Vietnam: mangia, prega che non ci sia il chilli, ama.

Concludevo uno degli ultimi articoli dicendo che ci sono dei viaggi che iniziano molto prima di partire

Non c’è dubbio che per il Vietnam sia stato così.

Estate 2016 e prima una domanda a Guglielmo, backpacker solitario affamato di mondo:

“Gulli qual è il posto che ti è piaciuto di più di tutti tra quelli visti fino ad ora?”
“Mic, non riesco a sceglierne uno solo, ma i primi due posti sono occupati   sicuramente da Vietnam e Cuba.”

Poi giro di ricognizione con Alessia e Manuela e via, è deciso: si va in Vietnam.

Succede poi che tra uno scalo scomodo in Turchia, un colpo di stato ad Instanbul uniti al desiderio di Manu di vedere l’altra parte del mondo…dirottiamo su Cuba.

Quello che è successo nei tre anni che dividono quella Cuba da questo Vietnam, è Storia.

La mia storia, la nostra storia.
Non solo quella che mi vede mano nella mano con l’uomo della mia vita.
Ma anche quella di chi ci sta intorno.
Delle nostre Famiglie.
Della vita che è imprevedibile.
Del miscuglio di lingue che si parla in casa.
Del riso oggi e della carbonara domani.
Delle scelte che ti cambiano e che non vorresti mai tornare indietro.
Dei trasferimenti, dei visti, dei traslochi, dei sogni e dei viaggi.

Come quello che si è appena concluso.

Perché sì, alla fine in Vietnam ci sono andata, ma con una formazione diversa.

Una con-formazione molesta, così riassunta:

Micaela: Travel planner
Reinaldo: Rei Branda
Michele: Ma allora lei è scemo
Francesca: No dressing at all
Patrizia: Cerbiatto di merda
Cristian: Let’s watch a porn
Andrea: Merda è l’anagramma del mio nome

Tra questi c’era chi era convinto da subito, chi si è deciso poi, chi si è aggiunto a sorpresa…fatto sta che alle 5:00 del 14 agosto eravamo in macchina, direzione Fiumicino.

Dopo 72 ore circa, passando per Singapore, incontriamo per la prima volta Hanoi.

Siamo in Vietnam, ragazzi.

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Il nostro tour, cucito addosso ad un raggio temporale di 2 settimane, ha previsto un’esplorazione da nord a sud, partita dalla folle capitale e conclusa nella magica Hoi An.

Se dovessi descrivere con un’immagine Hanoi, direi che è come salire sulla giostra dei calci in culo e non capirci più niente.
Spintonate e profumo di libertà.

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È confusione a tutte le ore.
Clacson e motorini sferranti che devi vederli con i tuoi occhi altrimenti non ci credi.
Ma è anche il Bahn Mi più buono assaggiato (Banh Mi 25ndr)
Un caffè con l’uovo che se non mi viene la salmonella sono pronta ad ordinarne altri dieci.
È andare sul motorino in 3 e mangiare rane e galline di dubbia provenienza.

Per trovare riparo dal costante rumore dei clacson, saliamo a bordo di una crociera nella baia di Bay Tu Long (parente stretta della più famigerata Ha Long Bay, ma più intima, riservata, ancora poco corteggiata dai turisti)

Che dire.
Senza parole
.

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Addormentarsi in un angolo di mondo incontaminato.
Uscire in kayak alla scoperta della baia (e ne avremmo anche testimonianza fotografica se il telefono di Andrea non fosse rimasto nella baia a nuotare con i pesciolini)
Chiacchierare sotto un cielo stellato diverso da quello cui siamo abituati e lasciarsi svegliare da un’alba colorata di rosa e magia.

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Lasciamo la baia alla volta di Hue.

Non prima di celebrare l’ingresso nel nuovo decennio –  ebbene sì, si entra nei 30 – passando per la confusione della capitale e soprattutto per un Karaoke trash ma palcoscenico di memorabili performance.

Hue in realtà la sfioriamo appena.

