La mia TOP TEN.

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Ah, le liste.
Non so cosa si nasconda di così perverso dietro questa mia smisurata passione per le liste, questa smania di catalogazione, di ordinare le cose da 10 a 0. Di metterle sul podio, di capirle attraverso un ordine ben preciso, il mio.
O il vostro, se ve lo domando:

La top ten dei tuoi film preferiti?
I migliori giocatori di basket di tutti i tempi?” – mio fratello ormai, c’ha fatto il callo
Se dovessi scegliere i 3 posti che ti sono piaciuti di più?

Chissà perché poi, una che con i numeri non c’è mai andata troppo d’accordo, gode alla sola idea.
E allora questo pomeriggio va così, va che mi regalo questo momento di piacere, tutto mio.

La TOP TEN delle cose alle quali mai vorrei rinunciare.

1. L’adrenalina che ti regala quella scritta in stampatello “RIEPOLOGO DELLA SUA PRENOTAZIONE“.
Non c’ho mai creduto troppo a quella storia lì dell’attesa del piacere che è essa stessa il piacere, ma prenotare un volo non vuol dire solo attendere.
Vuol dire viaggiare con i racconti degli altri, fare il count down, fantasticare con le tue aspettative e aver voglia di disattenderle almeno un po’.
Vuol dire “stavolta la valigia la preparo bene, seguo dei criteri, mi ricordo lo spazzolino da denti” e trovarsi la sera prima a buttarci dentro un po’ di armadio e appena arrivati passare al supermarket del Bangla per comprare uno spazzolino scadente e pagarlo come una pulizia dei denti.

2. Progettare.
Io sono, senza dubbio, la me soddisfatta di cinque anni fa.
Se mi avessero chiesto come avrei sognato di vedermi a distanza di anni, avrei risposto più o meno così.
Forse un po’ più tonica, un po’ più ricca e un po’ più bionda ok, ma sì, più o meno così.
E sebbene io mi senta ancora una 23enne in erba, il calendario quest’anno ne segna 28 ed è giunto il momento di ri-progettare e di tendere verso nuove cose.
Ci vediamo tra altri 5 anni.

3. “Due biglietti per lo spettacolo delle…”
E le chiacchiere prima dell’inizio del film. E i trailer prima dell’inizio del film. E le pubblicità prima dell’inizio del film.
E…sì ma ‘sto film inizia?
Buio in sala. Ah ecco.
PS: che qualcuno inventi i pop corn che non fanno rumore, please.

4. In screenshot we trust
Che per carità, non è che anni fa non si spettegolava allo stesso modo o con meno carica emotiva.
Non è che ci risparmiavano da un certo tipo di gossip o ci facevamo parlare dietro.
Ma in certe situazioni il tempismo conta e Ceres ci insegna che l’instant marketing è tutto. Quindi perché non screenshottare?
Soprattutto quando, dopo anni, abbiamo bisogno di portare prove documentali.

5. Alla Fiducia.
A quella che le persone hanno riposto in me, negli anni.
A quelle confidenze che moriranno insieme a me.
A quella che mi ha fatto capire il peso delle responsabilità.
A quella che ho accordato io, fidandomi di un semplice sguardo.
A quel prezioso dare-avere.
Quell’accordo tacito: io ti do fiducia, ma tu non disattenderla.
A quella che mi sono guadagnata e a quella di chi, sulla base di una sensazione, me l’ha regalata.

6. Lo shopping online.
Non disdegno mica quel camminare con così tante buste che Julia Roberts lèvati proprio, per amor del cielo.
Ma quella pratica del piacere di passare in rassegna, selezionare, mettere dentro il carrello, cambiare idea, tornare indietro, “sei sicuro di voler eliminare questo prodotto” , “oddio no“, pensarci, nel frattempo individuare altri 3 articoli, mettere dentro al carrello e alla fine aspettare il pacco…Ecco sì, quella pratica merita di stare qui.

