchi ma con l’adrenalina ancora in corpo.
Stanchi ma affamati, as usual.

Si riparte, stavolta a bordo del mezzo più semplice da indossare: le nostre infradito, passo dopo passo ci conducono al quartiere vecchio.

Ed è lì che tutto d’un tratto, succede l’inaspettato

Sbem.

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Una stradina dopo l’altra ci ritroviamo davanti alla sorprendente magia di Hoi An.

Lanterne, luci, mercatini, barchette, profumi e desideri viaggiano a velocità diverse ma tutti nello stesso angolo di mondo.

Ne apprezziamo lo splendore, quanto basta prima di crollare dopo una giornata piena. Di tutto.

Il giorno dopo è tutto confusamente felice.

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Colori, odori, sali sul motorino, vedi le risaie, arriva al mare, sali sul paracadute.

Cosa? Sul paracadute?
Sì!

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Corri a cena, mangia, prega che non ci sia il chilli, ama.

Ci lasciamo massaggiare lentamente da Hoi an (ma a pensarci bene anche fare la manicure e metterci lo smalto)

Ma ora, le isole ci aspettano.

Non c’è mare da cartolina nè panorami patinati ad accoglierci eppure…le isole cham ti abbracciano e conquistano.

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Le ho trovate di una bellezza selvaggia, come di chi sta bene anche senza trucco.Pettinate dal vento e truccate dal sole.

Di una bellezza intima. Come lo sguardo dentro le case all’ora di cena.

Familiare. Come la sensazione al ritorno dal mare, percorrendo quella che sembra la stradina di sempre.

Spensierate, come i pensieri che si sono fatti cullare dalle onde.

Irriverenti, come quando sai che puoi uscire scalza e camminare.
E ballare sulla sabbia.
Senza che nessuno lo venga a sapere.

Saporite al sapore di sale, di acqua e pescatori.

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Suggestive come solo un bagno a cielo spento e illuminato dalle stelle può regalare.

Commoventi, come il rumore del mare che si mischia alla voce familiare ed emozionante di Francesca sulle note di una canzone che significa tanto.

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Da lì in poi è qualcosa che si ripete con ordine sparso, con gli occhi di chi ha già visto e che un po’ ha capito.
Ma forse no.

Ed è tempo di tornare.

Ma negli occhi c’è ancora lei.

La bellezza del vietnam, disinvolta e toccante.
Come chi ne ha vissute tante ma non si è lasciato scalfire.
Come chi la guerra l’ha vissuta e sofferta ma si è rialzato.

È un paese ostinatamente bello.

Di quelli dove quando guardi le persone negli occhi è un attimo che gli vuoi già bene.

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Same Same.
Ciao Vietnam, ciao.

 

 

 

La mia TOP TEN.

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Ah, le liste.
Non so cosa si nasconda di così perverso dietro questa mia smisurata passione per le liste, questa smania di catalogazione, di ordinare le cose da 10 a 0. Di metterle sul podio, di capirle attraverso un ordine ben preciso, il mio.
O il vostro, se ve lo domando:

La top ten dei tuoi film preferiti?
I migliori giocatori di basket di tutti i tempi?” – mio fratello ormai, c’ha fatto il callo
Se dovessi scegliere i 3 posti che ti sono piaciuti di più?

Chissà perché poi, una che con i numeri non c’è mai andata troppo d’accordo, gode alla sola idea.
E allora questo pomeriggio va così, va che mi regalo questo momento di piacere, tutto mio.

La TOP TEN delle cose alle quali mai vorrei rinunciare.

1. L’adrenalina che ti regala quella scritta in stampatello “RIEPOLOGO DELLA SUA PRENOTAZIONE“.
Non c’ho mai creduto troppo a quella storia lì dell’attesa del piacere che è essa stessa il piacere, ma prenotare un volo non vuol dire solo attendere.
Vuol dire viaggiare con i racconti degli altri, fare il count down, fantasticare con le tue aspettative e aver voglia di disattenderle almeno un po’.
Vuol dire “stavolta la valigia la preparo bene, seguo dei criteri, mi ricordo lo spazzolino da denti” e trovarsi la sera prima a buttarci dentro un po’ di armadio e appena arrivati passare al supermarket del Bangla per comprare uno spazzolino scadente e pagarlo come una pulizia dei denti.

2.Progettare.
Io sono, senza dubbio, la me soddisfatta di cinque anni fa.
Se mi avessero chiesto come avrei sognato di vedermi a distanza di anni, avrei risposto più o meno così.
Forse un po’ più tonica, un po’ più ricca e un po’ più bionda ok, ma sì, più o meno così.
E sebbene io mi senta ancora una 23enne in erba, il calendario quest’anno ne segna 28 ed è giunto il momento di ri-progettare e di tendere verso nuove cose.
Ci vediamo tra altri 5 anni.