Giusto il tempo per familiarizzare con la cittadine, una cena ed una passeggiata nel giardino della cittadella che è arrivato il momento di salire a bordo di 7 moto.

In ogni mio viaggio c’è il viaggio nel Viaggio.
Ecco, sicuramente questa è la matrioska del Vietnam
.

7 amici, noi.
7 amici, loro, i nostri pazzi bikers.
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Dall’alba al tramonto ci siamo rincorsi come lancette di un orologio.

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Abbiamo gareggiato, scherzato e condiviso ogni curva, ogni panorama mozzafiato, ogni rettilineo.
Ma qui a farla da padrone non siamo noi, e non sono nemmeno loro.

È il Vietnam, che si mostra in tutta la sua bellezza.

Si lascia immortalare.
Si lascia vivere.
Mangiare e tuffare.
Si lascia andare, e noi con lui.

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Arriviamo ad Hoi An.

Stanchi ma con l’adrenalina ancora in corpo.
Stanchi ma affamati, as usual.

Si riparte, stavolta a bordo del mezzo più semplice da indossare: le nostre infradito, passo dopo passo ci conducono al quartiere vecchio.

Ed è lì che tutto d’un tratto, succede l’inaspettato

Sbem.

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Una stradina dopo l’altra ci ritroviamo davanti alla sorprendente magia di Hoi An.

Lanterne, luci, mercatini, barchette, profumi e desideri viaggiano a velocità diverse ma tutti nello stesso angolo di mondo.

Ne apprezziamo lo splendore, quanto basta prima di crollare dopo una giornata piena. Di tutto.

Il giorno dopo è tutto confusamente felice.

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Colori, odori, sali sul motorino, vedi le risaie, arriva al mare, sali sul paracadute.

Cosa? Sul paracadute?
Sì!

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Corri a cena, mangia, prega che non ci sia il chilli, ama.

Ci lasciamo massaggiare lentamente da Hoi an (ma a pensarci bene anche fare la manicure e metterci lo smalto)

Ma ora, le isole ci aspettano.

Non c’è mare da cartolina nè panorami patinati ad accoglierci eppure…le isole cham ti abbracciano e conquistano.

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Le ho trovate di una bellezza selvaggia, come di chi sta bene anche senza trucco.Pettinate dal vento e truccate dal sole.

Di una bellezza intima. Come lo sguardo dentro le case all’ora di cena.

Familiare. Come la sensazione al ritorno dal mare, percorrendo quella che sembra la stradina di sempre.

Spensierate, come i pensieri che si sono fatti cullare dalle onde.

Irriverenti, come quando sai che puoi uscire scalza e camminare.
E ballare sulla sabbia.
Senza che nessuno lo venga a sapere.

Saporite al sapore di sale, di acqua e pescatori.

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Suggestive come solo un bagno a cielo spento e illuminato dalle stelle può regalare.

Commoventi, come il rumore del mare che si mischia alla voce familiare ed emozionante di Francesca sulle note di una canzone che significa tanto.

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Da lì in poi è qualcosa che si ripete con ordine sparso, con gli occhi di chi ha già visto e che un po’ ha capito.
Ma forse no.

Ed è tempo di tornare.

Ma negli occhi c’è ancora lei.

La bellezza del vietnam, disinvolta e toccante.
Come chi ne ha vissute tante ma non si è lasciato scalfire.
Come chi la guerra l’ha vissuta e sofferta ma si è rialzato.

È un paese ostinatamente bello.

Di quelli dove quando guardi le persone negli occhi è un attimo che gli vuoi già bene.

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Same Same.
Ciao Vietnam, ciao.

 

 

 

Comunque andare.

Ho iniziato a viaggiare senza mamma e papà piuttosto presto e li ringrazio sempre per avermelo permesso.
E a pensarci bene ringrazio pure Ryanair per averci messo del suo: Roma-Stoccolma 10€ a/r che se li metto nella smart non arrivo nemmeno in centro.
Ricordo i miei primi weekend e penso a quanto oggi non sceglierei mai quella lì – che poi sono sempre io, solo un po’ più…matura – come compagna di Viaggio.