7. Mangiare e dormire.
Ok, no. Non parlo del bisogno primordiale di farlo. Di quella legge abbastanza naturale per cui:
se non mangi –> muori.
se non dormi –> muori (gli ultimi mesi mi fanno credere il contrario, comunque)
Parlo di quella possibilità di farlo di straforo e di farlo con gusto.
Della domenica mattina in cui non hai impegni, di quando la sveglia suona ma sai che puoi spegnerla, del riposino pomeridiano che santo subito chi l’ha inventato.
Di quando mangiare non vuol dire solo nutrirsi.
Del giovedì gnocchi, delle crepes con la nutella, del sashimi, del cheesburger.
Di quelle volte che mangi anche con gli occhi.
Di quando puoi farti accompagnare da un buon vino.
Di quando sticazzi la dieta, sticazzi gli orari.

8. I compromessi, soprattutto quando a scenderci sono gli altri.
No dai, scherzo!
Ma la bellezza dei compromessi è una cosa che non mi aspettavo e che non mi sarei mai aspettata dalla me di qualche anno fa.
Di quella che pensava che il grigio fosse la risposta di chi non sapeva scegliere tra bianco il nero. Di chi non sapeva indossare il coraggio di fronte a certi bivi.
E scoprire qualche ruga dopo (tratto da una storia vera ndr) che c’è più coraggio di quanto si pensi ad accettare di scendere a compromessi con se stessi.
Crescere è anche questo.

9. Non rinuncerei mai alle foto.
A quelle istantanee, a quelle nell’album, a quelle social, agli scatti rubati, a quelle 5.263 che stanno intasando i 64gb della memoria dell’iphone, ma che hanno la straordinaria capacità di rendere presente un momento passato.
Che sanno raccontare laddove le parole non riuscirebbero.

10. Alla sensibilità.
Che non c’è un filtro di instagram che si chiama così, ma che è il modo migliore che ho per guardare la vita, la mia e quella degli altri.
E’ quella stessa sensibilità che mi rende spesso vulnerabile, un obiettivo sensibile, appunto.
Quella che ho maledetto ogni qualvolta gli occhi sono diventati lucidi quando non dovevo, quando non volevo.
Che mi fatto caricare di pesi che non erano miei quando non me lo meritavo.
Ma è la stessa che mi permettere di capire le persone, anche quelle che giocano a nascondino.
Che mi fa andare nel pozzo.
Quella che mi fa vedere dentro un paesaggio più di un tramonto, ascoltare dentro racconto più di una storia.
Quella che trasforma le lacrime in gioia e una carezza in calore.
E’ quella che fa’ di me, chi sono oggi.

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Cuba: sin prisa pero sin pausa.

Vietnam: la meta del Viaggio di quest’anno.
Era deciso dalla prima foto vista, dai primi racconti di Gulli, dall’amore per l’oriente, dai ricordi della Thailandia.
Complice una sensazione prima, uno scalo scomodo ad Instabul poi ed un golpe a conferma che le sensazioni vanno ascoltate quasi sempre… il viaggio di cui vi sto per raccontare è esattamente dall’altra parte del mondo.

Non c’è stato bisogno di far roteare il mappamondo e puntare il dito e nemmeno di farci guidare dall’offerta del momento per sapere che Cuba sarebbe stata cornice e contenuto di questa estate.

La formazione?
Bellizzi, Condina, Orefice.
Ok, ma ora, trolley o zaino? Shakespeare si rassegna sapendo che il suo dilemma non reggerà mai il confronto.
Ma anche Decathlon è dalla nostra e presto (si fa per dire) fatto, si parte!

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Se Pollicino lasciava briciole per ritrovare la strada verso casa, io lascio pezzetti di cuore in giro per il mondo per ricordarmi ogni volta quanto è importante uscire dal proprio porto sicuro.

Mi avevano parlato di una Cuba pericolosa, dove per trovare una saponetta devi fare un patto col diavolo e dove chiunque cerca di fregarti.
Sono partita pensando che avrei trovato prostitute ad ogni angolo della strada e che l’atmosfera di Via Sannio sarebbe stata l’habitat per i successivi 15 giorni.

