Vieni a trovarmi.

Ci stanno i periodi di merda. Ce li abbiamo tutti. E tutti, chi prima chi poi, ci siamo armati di pala e secchiello e ci siamo messi a spalare merda.

Capita però, che in un periodo no “programmato” dove le cose che non vanno e che non andranno le riesci ad identificare bene -non le controlli e non le domi, ma quantomeno le riesci a circoscrivere- che succede quello che non ti aspetti.

Capitano tragedie fuori programma, le docce  fredde.

Una telefonata che arriva con un singhiozzo. E una telefonata dove non ci sono le parole non porta mai una bella notizia.

È l’inizio della fine, infatti. È come se una casa bella ad un certo punto viene colpita da un terremoto. Come se ad un certo punto uno dei pilastri, una certezza, crolla e inizia a portarsi con te tutto il resto. 

L’intonaco. Il soffitto. Le lampadine. I quadri

Tutto. Crolla tutto e in un attimo. 

Che te ne accorgi ma non hai nemmeno il tempo di capire come correre ai ripari, come andare a reggere il soffitto, come impedire che le lenzuola si riempiano di calcinacci e i piatti a scivolare via dalla credenza. Non hai il tempo di difenderla quella Casa perché non sei abbastanza forte rispetto all’imprevedibilità. 

È il cielo che è crollato ma la terra sotto i piedi a mancare. 

Sì, senza la terra sotto i piedi. È così che ci si sente quando ti dicono “arresto cardiaco“. Quando si tratta di un uomo di 70 anni che fino a ieri era in giardino per rendere bella la casa di cui sopra. Quando si tratta di tuo Nonno che nel giro di due ore non c’è più, è così che ci si sente.

Puoi pure correre forte forte, più che puoi. Suonare il clacson, arrivare lì e sperare di poter far qualcosa. 

Ma la paura corre più forte di te.

La paura di non riuscire a ricordare la sua voce, la paura di dimenticare il calore delle sue mani, già fredde. La paura di metabolizzare un dolore che non vuoi accettare, credere vero.

E inizia il tram tram dei saluti. Inizia la filiera delle condoglianze, quelle che un po’ ti scaldano e quelle che invece devi mandar giù. Inizia il via vai di persone che entrano ed escono dalla casa terremotata. 

Nella casa dove il silenzio non c’è mai stato e dove invece oggi si parlava a bassavoce. Dove incontrando pezzi di quotidianità chiedi a te stesso se è possibile che la vita sia davvero così imprevedibile. 

Visita medica Tor vergata lunedì 30 ore 9:30. 

Sai che a quella visita non ci andrà nessuno. Che d’ora in poi, agli appuntamenti importanti ci sarà sempre una mancanza che si farà notare con prepotenza. 

D’ora in poi, quando per tutti gli altri i riflettori si saranno spenti, l’occhio di bue rimarrà acceso sulla tua sedia vuota.

E allora mi chiedo, ti chiedo: dove sei andato? Perché così presto? Perché? …perchè cazzo!

Tu che ci tenevi ad essere presente, perché hai deciso di rinunciare a tutte le cose che dovevamo ancora fare tutti insieme. 

Dimmi almeno che nei tuoi progetti c’è quello di venirci a trovare ogni tanto. Fallo a modo tuo, con i gesti semplici che ti appartengono. Ma vieni a portarci un ultimo saluto di cui questa vita imprevedibile ci ha privato.

Facci compagnia nelle notti insonni come questa. Fai in modo che questi attacchi di panico notturni scompaiano presto. 

Io ti prometto che imparerò a rispondere alle domande di Jacopo prima e a raccontare di te a Margherita poi

Spiegherò a Jacopo che non è colpa di nessuno “io lo so che Gesù per queste malattie non può fare niente, ma stavolta gli ho chiesto se può fare un’eccezione”. 

Cercherò di trovare le parole giuste. Me le inventerò perché non le conosco nemmeno io. 

Ma ti prego, tu trasforma questi incubi in sogno. Vieni a trovarmi.

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