Ricordo di aver cercato scientemente un ristorante italiano a Valencia, di aver ordinato e mangiato della pessima pasta a Parigi e di essere salita sull’Hop On Hop Off a Bruxelles. Voglio dire, mi mancava la macchinetta al collo e l’ombrellino come segno di riconoscimento per poter essere etichettata come “Turista doc” – di origine confusa.

Poi, per grazia ricevuta, è cambiato qualcosa e mi si sono chiarite le idee.
Non so collocare quel momento nel tempo ma ho capito abbastanza repentinamente che la carbonara fosse giusto aspettarla e sognarla una volta messo piede a Fiumicino.
Al ritorno.
E che le città si vedono meglio camminando sui propri piedi. O al massimo su un tuc tuc.

A Parigi ci sono tornata e tornata ancora ed è diventata una delle Città dell’anima. A Monmartre per esempio, c’è un pezzetto di cuore.
L’altro pezzetto girovaga per Beauvais…della serie “e la chiamavano Parigi“!

Ho capito solo poi che un bravo tour operator può venderti anche il più costoso dei pacchetti, ma nessuno potrà mai venderti un Viaggio.

Non esiste un modo giusto o sbagliato per viaggiare ma ad essere proprio tanto sinceri…a me ,il mio, piace proprio un sacco!
Ed è una scoperta continua, per esempio lo scorso anno ho scoperto il backpack…che sì, altro non è che lo zaino, ma converrete con me che backpacker fa un tantino più fico che zainista? E credo che non lo mollerò più.


Ho scoperto che prenotare da casa solo il volo di a/r ti dà una sensazione di libertà che non ha eguali.

Perché l’itinerario lo decidono le persone, quelle che incontri.
Le cose che vedi.
Gli ostacoli o le opportunità con cui stringi amicizia.

E se il rischio è non trovare nulla e andare a dormire in ostello, corriamo il rischio. Quello di Ragusa, per esempio, non era male!

Da quando ho abbandonato l’idea di cercare cibo italiano oltre frontiera, ho capito che metà del viaggio lo fa quello che mangi, come lo mangi.
La Thailandia, per esempio, sarebbe stata altrettanto indimenticabile anche senza le cavallette (che poi, internos, sanno di gamberetto) ma sicuramente non la ricorderei con la stessa nostalgia se non avessi mangiato certi Pad Thai.


Il viaggio lo fanno gli spostamenti, anche quelli interni: puoi decidere di fare Mosca – San Pietroburgo in aereo o, con 3 ore in più, farlo in treno col naso verso il finestrino.
E semplicemente goderti lo spettacolo.


Il viaggio lo fanno le scelte. Fidarsi a lasciare 500€ nelle mani di uno sconosciuto e ritrovarsi in macchina, poco dopo, verso i posti meno battuti di Cuba.
In quelli che i turisti non sanno nemmeno che esistono. A loro lasciamo i villaggi veratour di Varadero.


La differenza la fa la curiosità, ciò da cui si è mossi. Le domande che facciamo e a chi le rivolgiamo.
Da quella risposta spesso dipende un’intera vacanza. 
Dove possiamo andare per
mangiare?
ballare?
bere una cosa?
guardare il panorama più bello della città?
Non importa, il Destino poi ci mette del suo.


Tutto il resto, lo fanno le persone. Ed io non avrei potuto desiderare di meglio, di più, per la prossima tappa.
La squadra non è al completo, ma abbiamo tempo per rifarci, il Viaggio…è appena cominciato.

 

 

 

 

#Micaperdavvero, qualcuno ha detto Ponte? 

Percepiti 40 gradi.
Sul treno che da Palermo ci porta a Cefalù un ragazzo prova ad aprire più volte il finestrino. Al tentativo più fortunato, esclama: “Come la salsa di pomodoro. Fai tanti sforzi, poi arriva qualcuno e con una botta sola la apre”.

E la vita è un po’ così.
Come la salsa di pomodoro.
Come il finestrino che sembra non aprirsi, e all’improvviso ti regala una boccata d’aria.