La realtà è che per creare uno stereotipo ci vogliono 5 minuti e un fitto passaparola.
Per sfatare un pregiudizio la possibilità di salire su un aereo e guardare, per non diventare cieco.

E noi gli occhi li abbiamo tenuti sbarrati dal primo istante.
Da quando abbiamo messo piede sul primo gruzzolo di sabbia a Varadero, scoprendo che i cubani non prendono il sole per non scurire la pelle, che stanno dentro l’acqua nello stesso modo in cui noi chiacchieriamo in un bar.
Abbiamo scoperto che il mare della Sardegna, quello della Sicilia o del Salento non hanno proprio nulla da invidiare.

Ma non è Varadero che ha lasciato il segno, anche se, a proposito di occhi, è guardando dentro quelli di Alessandro che ci siamo fidate a lasciare nelle mani di uno sconosciuto i soldi per noleggiare una macchina, in cambio di una promessa “tra un’ora torno e partiamo

Ingenuità?
Incoscienza?
E se non torna?
2 romane e una napoletana che si lasciano fregare a Cuba
Guarda che sòla che abbiamo preso, eh

Ma Alessandro spacca il minuto e noi siamo in macchina. 
Che siamo state fortunate ad incontrarlo lo scopriremo solo poi, in quel momento ringraziamo e ci godiamo la gioia di sapere che è ancora possibile credere nella bontà di uno sguardo e nella palabra de un hombre.

Direzione Cienfuegos.
Ma facendo prima tappa a Play Giron e al Parco del Nicho.
E se posso dire che questo Viaggio è stato un crescendo è perché la tappa successiva di un itinerario improvvisato è Trinidad.

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Ecco sì, parliamo di Trinidad.
Parliamo delle case colorate.
Parliamo dei nonni che la abitano.
Parliamo di un patrimonio.
Parliamo della casa con piscina.
Del Cocktail di benvenuto.
Parliamo della casa della Musica prima e della fuga dal pub dopo.
Del gelato cubano, ecco no, di quello non parliamo e nemmeno delle 5 ore ad aspettare Alessandro.
Parliamo piuttosto della salsa ballata a piedi scalzi (e del vetro di bottiglia tolto con le pinzette da Ale poi, ndr.), della passeggiata souvenir e del temporale pomeridiano.
Oppure no, non parliamo e ascoltiamo il rumore del mare a Playa Ancon.
Godiamo dei momenti, dei fermo immagine, ce li viviamo tutti.


Sin prisa pero sin pausa.

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Si risale in macchina per affrontare il viaggio più lungo del Viaggio.
Non prima di esserci fermati in una piantagione di canna da zucchero perchè Ale “ho già la foto in mente“.
Si parla della storia di Cuba, leggiamo assorte le nostre guide, ascoltiamo musica latina e la mescoliamo a un po’ di buon cantautorato italiano.
Alessandro ci racconta e si racconta.
Rimaniamo quasi senza benzina ma in quel momento niente ci preoccupa, il modo di vivere cubano inizia a contagiarci, iniziamo ad abbassare ogni difesa e reticenza.

La meta è Pinar del Rio, l’altro pezzo di cuore farà infatti domicilio a Valle de Vinales, nella casa particulares della nonna di Tweety e Gatto Silvestro (prego vedere diapositiva)
Il tempo qui si è fermato per un po’.
“Ma mancano ancora 10 giorni?” Manu è felicemente incredula.

E’ questa la tappa dove si è andate a cavallo.
Dove una coincidenza che non ci credo ancora, ma che mi ha portato ad incontare Edo e la sua famiglia dall’altra parte del mondo.

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Dove i tramonti il fiato te lo strappano con prepotenza.

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Sono questi i giorni dove le mie Amiche mi hanno festeggiata a dovere e con piacere, riuscendo ad infilare in un backpack il regalo del mio compleanno, le candeline portate da Roma, la torta trovata non si sa come, in un paese dove i dolci sembrano un miraggio.
E’ la tappa degli occhi lucidi a leggere certi messaggi di auguri arrivati oltreoceano e a ricevere il regalo della nostra nonna Cubana.