3. “Due biglietti per lo spettacolo delle…”
E le chiacchiere prima dell’inizio del film. E i trailer prima dell’inizio del film. E le pubblicità prima dell’inizio del film.
E…sì ma ‘sto film inizia?
Buio in sala. Ah ecco.
PS: che qualcuno inventi i pop corn che non fanno rumore, please.

4. In screenshot we trust
Che per carità, non è che anni fa non si spettegolava allo stesso modo o con meno carica emotiva.
Non è che ci risparmiavano da un certo tipo di gossip o ci facevamo parlare dietro.
Ma in certe situazioni il tempismo conta e Ceres ci insegna che l’instant marketing è tutto. Quindi perché non screenshottare?
Soprattutto quando, dopo anni, abbiamo bisogno di portare prove documentali.

5. Alla Fiducia.
A quella che le persone hanno riposto in me, negli anni.
A quelle confidenze che moriranno insieme a me.
A quella che mi ha fatto capire il peso delle responsabilità.
A quella che ho accordato io, fidandomi di un semplice sguardo.
A quel prezioso dare-avere.
Quell’accordo tacito: io ti do fiducia, ma tu non disattenderla.
A quella che mi sono guadagnata e a quella di chi, sulla base di una sensazione, me l’ha regalata.

6. Lo shopping online.
Non disdegno mica quel camminare con così tante buste che Julia Roberts lèvati proprio, per amor del cielo.
Ma quella pratica del piacere di passare in rassegna, selezionare, mettere dentro il carrello, cambiare idea, tornare indietro, “sei sicuro di voler eliminare questo prodotto” , “oddio no“, pensarci, nel frattempo individuare altri 3 articoli, mettere dentro al carrello e alla fine aspettare il pacco…Ecco sì, quella pratica merita di stare qui.

7. Mangiare e dormire.
Ok, no. Non parlo del bisogno primordiale di farlo. Di quella legge abbastanza naturale per cui:
se non mangi –> muori.
se non dormi –> muori (gli ultimi mesi mi fanno credere il contrario, comunque)
Parlo di quella possibilità di farlo di straforo e di farlo con gusto.
Della domenica mattina in cui non hai impegni, di quando la sveglia suona ma sai che puoi spegnerla, del riposino pomeridiano che santo subito chi l’ha inventato.
Di quando mangiare non vuol dire solo nutrirsi.
Del giovedì gnocchi, delle crepes con la nutella, del sashimi, del cheesburger.
Di quelle volte che mangi anche con gli occhi.
Di quando puoi farti accompagnare da un buon vino.
Di quando sticazzi la dieta, sticazzi gli orari.

8. I compromessi, soprattutto quando a scenderci sono gli altri.
No dai, scherzo!
Ma la bellezza dei compromessi è una cosa che non mi aspettavo e che non mi sarei mai aspettata dalla me di qualche anno fa.
Di quella che pensava che il grigio fosse la risposta di chi non sapeva scegliere tra bianco il nero. Di chi non sapeva indossare il coraggio di fronte a certi bivi.
E scoprire qualche ruga dopo (tratto da una storia vera ndr) che c’è più coraggio di quanto si pensi ad accettare di scendere a compromessi con se stessi.
Crescere è anche questo.

9. Non rinuncerei mai alle foto.
A quelle istantanee, a quelle nell’album, a quelle social, agli scatti rubati, a quelle 5.263 che stanno intasando i 64gb della memoria dell’iphone, ma che hanno la straordinaria capacità di rendere presente un momento passato.
Che sanno raccontare laddove le parole non riuscirebbero.

10. Alla sensibilità.
Che non c’è un filtro di instagram che si chiama così, ma che è il modo migliore che ho per guardare la vita, la mia e quella degli altri.
E’ quella stessa sensibilità che mi rende spesso vulnerabile, un obiettivo sensibile, appunto.
Quella che ho maledetto ogni qualvolta gli occhi sono diventati lucidi quando non dovevo, quando non volevo.
Che mi fatto caricare di pesi che non erano miei quando non me lo meritavo.
Ma è la stessa che mi permettere di capire le persone, anche quelle che giocano a nascondino.
Che mi fa andare nel pozzo.
Quella che mi fa vedere dentro un paesaggio più di un tramonto, ascoltare dentro racconto più di una storia.
Quella che trasforma le lacrime in gioia e una carezza in calore.
E’ quella che fa di me, chi sono oggi.