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La scorpacciata d’ossigeno fatta a Palermo prevedeva pochi obiettivi, ma buoni:

Rilassarci sotto il sole.
Pariare (che no, non è un termine siciliano, ma queste sono le conseguenze da considerare se vai in vacanza con una Napoletana doc).
Affogare. Nell’olio delle melanzane.

Ebbene:
Il Sole ci regala due giorni splendidi.
Il terzo giorno gioca a nascondino ma noi ci divertiamo con lui scoprendo dei pezzetti di Palermo che altrimenti non avremmo visto.

Sono tornata a casa con il mal di pancia dalle risate.
O forse sono state:

  • Le 5 caponate in due giorni, manco fossero prescritte dal medico “2 volte al dì, durante i pasti“.
  • La briosche verticale farcita con gelato per la colazione della Domenica mattina. Perchè bisogna vivere bene.
  • Il fritto delle panelle o quello delle arancinE (catenesi, non me ne vogliate) da un kg l’una.
  • Il panino con la parmigiana di melanzane che sa di eternità. Come la cipolla delle caponate.
  • La granita di gelsi.
  • I tagliolini limone e bottarga. Tutta quella che avevano in casa.
  • La pasta al forno coi cerchietti, che la devi provà pefforza.

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E se quello che succede in vacanza, rimane in vacanza, vi prego grassi e carboidrati non tornate con me.

Ma non è stata una vacanza di solo cibo.
Non di solo Palermo.
C’è stato il mare di Mondello che sembra una piscina.IMG_2903
Il mercato di Ballaro’ prima e quello di Vucciria dopo.FullSizeRender

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La passeggiata per Cefalu’ che sembrava di stare dentro ad un presepe.
Il porticciolo della Cala e il book fotografico.IMG_3439
Ma soprattutto è stata Monreale e la passeggiata in Taxi con Angelo che ci racconta aneddoti e una Palermo vista in soggettiva, la sua.
E l’incontro con Marco ed Enrico di Le Barrique. Quelle perle che amo scoprire in giro per il mondo, e quelle conoscenze che ti fanno scoprire dei pezzi di mondo.IMG_3320

Perché succede che dopo aver pranzato da loro con un tagliere patrimonio dell’Unesco, ci offrono un birra che termina sul Monte Pellegrino per regalarci l’emozione di vedere Palermo dal santuario di Santa Rosalia.

Perché ci stanno quelle cose che ti RRRRRestano nel cuore“, diceva Marco.
Ecco.

 

 

 

Tre giorni a Bangkok – pensavo fosse amore invece era un Tuk Tuk

 Avete presente la Carbonara? Che c’è a chi piace con l’uovo quasi crudo, chi la stravolge con l’uovo cotto. C’è chi la mangia col pecorino, chi col guanciale. C’è chi è il suo piatto preferito e chi, per esempio, è allergico al pepe.

Ecco, ci stanno quelle città che sono come la Carbonara. Che non piacciono a tutti o semplicemente non a tutti nello stesso modo. Che dipende da come te le cucinano, con chi le mangi.

E poi c’è Bangkok (che ancora non s’è capito come si pronuncia. Tu per esempio come l’hai letto?!)

Che invece è come le ostriche. Che o le ami tanto tanto, a dismisura. Oppure ti fa senso avere quella cosa viscida in bocca. Insomma che non puoi dire “sì un po’ mi piace”.

O ci vai matto. O le detesti.

E prima di partire ho scoperto che Bangkok, come le ostriche, divide il mondo in due. 

Bianco o nero. 

Ed io sono partita così curiosa di sapere da quale parte del mondo sarei stata che è stato quasi impossibile non ricordare che io, per le ostriche, ci sono quasi finita in ospedale. Per indigestione.

Bangkok è colorata. È viva. A qualsiasi ora.

È il tuk tuk col vento nei capelli e le foto sfuocate, come i pensieri di chi ci viaggia sopra. È parlare con gli indigeni sapendo che loro non capiscono te mentre tu non capisci loro e continuare ad annuire e sorridersi reciprocamente, perché sai che si giungerà ad un compromesso.