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Ma il nostro è un on the road e ‘sta volta la roadmap dice L’avana.

Da qui i ricordi sono nitidi ma alla rinfusa.
Scopriamo una Cuba diversa, più scaltra, più irriverente.
La musica permea ogni angolo di questo Paese e ancor di più di questa città.
Ci lasciamo conquistare, cullare.

L’immagine che ho da questo momento in poi è di chi arriva in spiaggia, si spoglia, posa la borsa del mare, e così piedi nudi nella sabbia sa che non ha più bisogno di nulla.
Va verso il mare e inizia a vivere, a ballare, a cantare.

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A L’Avana usciamo la mattina da casa e decidiamo che non è necessario tornare a casa a cambiarsi, che in fondo i capelli pettinati dal vento e le guance truccate dal sole sono l’outfit migliore.

 

Scopriamo che la Pina Colada vince a mani basse su qualsiasi mojito, cuba libre a caipirinha.
Che dall’edificio Bacardi puoi innamorarti de L’Avana.
Ma in fondo basta camminare per qualsiasi calle de L’Avana Vieja per infatuarti della sua atmosfera.


Noi decidiamo di fermarci a Plaza de la Catedral e lì vengo letteralmente rapita da una coppia di artisti che suonano e cantano.
La Musica, ragazzi.
Che musica.

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Da questo momento in poi si resta a L’avana, si va via, scopriamo Matanzas, ci manca L’avana.
Saliamo su taxi, facciamo l’autostop, si va in macchina in 7.
Balliamo in spiaggia. Beviamo in spiaggia. Piangiamo in spiaggia.
Giriamo con un cassa, un vestito da sposa e una chitarra.
Ceniamo con gli occhi lucidi e abbandoniamo i pensieri.
Viviamo leggere ma piene.

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Prima di salire sull’aereo ho letto che certi Viaggi iniziano molto prima di partire.
Io non so dov’è iniziato questo Viaggio, quello che so è che ancora non è finito.

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NosTHAIlgia, NosTHAIlgia canaglia…

Quando pensi di non essere in grado di trovare la parole giuste, allora vuol dire che devi provare ad usarle tutte le lettere che hai a disposizione.

Ebbene, in 21 lettere, ecco spiegata cos’è la #nosTHAIlgia.

A come Andiamo in Thailandia quest’anno? Ok, prenotiamo.

B come Buddha. Ecco sì Buddha, togliamoci ‘sto pensiero e non t’offende… io ci ho provato, giuro. Ma dopo il primo, sempre in quella posizione così rilassata…non ho ritenuto necessario vedere gli altri 56789876567 templi tutti uguali in cui t’hanno collocato. Niente di personale, insomma
.

C come Cumpleanos Feliz. Il più cantato, festeggiato, colorato, e pitturato compleanno della storia. Il mio.

D come Domodossola. (E’ come il nero, sta bene co’ tutto)

E come Elefanti. Come il mio Papa Joe. Come una delle esperienze più autentiche mai vissute.
Come piedi nudi nel fango e come la frase “siamo in un mare di merda” non è mai stata più azzeccata
.

F come Francesca e Fuoco sacro. “…e qualcuno ancora si stupisce, del Fuoco Sacro che ci unisce…”. Perchè allora non serve aggiungere altro.

G come Green Bungalows. Il posto che fa di Koh Panghan il luogo migliore dove svegliarsi e dire buongiorno al mondo.

H come Ho come l’impressione che la mia incolumità al fianco di Francesca sia in pericolo. Per un milione di motivi ma che questo li racchiude tutti.

“My io sento troppa polizia e ambulanza, secondo me è successo qualcosa…
F: Ma no…è Bangkok che è caotica…
ore 19:10: messaggio della Farnesina “ATTENTATO A BANGKOK, PREGO COMUNICARE VOSTRA INCOLUMITÀ”

I come Incontri. Quelli casuali, programmati, inaspettati. Come le strette di mano, gli abbracci sentiti. Come i viaggiatori solitari e i gruppi rumorosi. Come chi ha reso questo viaggio esattamente così come è stato.     

L come Lonely Planet. Che quanto sei figa, bella, utile, fantastica e meravigliosa. Ma quantocaxxopesi?!?!?!

M come MY. Come mai dire mai e mai dire sempre. Tranne stavolta. Tranne quando è impresso prima sul cuore e poi sulla pelle. My come “My in Thai”. Per sempre.

 

N come NONHODORMITOUNCAZZ. (E quindi dove mi appoggio dormo)
O come On The Road. Quello in cui ho fatto scorta di Bello. Quello imprevedibile. Pieno di tappe prefissate e di cambi di programmi improvvisi. Pieno di tutto, questo on the road.

 

P come piedi scalzi. Ovunque. Perchè piedi scalzi state of mind.
 
Q come Qube Hostel. Quello dell’ultima notte a Bangkok. Quello che se il genio della lampada ha “fenomenali poteri in un minuscolo spazio vitale” e Renato Pozzetto può dire “Taaaaaaac”, allora anche io posso dormire in una capsula.

R come…dopo 15 giorni ci ripenserebbe pure Shakespeare e la scriverebbe così “siamo fatti della stessa sostanza di cui è fatto il RISO“. (Però, I ❤ Pad Thai)

S come Sorrisi. Quelli così immotivati e quindi così veri dei Thailandesi. Quelli che ti ricordano che la felicità è veramente una cosa semplice e a portata di mano. La tua.

T come Tuk Tuk. Come Taxi e Tassisti sequestatri per un giorno. Come “Keep calm, Keep calm…Ooooo non devi urlà!”. Come vivere con i capelli al vento (e rischiando la vita).

U come “uuuuuuuanandred baaath”. Come contrattare è una cosa divertente. Come qualsiasi sia la proposta, la risposta sarà sempre “Eh? Noooo! Its tuuu macccc”

V come Voli. Perchè non ci hanno spaventato le 18 ore dell’andata neanche e le 19 del ritorno. Perchè non sono stati troppi nemmeno i 4 voli interni. Perchè in aeroporto la speranza è stata fino all’ultimo istante “ti prego, dimmi che ci hanno cancellato il volo“. Perché noi eravamo quelle che non volevano tornare.

Z come… vabbè, la Z me la prendo come Jolly, sì come l’argomento a piacere della maturità, insomma.
Z per rispondere a tutti coloro ci chiedono “e allora, ‘sta Thailandia, com’è stata?“.
Ecco, ‘sta Thailandia è stata come la Vita che dopo qualche dispetto, ci ha voluto ricordare di quanto sappia essere dannatamente bella.

“De sciò mas’t go on”

Capita che senti parlare con molto entusiasmo di uno Spettacolo e basterebbe quel tanto di curiosità per decidere di prendere il biglietto e… godersi lo spettacolo.

Se poi ci aggiungi il sole di Napoli e quell’atmosfera magica che è solita regalare, i ritmi lenti della Domenica mattina con il Vesuvio che si staglia prepotente sul lungomare Caracciolo.
Il caffè al Vomero, il pranzo da Nennella prima e al borgo Marinaro poi, le sfogliatelle senza cui non poter fare rientro a casa e una compagnia cui sarebbe stato veramente impossibile chiedere di più, è un attimo.
image2 image1Sì, è un attimo che ti ritrovi in un bordello, una casa chiusa, che invece ti apre alle emozioni più intime.

Ti trovi in mezzo a delle prostituite, a mistress e “il papi“.
Scopri di dover contrattare tu in prima persona per avere una prestazione e di volta in volta è solo l’istinto a guidare per decidere con chi andare.

Un siparietto e le presentazioni di rito iniziali e si può dare il via a questo turbinio di performance.
E se un Bordello è la casa del piacere, allora il posto è quello giusto.
Non c’è un godimento carnale ma in ogni stanza si crea l’intimità giusta per far raggiungere l’orgasmo all’anima. È brivido, stupore, paura e pelle d’oca insieme.