Ecco, sì, Bangkok è la bellezza dei compromessi.

Se sei in grado di mangiare senza guardare, allora puoi godere di una cucina che sa come farsi perdonare una pulizia un po’…approssimativa.

Se accetti di buon grado il suo caldo così opprimente, scopri angoli di mondo che non credevi possibili. Il parco Lumpini, per esempio.

  Bangkok è la contraddizione delle case-palafitta e dei ragazzi che pescano nel fiume più putrido mai visto finora, con l’aperitivo al Blue Moon al 61º piano di un grattacielo.  È Kao San Road, che si saranno sbagliati, si chiama Kaosanroad. Piena di gente. Piena di tutto.

Piena pure di cavallette. E che fai non te le mangi?! 

  È il calore e l’odore forte di China Town. L’aver ritrovato il mercato di via Sannio nella sua versione thailandese nel mercato di Chatuchak.

Bangkok è un cubo di Rubik che credi di non farcela perché pare troppo complicata.
Ma poi la prendi in mano e ci incominci a giocare.

Ti lasci drogare dalle persone. Da questa ospitalità così tanto palese ma mai urlata. Da un fascino così poco sofisticato ma allo stesso tempo così tanto autentico.

Bangkok è un altro pezzetto di mondo che non vedevo l’ora di incontrare, insieme alle persone che sono salite con me su questa giostra.

È averlo condiviso con la mia fedele compagna di viaggio e aver scampato insieme a lei un pericolo che, non so perché la chiamano città degli angeli, ma noi dai nostri siamo state protette.  

   
Ci rivediamo presto Bangkok, ma prima ci godiamo un altro angolo di paradiso.

Direzione Koh Panghan.

2 vagaBionde a Malta

Avete presente quelle partenze rilassate, che si arriva tutti in anticipo?
che l’aereo è in orario?
che ti sei ricordato di chiudere il gas, di spegnere la luce e non hai parcheggiato la macchina in doppia fila?
che hai messo in valigia lo spazzolino da denti e le ciabatte per la doccia senza rischiare di prendere 3 differenti malattie in 3 giorni?

Perfetto! Cancellate queste immagini e pensate piuttosto ad un appuntamento fissato la sera prima alle 12:00, ed una telefonata che inizia con:
“Tes, io sono a Termini, tu dove sei?”
“…Cazzo io ancora mi devo lavare…”
Aggiungeteci un incendio a Fiumicino, molti, tanti voli cancellati, il nostro che parte con 2 ore e mezza di ritardo e ad un’attesa che in qualche modo va impiegata.

Ecco, è così che io e Tina siamo arrivate a Malta.
D’altronde questa era solo la nostra seconda vacanza insieme, dobbiamo ancora affinare qualche tecnica organizzativa e poi per il 3° viaggio…siamo pronte!

 

Nel frattempo abbiamo fatto scorta di un sacco di consigli utili che, per generosità, condivido con voi:

Punto 1. Se il vostro volo è in ritardo, comprate le parole crociate, imparate a fare il sudoku o svaligiate i duty free.
Insomma, qualsiasi cosa ma non bevete 5 bicchieri di vino prima di salire in aereo, le conseguenze potrebbero avere dei risvolti imprevedibili, tipo: non riuscire a caricare la valigia nella cappelliera!

Punto 2. Se vuoi mangiare in totale relax e fare due chiacchiere dopo una lunga settimana di lavoro, non andare a cena a Paceville: potresti passare la serata in compagnia di gente assai molesta. Assai.

“I can kill you, I can kill you” 😅


Punto 3. A Malta c’è un sacco di gente che corre ma…pochissimi conigli che saltano.
Si stanno estinguendo tutti!

Praticamente si potresbbe girare il remake di questa scena di Forrest Gump con il coniglio
Coniglio arrosto, bollito, grigliato, al forno, saltato, c’è lo spiedino di coniglio, coniglio con cipolla, zuppa di coniglio, coniglio fritto in padella….

Punto 4. A La valletta stanno troppo avanti

Prego vedere diapositive successive.


 Punto 5. Con il vento non si dovrebbero scattare foto, ma se hai il coraggio di farle, allora devi trovare il coraggio di pubblicarle. Check

 

Punto 6. Crepi l’avarizia. In generale. Nelle sue manifestazioni più ampie e variegate.
Esempio:

“Tì ma con il roaming attivato tutto il giorno quanto stai spendendo?”
“Sto già a 100€, Crepi l’avarizia!”

“Ragazze volete anche il dolce?”
“Certo! Crepi l’avarizia!

La valletta, 2 insalate e 2 spritz 40€! Crepi l’avarizia! (si saranno offesi perché non abbiamo ordinato il coniglio)

In poche parole…bisogna vivere bene!

Punto 7. Dovete andare a Paradise bay. Peffforza!


Punto 8. Malta è una Londra sul mare (ma anche un po’ Baghdad senza bombardamenti.)


Punto 9. Malta ha le piscine belle e i pastizzi buoni. What else?

 

Punto 10. Ricordarsi sempre di mettere shampoo in valigia, perché se per due giorni ti lavi con il sapone-mani dei bagni pubblici degli stabilimenti, i capelli ti cadono (e scroccare lo shampoo jhonson alle bambine in vacanza non vale!)

Punto 11. Non viaggiare più con Vueling!

Perchè avete presente quelle partenze rilassate, che ti sei ricordato tutto, che il giorno dopo devi andare a lavoro, che hai l’ansia del traffico in una città che non conosci e che quindi vuoi arrivare in aeroporto con un po’ di anticipo?

Ecco, noi stavolta, memori dell’andata, in aeroposto ci siamo arrivate prima.
Di ben 24 ore, in effetti.
Perché quando viaggi con una low cost appunto, ti può capitare di arrivare in aeroporto e scoprire che il volo è stato posticipato al giorno dopo.
E chi parte adesso? ehhhhhh…


E quindi Vueling ci ha costretto contro ogni volontà ad un imprevisto Lunedì a Malta fatto di colazione-pranzo con vista, di mail inviate a bordo “piscina” ed un gelato sul lungomare.

Come dire…che fatica essere Noi!

 

 

Ed io è qui che voglio stare

C’erano tre romani, una milanese, tre napoletane, un torinese, una toscana e due abruzzesi…attorno ad un tavolo.
Abbiamo riso un sacco ma no, non è una barzelletta.
E’ il prosieguo di un pomeriggio in visita alla mostra di David LaChapelle, ora al Palazzo delle Esposizioni.
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E’ una di quelle serate non organizzate.
Che se prima eravamo in 5 a vedere la mostra, poi eravamo in 12 (a ballare l’hully gully) e allo stesso tavolo a scambiare spicchi di pizza e pezzetti di vita.
Quelle serate leggere che iniziano con una birretta in una delle piazzette di Monti e terminano passeggiando a parlare di dialetti, di modi diversi per dire la stessa cosa.
E della stessa cosa che significa cose diverse a seconda di dove e come le dici.

Un esempio su tutti? La differenza tra sto cazzo e sti cazzi.
So che per gli amici romani sembrerà una precisazione inutile, ma è invece diventato il mio metro di misura per testare l’integrazione con la lingua nostrana, da parte degli amici sparsi qua e là per l’Italia.

Dunque, se io ti racconto una cosa che per me è proprio bella ed interessante, che ci metto un’ora a raccontartela perché ci metto tutti i dettaglini, i ghirigori e le coccarde, e tu, estasiato, mi vuoi far capire che hai apprezzato…ecco tu, a quel punto, devi esclamare “STO CAZZO!!!!”.
Perché se vuoi che la nostra amicizia continui, anche fingendo, la tua reazione deve essere “Ammappa”, “Anvedi”, “Perbacco che cosa interessante mi hai raccontato“, una ficata pazzesca, insomma.
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Se invece rispondi “Sti cazzi!” pure mezzo sorridente e con un’enfasi degna di nota…la conversazione potrebbe interrompersi e riprendere…mai.