Basta il primo incontro ravvicinato per scoprire che la prostituta smette di essere tale nel momento in cui veste i panni di attore.
Un attore lì, a due passi da te, in 10 mq  per sole 6,7 persone o poche di più.
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Un primo monologo commovente, toccante. Quasi vorresti asciugarle quelle lacrime tanto sono sembrate vere, ma “de Sció mas’t go on” è scritto sullo specchio.
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E allora vai col secondo amplesso. È scioccante. Quasi difficile riprendersi ma pronta per essere disarmata completamente e di nuovo da “ultimo giorno di un condannato a morte“.
Passiamo per uno spettacolo comico, ma arriviamo alla vera apoteosi del piacere con il monologo “tra le pietre“. Esco incredula, persa in quello sguardo drogato ed errante…quasi impaurita.

Ma lo spettacolo cambia registro di nuovo.
Performance canoniche di nuovo da emozione e sì, siamo tutti in platea.
Prostitute e clienti mischiati come fosse un bordello nel Bordello.
Il teatro si trasforma in balera. Si balla la pizzica, il can can, ci si abbraccia e non si vuole più andare via.
Non prima di aver ringraziato ad uno ad uno gli artefici del piacere.

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Così si passa dal Bordello di Dignità autonome di Prostituzione al bordello di piazza Bellini.
Ma questa, come sempre, è un’altra storia.
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La vita di quartiere, a San Lorenzo.

Mi avessero chiesto cosa pensassi di San Lorenzo qualche mese fa, con indifferenza avrei risposto che lo trovavo un quartiere sporco, frequentato da spacciatori e punkabbestia e dove non si trova mai parcheggio.
E ahimè, non mi sbagliavo del tutto.
Il quartiere non è cambiato, e in realtà…nemmeno io.
Ma è bastato ritornarci dopo qualche tempo per vedere le cose con occhi diversi… e averne una percezione semplicemente…più romantica.

Intanto, prima mi capitava di capitarci ogni tanto e per caso, ora è il quartiere dove trascorro 10 ore della mia giornata: ci lavoro.

E di giorno San lorenzo è un altro posto.

Purtroppo è ancora fare lo slalom tra la sporcizia lasciata con incuranza vicino i cassonetti, tra i bisogni dei cani o tra le bottiglie di birra semirotte ai bordi del marciapiede.
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Ma è anche vita di quartiere. Quella vera, che non si respira ovunque, a Roma.
E’ quel posto dove il barbiere sa come ti chiami, il barista ti fa il solito e al supermercato la cassiera ti chiedi come stai.

Ma soprattutto è il posto dove quando chiedi ai tuoi colleghi “ma voi quando non andate a Piazza dei Sanniti, dov’è che andate a pranzo?” ti ritrovi nella bottega di un falegname e finisce a tarallucci e vino!… no ma dico perdavvero.
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Infatti è così che insieme a Vittoria scopro che “lo zio” è un uomo vecchio stampo, di quella scuola di pensiero per cui dove si mangia in 3, si mangia pure in 10.

Dove a pranzo il calzolaio, il farmacista e gli altri colleghi del quartiere si riuniscono e pranzano tutti insieme.
Con i ritmi lenti, con i sapori autentici “…voi ce lo dite prima che venite e noi vi facciamo la trippa, la pajata, una carbonara…Ma intanto bevete, bevete signorì“.
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E ci offrono vino, tarallucci e quella sensazione di familiarità che è cosa rara, difficile da trovare altrove.

Certo il calendario di Eva Henger, l’entrata angusta e la pulizia…non lo fanno gareggiare con quel gusto raffinato di Said o delle altre (rare) perle del quartiere, ma vuoi mettere?!

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Micky, Alessandro, Barcelona!

Nella vita non bisogna dare sempre seconde possibilità, ma ogni tanto sì. E questa volta ho fatto bene.

Punto 39 della mia travel wishlist: Tornare a Barcellona.
✓ Fatto

Ed ho avuto una conferma: nella mia vita precedente ero Spagnola.
O quanto meno credo di aver vissuto per parecchio tempo in Spagna.
E’ l’unica giustificazione a questo mio sentirmi così a casa, ogni volta che vi metto piede.