Comunque, siparietto a parte, ho scoperto un sacco di cose.
Per esempio che  “ti do la merda” è l’alter ego del nostro “te do na pista“.
Che se ti chiami Esposito e sei di Napoli non hai proprio un bel nome di cui far vanto.
Che “boia de” è abusato, ma solo a Livorno.
Che il termine “mignotta” ha un’origine tutt’altro che volgare (se morite dalla voglia di approfondire, potete farlo qui)
Che a Milano se tiri pacco e hai paccato, stai dando buca. A Roma hai solo limonato forte.

Continuiamo per un po’ così fino a che, per rimanere in tema, s’è fatta ‘na certa e ci salutiamo.
Mi sono ritrovata così a cercare la macchina a Via Cavour, non ricordando che invece l’avessi lasciata da tutt’altra parte – secondo atto di demenza senile nell’arco di una settimana – ma mi soffermo a pensare ad altro.

Sì, alle 2.00 di notte gironzolando da sola, a Roma, ho realizzato che è un anno esatto che sono tornata a Casa.
E’ stato emozionante scoprire che a dispetto di quello che pensavo, dopo essermene allontanata per poi tornare, l’amore per la mia città è cresciuto.
Cresciuto, nel senso di aumentato.
Cresciuto, nel senso che è maturato.
Ora è piu’ consapevole.

Sono partita non sapendo quando sarei tornata.
Ma sapevo che lo avrei fatto.

E lo ha saputo da sempre anche Torino che mi ha accolta, coccolata e persino riscaldata lasciandomi sempre la libertà di andare.

Ed io non so quali altri giri farò.
Quali altre città faranno da dimora.
Ma so che qui ed ora, io è a Roma che voglio stare.

E Roma sì, è una città difficile.
Ci sono così tanti difetti che solo all’idea di iniziare ad elencarli, già sono stanca.
Come lo sono in mezzo al traffico di tutti i giorni.
All’idea di dover trovar parcheggio.
Di fronte alla strafottenza tutta romana, di certi posti.

Ma la verità è che questa mia Roma mi lascia senza fiato per tanti di quei motivi che il Colosseo e Fontana di Trevi in confronto non sono nemmeno un granchè.

Ed io, senza fiato, è qui che voglio stare.

Perché a Roma ci sono le cene in terrazzo con la mia famiglia, anche a Maggio. Con quel venticello che ci vuole il giacchetto.
Perché se ordini il caffè “a portar via” nessuno storce il naso.
Perché la birretta sociale a Monti, Trastevere o San Lorenzo c’ha tutto un altro sapore. Di quelli con le gambe incrociate seduta su una panchina o su un marciapiede che ti dimentiche del resto.
Perché l’estate, da tradizione, io la inauguro con le amiche di sempre ai chioschetti della frutta.
Perché a Roma c’è la Carbonara di mamma.
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Perché io quando sento “Tanto pe’ cantà” mi emoziono per davvero.
Perché il cielo di Roma senza nuvole dovrebbe avere un pantone registrato.
Perché quando passeggio per i Fori Imperiali io torno indietro nel tempo.
Perché esistono le piazze più belle del mondo. E poi le piazze di Roma.
Perché c’è la rosetta.
Perché posso tornare anche dal posto più pazzesco sulla faccia della terra, ma quando atterro di notte su Roma e la vedo tutta illuminata, ho la certezza di essere tornata nel posto giusto.
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Perché ci stanno i non luoghi e poi esistono i luoghi dell’anima.
Quelli dove c’è Casa


“Be’, certo che Roma è una città unica. Io tante volte me domando come fanno a campà quei poveracci che non vivono a Roma.
Dice: ma è diventata una città invivibile, tutti se ne vonno anna’. Ma restano tutti qua! È il fascino della Città Eterna!
Io per esempio sto a Roma da quando so’ nato, no?, e c’ho avuto la fortuna di restare ragazzo a lungo, per cui me so’ innammorato un sacco de vorte.
Ma poi quanno vai a strigne t’accorgi che gli amori so’ come le malattie: te ricordi solo quella più importante.”