Come stavolta, a Barcellona.
La mia seconda volta in Catalogna.

Tornare dopo 7 anni in questa città, me l’ha fatta apprezzare, vivere e respirare con altri occhi.

E sarà stato merito anche della compagnia, ma questa Barcellona mi ha proprio conquistata! Grazie a cosa?

Simple, per estas razones!

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Pratik Bakery: il nostro albergo.
Sì, una bakery house con anche delle camere. Anche una fila interminabile ed interrotta dalla mattina alla sera. Ed anche una colazione ed un profumo di pane che…andateci! Non si può raccontare. (Ma se vi fidate e volete prenotare, questo è il sito)
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El born: un quartiere vivo, giovane, originale.
Di quelli che piacciono a me. Che ti stimolano la fantasia. E anche la fame!
Per fortuna fidandoci delle recensioni siamo finiti qui, da El bormuth: stra consigliato!
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Casa Batilò: consigliata su tutte le guide, fa parte dei must e l’ingresso costa un po’ ma...vale ogni centesimo pagato.
Gaudì è il mio nuovo mito ed io ora sono totalmente innamorata di lui, del suo genio e di questa opera unica. (Ps: l’audioguida è l’assoluto valore aggiunto)
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Sagrada Familia: anche questa è presente in tutte le guide. E di solito queste cose così tanto inflazionate non mi piacciono molto, o quantomeno, non mi emozionano in questo modo.
E invece il gioco di luci che si crea all’interno, il contrasto assoluto tra antico e moderno vale assolutamente la visita (che potete fare saltando tutta la fila e acquistando i biglietti qui)
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Tapas: ecco, io potrei campare mangiando tapas.
Tanti piattini con cose diverse. Praticamente la versione spagnola dei cicchetti veneziani.
Spizzicando qua e là, abbiamo abbinato l’immancabile pane y tomate con tante pietanze diverse e oltre El bormuth di cui sopra, assolutamente consigliato per l’autenticità e i sapori tradizionali questo posto: OpenBar.

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Una Domenica nel Barrì Gotico: se si ha la possibilità di passare una Domenica a Barcellona, non si può non passare qui, nel Barrì gotico.
Visitando La catedral e assistendo alla Sardana, un ballo folkloristico che raccoglie abitanti di Barcellona e dei paesi limitrofi: i ballerini in cerchio si tengono per mano e alzano le braccia danzano con passi piccoli e precisi, girando intorno mentre altri si uniscono ingrandendo sempre più il cerchio. Da vedere!

Bar del Pi: Non sempre si ha la possibilità di conoscere la Barcellona più autentica grazie ad una veterana del posto e beneficiare del sole ascoltando i suoi racconti sull’indipendentismo, sul quartiere El Raval e su quanto e come è bella Barcellona.
Ma si può sempre andare al “Bar del Pi” ed ordinare una cioccolata calda con churros. Senza i racconti di Iolanda e la sua incantevole parlata non sarà proprio la stessa cosa…ma merita.

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La Rambla, il mercato della Boqueria e Barceloneta: non si può andare a Barcellona e prescindere da una passeggiata sulla Rambla facendo tappa al mercato della Boqueria.
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Barceloneta e la miglior paella di Barcellona: Così come non si può non andare a La Barceloneta e affondare le proprie papille gustative in una paella de marisco.
Noi abbiamo seguito il consiglio di Iolanda e della Lonely Planet “a miglior paella di Barcellona è da Cheriff“. Era anche il compleanno di Ale, non abbiamo sbagliato!
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Camp Nou: l’ultima tappa degna di nota di questa 3 giorni a Barcellona.
Solo un commento: E’ stato emozionante.
E se è detto da una delle persone meno tifose di calcio al mondo…vi potete fidare!

D’altronde se lì ho letto MES QUE UN CLUB…qui posso scrivere con assoluta convinzione MES QUE UN WEEKEND!

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ABC del viaggiatore, il mio!