Viale del re

Vieni a trovarmi.

Ci stanno i periodi di merda. Ce li abbiamo tutti. E tutti, chi prima chi poi, ci siamo armati di pala e secchiello e ci siamo messi a spalare merda.

Capita però, che in un periodo no “programmato” dove le cose che non vanno e che non andranno le riesci ad identificare bene -non le controlli e non le domi, ma quantomeno le riesci a circoscrivere- che succede quello che non ti aspetti.

Capitano tragedie fuori programma, le docce  fredde.

Una telefonata che arriva con un singhiozzo. E una telefonata dove non ci sono le parole non porta mai una bella notizia.

È l’inizio della fine, infatti. È come se una casa bella ad un certo punto viene colpita da un terremoto. Come se ad un certo punto uno dei pilastri, una certezza, crolla e inizia a portarsi con te tutto il resto. 

L’intonaco. Il soffitto. Le lampadine. I quadri

Tutto. Crolla tutto e in un attimo. 

Che te ne accorgi ma non hai nemmeno il tempo di capire come correre ai ripari, come andare a reggere il soffitto, come impedire che le lenzuola si riempiano di calcinacci e i piatti a scivolare via dalla credenza. Non hai il tempo di difenderla quella Casa perché non sei abbastanza forte rispetto all’imprevedibilità. 

È il cielo che è crollato ma la terra sotto i piedi a mancare. 

Sì, senza la terra sotto i piedi. È così che ci si sente quando ti dicono “arresto cardiaco“. Quando si tratta di un uomo di 70 anni che fino a ieri era in giardino per rendere bella la casa di cui sopra. Quando si tratta di tuo Nonno che nel giro di due ore non c’è più, è così che ci si sente.

Puoi pure correre forte forte, più che puoi. Suonare il clacson, arrivare lì e sperare di poter far qualcosa. 

Ma la paura corre più forte di te.

La paura di non riuscire a ricordare la sua voce, la paura di dimenticare il calore delle sue mani, già fredde. La paura di metabolizzare un dolore che non vuoi accettare, credere vero.

E inizia il tram tram dei saluti. Inizia la filiera delle condoglianze, quelle che un po’ ti scaldano e quelle che invece devi mandar giù. Inizia il via vai di persone che entrano ed escono dalla casa terremotata. 

Nella casa dove il silenzio non c’è mai stato e dove invece oggi si parlava a bassavoce. Dove incontrando pezzi di quotidianità chiedi a te stesso se è possibile che la vita sia davvero così imprevedibile. 

Visita medica Tor vergata lunedì 30 ore 9:30. 

Sai che a quella visita non ci andrà nessuno. Che d’ora in poi, agli appuntamenti importanti ci sarà sempre una mancanza che si farà notare con prepotenza. 

D’ora in poi, quando per tutti gli altri i riflettori si saranno spenti, l’occhio di bue rimarrà acceso sulla tua sedia vuota.

E allora mi chiedo, ti chiedo: dove sei andato? Perché così presto? Perché? …perchè cazzo!

Tu che ci tenevi ad essere presente, perché hai deciso di rinunciare a tutte le cose che dovevamo ancora fare tutti insieme. 

Dimmi almeno che nei tuoi progetti c’è quello di venirci a trovare ogni tanto. Fallo a modo tuo, con i gesti semplici che ti appartengono. Ma vieni a portarci un ultimo saluto di cui questa vita imprevedibile ci ha privato.

Facci compagnia nelle notti insonni come questa. Fai in modo che questi attacchi di panico notturni scompaiano presto. 

Io ti prometto che imparerò a rispondere alle domande di Jacopo prima e a raccontare di te a Margherita poi

Spiegherò a Jacopo che non è colpa di nessuno “io lo so che Gesù per queste malattie non può fare niente, ma stavolta gli ho chiesto se può fare un’eccezione”. 

Cercherò di trovare le parole giuste. Me le inventerò perché non le conosco nemmeno io. 

Ma ti prego, tu trasforma questi incubi in sogno. Vieni a trovarmi.