Perdendomi nei racconti dei blog che seguo, ieri mi sono piacevolmente imbattuta nell’articolo di Martinaway (blog che adoro!) che dopo aver parlato del suo, invita ognuno a raccontare del proprio ABC dei viaggi… e perché non farlo?!

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A come Amicizia. Quella consolidata viaggio dopo viaggio con gli amici di sempre. Quella nata in terre straniere e portate a casa. Custodite gelosamente e alimentate ogni giorno.
B come Bentornata. Perchè l’ho imparato sulla mia pelle, “il Viaggio perfetto è circolare: la gioia dell’andata e quella del ritorno” D. Basili
C come Cucina. Perché sono fermamente convinta che per scoprire un posto, per capire a fondo una Cultura, sia fondamentale aver voglia di conoscere anche la cucina tradizionale, locale.
D come Dettagli. Quelli che fanno la differenza, sempre. Quelli che vengo a raccontare qui sopra e che in ogni viaggio raccontano una storia.

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 E come…mmh. Come in “nomi, cose e città“…anche in questo ABC mi mette in crisi! Empoli? Ermellino?
No, ok, ce l’ho! E come Entusiasmo, quello sano, positivo, che mi fa sentire viva. Quello che mi accompagna ogni qualvolta sto su un sito per prenotare un volo, un treno e che non mi abbandona fino al rientro a casa.
F come Fuga. Per tutte le volte che viaggiare vuol dire staccare la spina. Vivere sospesi in una realtà parallela. Riacquisire la percezione dei 5 sensi.
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 G come Guida. Possibilmente una Lonely planet. Ma anche tutte le recensioni e i racconti di viaggio in cui mi immergo prima della partenza.
 H come Hotel. Quelli a 4 stelle, con le colazioni che sono pranzi di nozze e che adoooooro. Ma anche tutti i B&B quelli delle colazioni homemade, degli ostelli dell’on the road in Andalusia e dei viaggi che verranno.
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I come Immortalare. In una foto, in un video. Emozionarsi riguardando un album anche dopo anni. Condividere.
L come Lista. Quella della preparazione della valigia, quella dei luoghi da vedere, quelle che amo.
M come Micaperdavvero. Il viaggio che faccio ogni giorno. La passione che si autoalimenta. Le piccole soddisfazioni, i grandi racconti.
Lo spazio dove perdermi per poi ritrovarmi.
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N come Napoli. L’ultimo viaggio del 2014, l’anno dei viaggi.
O come Odissea. Quella che ogni viaggio è solito regalarmi. Gli aneddoti divertenti, quelli che sembrano tragici e che si trasformano poi in episodi di cui ridere.
P come …Prenotiamo? La mia travel wishlist. I miei Viaggi nel cassetto. Quelli depennati e quelli che si aggiungono ogni giorno.
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Q come “Quantomanca? La domanda tormentone che rivolgevo ai miei in macchina, quando da piccola partivamo per una vacanza. Perché quell’adrenalina, quell’ansia mista a frenesia, i countdown, la voglia di arrivare, di godere del viaggio, non mi hanno mai abbandonata.
R come Roma. Per la fortuna di essere nata in questo posto che sa essere meraviglioso. Per gli anni di Storia raccontati ogni passo. Per sentirmi spesso turista nella mia città. Perché se la leggi al contrario si legge Amor..
S come Sorpresa. Quelle che mi riserva ogni viaggio. Perché ogni Viaggio è una scoperta.
T come Torino. Fino ad ora il Viaggio più lungo che ho fatto. La città che mi ha ospitato per due anni e dalla quale sono tornata piena di bagagli, pieni di tutto.
U come Ultimo viaggio. Che non è mai l’ultimo perché ce n’è sempre un altro prenotato, in cantiere. Una valigia da disfare e una da preparare di nuovo.
V come Volo. L’adrenalina di ogni tragitto ad alta quota. La possibilità di andare ovunque e lo stupore di farlo tra le nuvole.
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Z come zaino in spalla. Il Cammino di Santiago, la promessa fatta a me stessa. Il Viaggio che arriverà prima dei 30 anni.